Anton Giulio Barrili.
...
.
...
LA SPADA DI FUOCO.
...
.
...
1909. Fratelli Treves Editori. MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
I protagonisti principali sono la duchessa Serena, bellissima vedova appena giunta alla fine del lutto, il conte di Riva, innamorato platonico della duchessa da molti anni, e il suo amico, serissimo segretario del ministro, il conte di Montegalda. Ma con linizio del ventesimo secolo, la ricchezza si mescola sempre pi alla nobilt, e la ricchezza di una bella americana vale abbastanza per meritare un titolo nobiliare. Cos il conte di Riva, per evitare di confessare alla vedova che preferirebbe sposare lereditiera americana, costringe lamico Montegalda a dirle che Riva, avendo perso al gioco la sua fortuna, non oser mai pi presentarsi a lei; Riva sparisce quindi per Napoli, insieme con la famiglia americana. Le bugie hanno le gambe cortissime, e nemmeno la dedizione di Montegalda al suo amico impedisce alla duchessa di sapersi abbandonata da Riva.   
La seconda parte del romanzo si dedica a predisporre il lieto fine dobbligo, con lamericana che rifiuta il conte di Riva, perch preferisce diventare principessa Savelli; Montegalda e la duchessa che si innamorano, e una spada di fuoco, quella del cavalier Buonsanti, che in un duello per difendere lonore del Montegalda ferisce Riva e lo convince a ritirarsi dalla scena, mentre i due innamorati convolano a nozze.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Anton Giulio Barrili (Savona, 14 dicembre 1836  Carcare, 14 agosto 1908)  stato un patriota e scrittore italiano.
Termin gli studi superiori a Savona presso gli Scolopi, laureandosi poi in Lettere e Filosofia allUniversit di Genova. Intraprese quindi la carriera di giornalista fondando un primo giornale. Divenne in seguito uno dei redattori del San Giorgio, quotidiano fondato e guidato da Nino Bixio.
Si arruol come volontario nellesercito piemontese, partecipando a varie campagne con il settimo reggimento fanteria. Combatt al fianco di Garibaldi in Trentino, nel 1866 come volontario e fu ferito nella celeberrima battaglia di Mentana, quando le truppe garibaldine furono sconfitte dallesercito francese.
Fond a Genova il celebre quotidiano Il Caffaro. Candidatosi alla Camera nelle liste della Sinistra, fu eletto deputato nel 1876, ma si dimise nel 1879 per dedicarsi allinsegnamento nei licei.
Trasferitosi a Roma nel 1884 per assumere la direzione de La Domenica letteraria, torn di nuovo a Genova, ottenendo nel 1894, grazie al sostegno di Giosu Carducci, la cattedra di Letteratura italiana allUniversit di Genova; ne fu nominato Magnifico Rettore nel 1903.
In et matura si ritir presso Villa Maura, la sua residenza estiva a Carcare, morendovi poi alle ore 22,50 del 14 agosto 1908.
Anton Giulio Barrili  sepolto nel Cimitero monumentale di Staglieno a Genova. Al Barrili sono state dedicate una via a Genova, una a Milano, una a Roma, una a Torino una a Savona, una a Alassio (SV), una a Finale Ligure (SV), una a Millesimo (SV) ed una a Carcare (SV); in questultima vi  la villa dove mor.
La vasta opera letteraria di Barrili, composta da numerose novelle e una cinquantina di romanzi, inizia nel 1865 e ottiene presto largo consenso grazie allo stile scorrevole, alla sua padronanza della lingua e labilit nellintreccio narrativo.
Di Anton Giulio Barrili scrittore di romanzi, Benedetto Croce ha elogiato lo stile limpido e scorrevole, senza stento, senza disuguaglianze e insieme accurato e corretto.
...
.
...
LA SPADA DI FUOCO.
...
.
...
Indice.
...
.
...
1. Dieci anni dopo.
2. Raggi filati.
1. Servizio da amico.
4. Buon avvocato e causa cattiva.
5. Il consiglio dei vecchi.
6. Dubbio e dilemma.
7. La discrezione.
8. Tra Roma e Parigi.
9. Chi ha perso paghi.
10. Giornate di sole.
11. I terzi incomodi.
12. Tempo grigio.
13. Come fu? come non fu?
14. Il resto del carlino.
15. Il poeta nelle nuvole.
16. Zefiro torna e il bel tempo rimena.
17. Arte e natura.
18. Gli avanzi della Cernaia.
19. La spada di fuoco.
20. Per finire.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
1 .
Dieci anni dopo.
...
.
...
Al teatro Apollo di Roma, si era aperta la stagione invernale (o di carnevale e quaresima, se vogliamo stare ai cartelloni dellimpresario), si era aperta, dico, con lAida del Verdi. Sempre nuova quella musica, dopo dieci anni che la duchessa Serena di San Secondo laveva udita per la prima volta: sempre nuova e sempre bella, come ogni opera darte che abbia forte struttura, larghi contorni, giusta distribuzione di parti, sobriet dornamenti. Cos il Partenone.... Ma noi parliamo dellAida, e il paragone ha da essere un altro. Cos un tempio egiziano, massiccio insieme ed elegante, disfida i secoli, non pure col granito di Siene, onde ha le colonne formate, ma ancora con la policroma vivace dei capitelli figurati, o delle fasce istoriate; e dopo aver detto tanto, co suoi enimmi scolpiti, ad un Belzoni, ad un Champollion, ad un Mariette, ha ancora qualche cosa da dire, e chi sa? forse la miglior parte, al Maspro.
Una bella donna, se mi permettete il salto prodigioso (ma qui, lettori miei, si pu cascare senza pericolo perch si cascherebbe in ginocchio) una bella donna del pari. Quante cose non dice una bella donna, dai primi sorrisi dellalba vermiglia, alle ultime carezze di un tramonto dorato! Degnatevi di osservare che io non conto gli anni, ma uso leufemismo di una  garbata perifrasi. A certi narratori della scuola moderna piacque di mettere i puntini sugli i, e di tradurre in cifre arabiche il principio e la fine della et romanzesca di una bella donna. Uno, il maestro, studi la donna a trentanni, e non ricordo che la trattasse coi guanti; un altro, lo scolaro, la prese a quaranta, e la mise senzaltro in berlina. Pi felice da questo lato, e pi galante, con tutta la sua terribil fama di uomo salvatico e dal cuore di macigno, un illustre italiano usc in questa dimanda, che  come un grido dellanima: Si ama egli forse col calendario alla mano?
Diciamo, per essere nei confini del vero, che una donna  amabile, nel primo significato della parola, fino a tanto che le apparenze laiutano. Beata sicuramente colei che ai trionfi della bellezza, cos presto invidiata dal tempo, pu accompagnare in propizia stagione i piaceri indefettibili della intelligenza e le ineffabili consolazioni della bont: due provvidi innesti, che le consentiranno di non rimaner mai con lanima vuota e col cuore inaridito. Incomincier allora per lei lautunno dai frutti pi saporiti e fragranti, lautunno tiepido co suoi meriggi gloriosi e le sue sere solenni. Lo stesso inverno, al riparo dalle gelate, avr per lei, nella conscia stanza dei padri, come un allegro scoppietto di focherello domestico, il passeraio ameno, i vezzi amorosi, i baci vivificanti delle nuove generazioni.
Ma questo  un andare troppo in l; ritorniamo dunque in misura. Dieci anni non son bastati a intaccare le scultorie forme di Aida; dieci anni non hanno solcato di una ruga il volto di Amnris, le cui collere gelose son sempre verdi, come.... guardate! mi fiorisce il bisticcio sotto la penna.... come lautore dellaspettatissimo Otello. Gli amori della schiava, figliuola di re, son sempre soavi, e si muore ancora classicamente volentieri, quando la romantica Etiope, dopo avervi fatto perdere il vostro buon nome di soldato Egiziano, viene poeticamente a morire con voi della pi prosaica di tutte le morti: la fame.
Dieci anni, per altro, dieci anni! Ci pensava, la duchessa Serena, salendo lo scalone del teatro, in compagnia della vecchia marchesa Flora.
Non era stata una scelta pensata, quella di una vecchia accompagnatura; bens una necessit del suo stato civile portava che la duchessa Serena si fiancheggiasse duna appendice del suo sesso, e possibilmente pi matura di lei. Per la prima volta, dopo aver deposte le vedovili bende, la duchessa si mostrava a teatro, e fra le sue amiche mature era naturale che scegliesse la pi volenterosa, come tra i suoi maturi amici aveva scelto per cavaliere il pi serio, a giudicarne dal pelo, il meno pericoloso di certo, quellaccompagnatore fidato di cui nessuno mormora, che un amante ha permesso, quando lamante c, o di cui questi  geloso solamente per celia.
Ordinariamente, la vecchia dama non ignora di esser presa per guardia donore della dama pi giovane. In queste cose, e in altre molte, la donna di una certa et si mostra pi intelligente delluomo; e quando ella si adatta ad un simile ufficio, gli  per davvero, senza inganno possibile. Aggiungete che nella sua rassegnazione entra sempre un granellino di compiacenza; poich le gaie frivolezze, di cui non si era intieramente divezzata, accompagnano sempre la sua giovane amica. Non sia troppo giovane, per altro, poich le amiche troppo giovani sogliono essere spensierate e crudeli: vi considerano il pi delle volte come una muta tappezzeria, e vi mettono facilmente in angustie. Ad acquetare lo spirito della vecchia dama, a consolare il suo resticciuolo di vanit, baster il poter pensare, che fra non molti anni la giovane amica sar come lei; frattanto, per trovare un bel punto deguaglianza, parleranno delle donne pi giovani e pi celebrate, delle spose pi fresche, delle ragazze pi in vista, e daranno i loro giudizi, che non saranno sempre quelli del re Salomone.
Luomo, in quella vece, non capisce nulla. Beato  lui! forse per questo egli  il re del creato. Gli han detto da principio, anzi gli han posto per assioma, che un uomo  sempre bello, e questo  stato il dirizzone della sua vita. In fondo, non si pu negare che la proposizione abbia una tal quale apparenza di vero, data la costituzione del civile consorzio, che ha fatto di lui un necessario gerente di giornali di mode: giornali ambulanti, si capisce, che sono poi le donnine belle. Gli han detto ancora che un uomo  sempre giovane; ed anche questo si pu credere, se un dotto parrucchiere aiuti coi suoi maravigliosi specifici alle naturali illusioni. E poi, diciamo tutto; da giovane ebbe distrazioni dogni maniera, i giuochi, le cavalcate, le cene, le cacce, le conversazioni e i teatri; la vita gli  tornata assai facile, quando del rigore di una Giunone, o daltra delle divinit maggiori, lo consolavano tante altre de minorum gentium (passatemi qui il latino, per uneccellente ragione che ha detta il Boileau), de senza diadema, in verit, ma egualmente piacenti, se non forse di pi. Questa facilit di vita lo ha avvezzato a confidare, a presumere molto di s. In progresso di tempo, alle vanit non succedettero, ma si aggiunsero le ambizioni, quelle care ambizioni, cos grandi e cos piccine ad un tempo, sopra tutto cos contentabili, che gli hanno ottenuto tre dita di nastro verde, o rosso e bianco, da mettere al collo, magari una piastra dargento, in forma di rosone, o di stella, da appiccicarsi al costato, un posto alle mense solenni, il nome di personaggio necessario in ogni serata, e finalmente, oh colmo di gloria! la citazione sui giornali quotidiani. Allora, vedete, anche le Giunoni e le Minerve lo cercano; lo cercano tanto pi, e magari se lo contendono, quanto pi  stagionato. Egli gi non savvede del doloroso perch; aspira il profumo, e continua imperterrito nella sua parte di Nume. Cos doveva far Giove negli ultimi centanni del suo imperio cadente. Sentiva odore dincensi, il povero iddio, e non badava pi che tanto a quel che succedeva di fuori. Poi venne un vescovo, seguito da  una turba di fedeli infuriati; gli dtte una mazzata, e gli cascarono i fulmini; unaltra mazzata, e gli cascarono le braccia; unaltra ancora, bene assestata tra capo e collo, e la testa del dio imbelle rotol in un canto della cella, and a far numero con tanti altri nobili cocci, prezioso argomento di studio agli eruditi di quindici secoli dopo.
Ma vedete la conseguenza fatale di un primo dirizzone! luomo fino al giorno del proficiscere pu credersi ancora un gran che, fare il galante e non avvedersi mai di essere un coccio. Al Circolo, al Senato, alla Camera, gli amici del suo tempo, e gi di l, sono sempre disposti a dirgli, con accento dinvidia:
Briccone fortunato! Sempre sulle galanterie, non  vero? Ier laltro con una bella signora; ieri con due; con quante, domani? Ma gi, si capisce: abbiamo sempre ventanni!
Il fortunato briccone sorride e tace. Chi tace acconsente.
Come  sempre bella, sempre fresca, quella diavola duna duchessa! ripigliano quegli altri. Il tempo non pu nulla su lei. Dovrebbe avere i suoi trentacinque, oramai.
Che! Ne ha trentuno.
Trentuno? Avrei scommesso per trenta. Ricordo ancora quando s maritata. Allora ne aveva diciotto.
Perci dovrebbe averne ventotto, ora; e ventotto, via, mi paiono troppo pochi.
La verit  nel mezzo, tra ventotto e trentotto.
Chi ha detto trentotto? Datela almeno tra ventotto e trentacinque.
Questi computi cronologici non turbano punto il fortunato briccone, a cui per intanto nessuno rinfaccia i suoi sessanta, col vantaggino di costa! Egli  uomo,  sempre giovane,  sempre bello,  sempre irresistibile, come a ventanni, quando tutte gli resistevano, non credendolo serio affatto, n discreto abbastanza.
Cos era avvenuto che il vecchio commendatore  Buonsanti accompagnasse al teatro, come cavalier donore, la duchessa Serena di San Secondo e la sua vecchia amica marchesa Flora Terenziani. Di questa glimportava pochino, si capisce, e molto invece dellaltra; ma intanto, da cavaliere compito, si mostrava cortese con tutte due.
Dieci anni! pensava la duchessa, entrando nel suo palchetto. Dieci anni! ripeteva, dopo quel frusco di seta, che segue, tra i due divani di velluto, la deposizione delle pellicce, e mentre, non senza un pochino di batticuore, prendeva posto al davanzale.
Molto discretamente, per verit, la duchessa Serena era giunta delle prime a teatro. Era forse per amore della musica? o per desiderio di non farsi troppo osservare? o per una di quelle delicatezze che le regine della bellezza e della moda usano qualche volta ai loro fedelissimi sudditi?
Centinaia docchi si rivolsero a lei; centinaia di binocoli si puntarono su lei dalle sedie chiuse e dai palchi; un bisbiglio incominci da questa parte e da quella. E il bisbiglio e la curiosit e lammirazione, erano cose a cui era avvezza; per parecchi anni era stato quello il suo trionfo di vanit innocente. E l, davanti a lei, incominciava la rappresentazione dellAida, e le poteva parere, udendo il bisbiglio, intravvedendo i binocoli puntati su lei, di assistere per la prima volta a quello spettacolo.
Dieci anni! Il pubblico era ancora lo stesso che laveva acclamata regina; ella era sempre quellastro nuovamente apparso sul meridiano di Roma, e di cui tutti gli Herschell delle sedie chiuse e dei palchi si erano provati a determinar lorbita, misurando la distanza perielia, il nodo ascendente, linclinazione alleclittica, pronti ogni anno, anzi ogni stagione, a ricominciare i calcoli e le operazioni, cercando ancora le eccentricit, se mai ce ne fosse traccia, per essere padroni della curva. Quegli Herschell erano suppergi i medesimi duna volta. Qualche zazzera appariva brizzolata, qualche cranio; si vedeva  denudato. Ahim! questo  il destino. Ma finalmente, ci sono dei calvi e dei canuti anche allet di trentanni, a quellet che  la giovent vera e la forza delluomo.  anche let delle ambizioni; ma di solito gli elettori si mostrano restii a secondarle subito; qualche volta si muovono a compassione quando lambizioso ha toccati i quaranta.
Come? domanda allora la bella dama alleletto. Cos giovane, e gi deputato?
Ah, signora! non sa che si pu esserlo a trentanni? La disposizione dello Statuto  tassativa al riguardo.
Laccenno allo Statuto e alla disposizione tassativa dispensa leletto dallobbligo di rispondere: Signora, ne ho quaranta.... due.
Or dunque, dicevamo: erano gli stessi i contemplatori; era anche lei quella di dieci anni addietro, quando, sposa novella, al fianco del maturo ma sempre brillantissimo duca di San Secondo, aveva fatta la sua prima comparsa allAida, confondendosi un pochettino, tra le ammirazioni di cui essa era argomento e la novit di quella musica, bella anchessa come lei, superba dei suoi recenti trionfi del Cairo e di Parigi, col fiore di loto della sua fragrante giovinezza tra le mani. Ah, rimaner sempre gli stessi, che bella cosa!
Ma era cos anche il conte di Riva? Egli, per esempio, linevitabile Massimo, non era quella sera a teatro. Caso grave, in una prima rappresentazione; ma il conte Massimo non aveva potuto fare altrimenti. La necessit non ha legge.
Quanto laveva amata, il conte di Riva! La giovane duchessa Serena, fin dai primi anni del suo matrimonio, non incontrava che lui; dovunque ella andasse, non era sicura di vedere che lui, sempre l, muto osservatore, estatico fachiro in cravatta bianca. Incontrandolo sempre, avendolo sempre sotto gli occhi, era naturale che si avvedesse della presenza sua, pi che degli altri mille a cui ella certamente piaceva come a lui. La donna non dovrebbe  accorgersi di queste adorazioni, si dice; almeno almeno, non dovrebbe osservarle. Ahim! dovere non  potere. Infine,  egli proibito di farsi guardare? O perch allora c lobbligo di andare ai balli, ai ricevimenti, ai teatri nelle serate di gala, con le braccia e le spalle audacemente ignude, con un fiore fresco, o una stella di brillanti nei capegli, un vezzo di perle intorno al collo, o un nastrino sottile da cui pende un gioiello di gran prezzo, vero tesoro sopra altri tesori? Chi provoca la curiosit non accetterebbe lammirazione? Quella di tutti, si risponde, che  meno, assai meno, dellammirazione di un solo.
Ma qui si prende a giuoco laritmetica; e la severissima tra tutte le scienze non ama queste sottigliezze, questi sofismi. Aggiungete che  dellammirazione, come della lode: due sorelle finalmente, e nate ad un parto, poich la lode  ammirazione parlata, e lammirazione una lode muta. Ora, se tra cento lodi una ha valore per noi pi delle altre novantanove, sar gran peccato che si noti lammirazione di uno, tra le ammirazioni di mille? Il conte di Riva non lo aveva inventato lei. A buon conto, lo avrebbe fatto biondo, poich preferiva il biondo, con gran consolazione del duca, che lo era stato ai suoi tempi. Inoltre, quel contino dai capegli bruni laveva.... come si ha a dire? Annoiata? No. Seccata? Nemmeno. Irritata? S, diciamo pure irritata, con la sua insistenza, con la sua ostinazione. Che cosa aveva, quel grazioso signore, e che cosa voleva da lei, facendosi scorgere in quellatteggiamento da tutti? Il primo atto della duchessa Serena fu adunque di ribellione. Quellammiratore, quelladoratore, era indiscreto, sciocco, noioso, opprimente. Tuttavia, era anche mesto. La giovane duchessa se ne avvide un giorno guardandolo alla sfuggita, con la coda dellocchio. Dopo qualche tempo non lo vide pi; era sparito, non senza stupore di lei, sparito davvero. La bellissima donna respir, ed abbracci anche pi teneramente del solito il duca suo marito. Era salva. 
Salva! Cera dunque stato un pericolo? Eh, che cosa posso dirvene io? Lo spagnuolo in questi casi risponde: quien sabe? e il francese: peut-tre; larabo: Allah Kerim che dice ogni cosa; il malese, che  il malese, soggiunge con classica breviloquenza: Ugian, pajong, che vuol dire a un dipresso: quando piove, prendete lombrello. Si  poi cos felici di non essere stati neanche al risico di osservar troppo una cosa!
Anche per unaltra ragione era bene che fosse andata cos. Ben leggera quella fiamma, che si era spenta cos presto! La donna che ci credesse, a questi cascamorti, sarebbe sciocca davvero! La freddezza  una prova sicura, infallibile; fingere di non curarsi di loro, e vanno via come il vento. Ma no, si era troppo affrettata a conchiudere. Un mese non era scorso da quella sparizione improvvisa, e pi mesto, pi pallido, pi fatale del solito, il conte di Riva era ricomparso, riprendeva le sue contemplazioni da lungi. Noioso, s, come prima; questo andava da s. Ma almeno non si poteva pensar male di lui. Certo, in quei trenta giorni, gli era accaduto qualche cosa di grave. Ma che, di grazia? Gli amici del bel mondo son sempre l per darle, certe notizie, chi sappia condurli bel bello sullargomento. Ah, il conte Massimo! il solitario delle Ardenne! Vuol fare ogni cosa come un eroe da romanzo della vecchia scuola. S ammalato, e i medici non hanno saputo indovinare la sua malattia. Chi ha detto languore, chi anemia, chi iperemia, chi nevralgia, chi altra diavoleria. Uno solo contro tutti aveva sentenziato: Per il male del conte di Riva non ha rimedi la scienza; egli  innamorato.
Innamorato, tanto da farci una malattia! esclamavano le amiche di Serena. E non si sa di chi?
Non si sa.
Questa  forte! Non si sa dove capita?
In nessun luogo; da un anno ha trascurato tutte le sue relazioni. 
Ecco un enimma! Ci sar da studiare per tutto linverno.
Di questi nonnulla  intessuta una conversazione elegante. Sono essi i polviscoli che il vento solleva a miriadi e distribuisce a caso; si posano, entrano nel sangue, e ci fanno i guasti che la scienza descrive.
Pi mesto, adunque, pi pallido e pi fatale di prima, il conte di Riva era tornato al suo ufficio di fachiro; ma altres pi guardingo, e la cosa va detta ad onor suo, come ad onor suo era stata notata. Guardava lei di tanto in tanto, e solamente lei; ma spesso non guardava in nessun luogo. Nei ritrovi del bel mondo, tanto per mettere a lavoro gli Edipi, era anche ricomparso; ma non ci si lasciava vedere che nelle grandi occasioni, dove il numero confondeva e il solenne apparato copriva. Era stato presentato a parecchie dame, che ancora non conosceva, ed anche alla giovane duchessa di San Secondo. Ma a tutti era parso molto discreto; a lei perfino freddo, sebbene con intenzione visibile, per un certo sforzo di muscoli facciali; e si era presto tirato in disparte, con una compunzione meravigliosa. La duchessa gli era stata grata di quel nobile contegno. Da quel giorno, vedendolo ancora, vedendolo spesso da lungi, non le parve pi noioso, n opprimente, n sciocco. Anche nella faccenda dei colori, la duchessa aveva temperate le sue opinioni. Che cera da far caso del colore dei capegli? Ci sono degli uomini antipatici, e di tutti i colori, dei biondi come dei bruni. Un certo color di capegli si conf con una certa forma di bellezza: ecco tutto.
Cos aveva dischiuso il suo cuore, cos si era mutata a grado a grado per lui. Quando si avvide di amarlo, lo amava gi troppo, non era pi padrona di scacciarne limmagine. Per vincere, sarebbe stato mestieri di combattere; ma come si combatte, se non si ha di rincontro il nemico? Massimo non era gi al suo fianco, per incalzarla con le sue supplicazioni, per turbarla co suoi furori, chiedendo alloccasione, aspettando da uno smarrimento della ragione  di Serena il frutto della vittoria riportata sul cuore di lei. Misurato sempre negli atti suoi per necessit esteriori, Massimo si era fatto anche pi riguardoso per intime ragioni, non volendo perdere con un solo errore ci che tanti accorgimenti gli avevano guadagnato. Daltra parte, la duchessa sarebbe stata tanto pi severa con s medesima, quanto pi si era mostrata debole con lui. Le consuetudini della casa, il genere di vita che seguivano i signori di San Secondo, tutto si frapponeva, tutto pesava su quella coppia dinnamorati. Il duca, come vi ho detto, era un brillantissimo gentiluomo; amava i piaceri sfoggiati, la pompa, lapparato; era a tutte le feste ed apriva anche spesso la sua gran casa alla gente; stancava e stordiva la sua giovane compagna, tenendola in mostra continua ed in moto perpetuo. A scatti, poi, fosse astuzia o capriccio, cambiava paese; correva con lei a Parigi, a Londra, a Vienna, a tutte le acque pi famose, poich il brillantissimo gentiluomo aveva tutte le infermit che domandano le cure pi costose, e che non trovano benefizio in nessuna. Apparizioni, barbagli, scintillamenti di stella, corse vertiginose di cometa, erano le gioie della duchessa Serena. E durarono qualche mese oltre i nove anni, destando in molte donne linvidia di una cos varia esistenza, mantenendo in lei lillusione di non esser nata per quella condizione di luce elettrica, sempre viva ed intensa in ogni densit dellambiente. Nelle regioni elevate e sotto il raggio del sole meridiano, tutti provano le vertigini dellaltezza ed il fastidio della luce; di lass si sospira pi facilmente la pace umile e la oscurit di un angolo ignorato. Se poi questi desiderii fossero esauditi, povera filosofia, come rinnegherebbe s stessa! Ma lass, in quella luce, la duchessa Serena sentiva cos; quello era il suo modo di vedere le cose. Ah, un angolo del mondo e il suo Massimo! Anchegli, lamato, doveva sentirlo il desiderio dellegloga, ascosa nel verde di una magnifica villa del Seicento, tutta condotta a lunghe ed alte siepi di  lauri e di querci; con gradinate gigantesche per loro due soli; fontane sostenute da grandi pilastri di travertino, corrosi dallaria e pittorescamente chiazzati dogni generazione di licheni; templi in rovina; urne antiche scoperchiate, con trionfi di poeti e coro di Muse festanti; infine, sulle rive del laghetto tranquillo, belle ninfe di pietra che si recano il dito alle labbra, in atto dinvitarvi al silenzio, mentre un giovane Fauno, sorgendo dal mezzo delle acque, cava dalla rustica zampogna una melodia che lorecchio non ode, ma che il cuore indovina e raccoglie. Pensoso comera, Massimo la sognava sicuramente, la desiderava anchegli una esistenza di quella fatta; egli cos pronto a rubare i minuti al destino, per giurare a lei una eternit di amore e di fede. Si giura tanto bene, una eternit, quando non si possiede che il momento fugace! La passione non ha che un accento; e suona bene, quellaccento, quando  concentrato nella brevit di un attimo, in mezzo ai contrasti, alle angustie, ai terrori.
Al suo giorno, alla sua ora, il duca di San Secondo era morto, e della malattia che non aveva curata: una congestione cerebrale. Rimasta vedova, la duchessa Serena aveva pianto con lacrime di tenerezza, non senza qualche rimorso, un gentiluomo che aveva avuto per lei tutte le buone intenzioni di un amico e di un padre, e che, circondandola di fasto e di eleganza, trascinandola di passatempo in passatempo, senza un giorno di tregua, le aveva pur date tutte le apparenze della felicit. Gran cosa, queste apparenze, in una societ come la nostra, dove  cos raro conseguir la sostanza! Dicono che la felicit si sia rifugiata anche lei nel fondo di un pozzo.  forse per questo che tanti disgraziati la vanno a cercare l dentro? Ahim! forse ella non ha che un istante, come la passione non ha che un accento. Passato quellistante, quellattimo, incomincia il ricordo; e noi, aspettando quel che sar, viviamo di quello che  stato.
La duchessa Serena pianse adunque il marito. Ma  il cuore ha i suoi diritti, che non  dato di sopprimere, comprimendolo. Al cessar delle lacrime, la pupilla riappare scintillante come la faccia del sole tra le ultime gocce del nembo. Cessate le strette angosciose della piet, il cuore riprende i suoi battiti, il sangue scorre vivace e richiama il pensiero ai sogni giocondi della vita. Luomo che ha saputo misurare e dividere il tempo come lo spazio, ha pure assegnato un termine equo al dolore, come un freno decente agli impeti della gioia. E si obbedisce alla legge, e si contengono quegli impeti, quelle impazienze del sangue. Il nero non  pi nellanima nostra, ma  tuttavia negli abiti; aspettiamo. Il grigio  appena sottentrato al nero, che gi lanima  in festa: aspettiamo ancora. La triste crisalide  presso a rompere i suoi involucri; la farfalletta bianca liberer le sue ali, spiegher presto il suo volo nella verde allegrezza dei prati. La donna non aveva ancora che le sue passeggiate, in atteggiamento composto, in aspetto severo; rieccola alle feste, ai balli, ai teatri. Il sogno della vita ripiglia il corso interrotto.
Sar poi quello di prima? senza nulla di mutato? Una piega invisibile, o inavvertita da prima, non dar un altro indirizzo alle cose? Pensando al caso suo, la duchessa Serena poteva sperare di no. Vedeva immutato il suo dolce imperio sugli occhi; doveva crederlo immutato sui cuori. Sopra un cuore, almeno; ch poco, anzi nulla, le premeva degli altri.
Lo spirito pi grave ha le sue fanciullaggini, come il pi leggero, e si compiace qualche volta di giuocare la sua posta sui capricci del caso. Se la tal cosa mi va in questo senso si dice  segno che la tal altra riescir intieramente secondo il mio desiderio. Anche la duchessa Serena aveva giuocata la sua posta, e si consolava della sua vittoria. Ammirata con la solita costanza da tutti i suoi vecchi astronomi, probabilmente invidiata da tante nemiche intime, i cui occhi e le lenti si volgevano a lei cos spesso, come non doveva ella prendere buon augurio  dal fato? Come non doveva esser certa del cuore di Massimo?
Il conte di Riva, lo sapete, non era quella sera a teatro: cosa strana abbastanza per una prima rappresentazione allApollo. Ma che volete? cera di mezzo ima questione donore, nella quale Massimo entrava come padrino. Si trattava di rappattumare due vecchi amici, se la cosa era possibile; di stabilire le condizioni dello scontro, se di pace non avessero voluto sapere. Massimo non aveva accettato lufficio, che a patto di tentar tutte le vie onorevoli, per giungere ad un lieto fine. Era lodevole lintento, e giustificata la intromissione di lui. Ma queste buone intenzioni non poteva averle anche un altro? Perch andava egli a ficcarsi in quei ginepreti? Quando si ama una donna, non si ha forse tutto quel che bisogna, per la felicit del cuore e per la pace dellanima? E c mestieri di altre occupazioni, le quali, alla stretta dei conti, potrebbero guastare quella felicit e turbar quella pace?
Ah! nei primi giorni dellamor loro, quando ella, dovunque andasse, era sicura di trovare il conte di Riva, e lo vedeva tanto da dolersene, da offendersi quasi della sua insistenza, allora il conte di Riva non aveva amici da condurre sul terreno, o da rappattumare in un camerino di trattoria! Non aveva neanche vecchi zii da visitare e da accarezzare, come qualche volta pur gli accadeva, in quegli ultimi tempi della vedovanza di lei.
Ma non singannava ella forse, dubitando cos? Animo, via, un pochettino di ragionamento; bisognava andare al fondo delle cose. Anche quel vivere solamente per lei, dei primissimi tempi, poteva dirsi una bella impresa di Massimo? E non doveva credersi invece che egli avesse danneggiati in qualche modo, con la sua trascuranza, i pi gravi interessi? A questo bisognava por mente, non fermarsi alla superficie, alla prima buccia delle cose. Allora, per farsi scorgere da lei, per averne uno sguardo, per dirle con la sua presenza: vi amo quanti sacrifizi  non aveva egli fatto? Domandarne di nuovi non era egli forse un chieder troppo alla vita di un uomo? La societ, infine, ha i suoi diritti anchessa, come il cuore di una donna; chi vive in societ deve rispettarne le leggi; se si hanno relazioni che possono giovare,  onesto di giovare ad esse, coltivandole; se si hanno amici a cui in un giorno di necessit suprema si pu chiedere un servizio delicato e pericoloso, occorre saper rendere a tempo un servizio agli amici. Povero conte! anche per lui cerano le piccole noie; e bastavano quelle piccole noie per costringerlo a lasciare una prima rappresentazione dellApollo; niente di meno! Ammessi i costumi e le usanze, bisognava notare anche questo, come un grave sacrifizio per lui.
Cos consolata, poich ci si consola facilmente, quando qualche certezza regna nellanimo, o qualche speranza sorride, la duchessa Serena si mostr degna del suo bel nome. I suoi grandi occhi morati rifulsero; la sua piccola fronte alabastrina si spian; lanima sua, raffidata e contenta, fu tutta alle celesti armonie dellAida.
...
.
...
2 .
Raggi filati.
...
.
...
La duchessa Serena prov ad una ad una tutte le soavi commozioni duna volta. Ed anche le piccole seccature: quella tra laltre del continuo aprirsi e richiudersi dei palchi, che riesce tanto molesta agli orecchi, durante il primo atto di una rappresentazione. Ad ogni tratto si sentiva il fruscio delle sete, il saltello degli sgabelli urtati da un piede statuario, e via via tutto quel complesso di strepiti, mal dissimulati dalla lentezza dei movimenti, che vuol dire al buon pubblico: guardatemi, son qua io, venuta  a bella posta sul tardi. Alle apparizioni delle Dee, sorridenti o accigliate, graziose o solenni, entro nuvole di rasi e di trine, con aureole di diamanti e di perle, seguivano le distrazioni delluditorio, le voltate, i bisbigli, i nomi susurrati, i giudizi, le confidenze tra vicino e vicino. Qualche volta ai rumori di curiosit si aggiungevano i segni di disapprovazione. Le Dee non erano sempre di quelle a cui tutto si permette, e i loro strepiti, prolungati oltre il necessario, e il cinguetto che soverchiava i pi delicati passaggi della musica, o balzava fuori pi stridulo dagli intervalli delle battute daspetto, provocavano le interiezioni della platea, dove protestavano dai loro posti numerati tutti coloro che avevano pagato uno scudo per sentire il canto di Radams e non il passeraio delle dame ciarliere.
Zitto l! brontolava una voce.
E che? osava soggiungere unaltra, facendo dare i vicini in uno scoppio di risa. Siamo forse a ora di vespro sotto gli olmi del Pincio?
Roma, fra tante sue cose buone, ci ha questa, di saper ridere a tempo e di acquetarsi ad un motto scherzevole, anche di poco valore, quando sia detto con garbo. Il popolo romano, ordinariamente cos grave, e alle volte cos fiero, si adatta, si contenta, purch gli diciate unarguzia. Se non gliela dite, non c niente di male; baster lasciargliela dire a lui, che nha sempre da rifarvi il resto.
La Polidori, manco male! mormor la marchesa Flora, osservando una signora apparsa dianzi in un palchetto di seconda fila. Volevo ben dire se non si faceva zittire un po lei!
Ah s; rispose il commendatore Buonsanti. La bella Didina!
Bella? ripigli la marchesa. La trovate bella, cavaliere?
Io? no, veramente; dico quel che dicono gli altri.  uso di chiamarla la bella Didina ed io ripeto, tanto per intenderci, e senza metterci di mio n sal, n pepe. 
Confessate, replic la marchesa Flora, che almeno un po di sale ci vorrebbe. Ne ha cos poco in zucca, la Polidori!
Il commendatore Buonsanti sorrise e sinchin approvando con tutto il busto, come susa a teatro.
 strana questa usanza di giunger tardi, entr a dire la duchessa Serena, che non aveva preso parte alle mormorazioni della sua dama donore. Pare una bella cosa, ed  cos brutta! Che ne dite voi, cavaliere?
Il commendatore trov che la duchessa Serena aveva centomila ragioni; e allarg gli occhi e inarc le sopracciglia quanto bisognava per quel numero spropositato.
S, lo ripeto; soggiunse, centomila ragioni. Ma una mi baster. Si  belle e riconosciute regine tra le belle, anche arrivando modestamente le prime. Cosa o persona che abbia un merito reale ed intrinseco, non ha bisogno di trombe e colpi di gran cassa.
Losservazione, cos volgaruccia comera, voleva un sorriso: e lo ebbe, in grazia della diretta allusione che laveva preceduta. A quel sorriso, a quel premio, il Buonsanti fece gloriosamente la ruota.
Perch lo chiamavano cavaliere, se era commendatore? Per un vezzo, o lettori, per una quintessenza della moda. Pare una diminuzione, a tutta prima, ed  invece un accrescimento di dignit. La commenda, s, mio Dio, la commenda sta bene al collo di un gentiluomo, e rompe piacevolmente quella uggiosa monotonia dellabito di societ: bianco calzato di nero, come si direbbe in araldica. Ma il dare a uno del commendatore, a questi lumi di luna,  troppo poco, essendo troppi i commendati. Voi osserverete che di cavalieri ce n dieci e venti volte di pi. S, veramente, son numerosi come le cavallette nel deserto; ma c anche il vantaggio che se ne hanno di tre specie: i troppi di cui sopra: i pochissimi dellAnnunziata, che son cugini del re,  niente di meno; finalmente i cavalieri di nascita, secondogeniti, o terzogeniti delle nobili famiglie, dove non c un titolo o un nome di feudo da applicare ad ognuno dei rampolli viventi. Il commendatore Buonsanti, per esempio, si sottoscriveva nelle lettere e si faceva stampare sui biglietti di visita: Buonsanto di Carpigliano; e questo Carpigliano, comunello di montagna sotto le Alpi, dove il commendatore Buonsanti aveva un podere con la rispettiva bicocca, poteva benissimo assumere una certaria feudale. Dopo ci, come non chiamarlo almeno cavaliere? Leffetto era anche pi grande, quando gli si dava quel titolo nelle occasioni solenni, mentre portava al collo il gran nastro dormisino verde, con la croce trifogliata e smaltata di bianco dei cavalieri mauriziani.
Ma lasciamo stare da parte queste piccolezze. Il cavaliere commendatore aveva fatta la sua osservazione galante, e la marchesa Flora, intanto, adocchiava qua e l le ultime arrivate.
Ah! esclam la vecchia marchesa. Ecco la Wiedersehen, con le sue perle scaramazze. Le mette proprio a tutte le salse!
Si vede che non  Cleopatra; not il commendatore.
Perch, cavaliere?
Perch quella le mangiava senza salsa.
Bravo! Siete in vena, questa sera.
Non tanto, Donna Flora, non tanto. Infatti, questa non m venuta buona.  scaramazza anche la mia. Dovevo ricordare che Cleopatra ha bevuta la sua, non mangiata, e lha bevuta disciolta nellaceto, che pu benissimo ammettersi come un principio di salsa.
Altro arrivo! disse la marchesa Flora, puntando il cannocchiale da unaltra parte. Vedo un naso....
La SantOronzio? domand il commendatore.
Per lappunto. Quando si parla dun naso, non pu essere che lei. Che naso! Ai miei tempi, vedete, non usavano. 
Ed oggi, Donna Flora, posso assicurarvi che sono appena tollerati.
Ah, meno male! E cos strano! strano quasi come il suo casato. Che santo  questo Oronzio? Esiste nel calendario?
Chi lo sa? Certo, non  dei buoni.
Ah, questa  nuova. Perch?
Perch quello  laggi, Donna Flora, e i Buonsanti son qua. Me la passate, questa?
Come no?  spiritosissima. Lo hai sentito, Serena?
La duchessa rispose con un cenno del capo e con un sorriso blando; ma torn subito con gli occhi alla scena.
Ancora un arrivo! mormor la marchesa. Ma questa sera, tanto per cominciare, vogliono venir tutte verso la fine del primatto? Vedete un po cavaliere, da questa parte, tre palchi dopo il nostro. Son due dame; madre e figlia, a quanto pare, o zia e nipote.
Il Buonsanti impugn il binocolo, e piantatosi col busto avanti e i gomiti alti nel mezzo del palco, punt le lenti sulle nuove venute.
Propenderei piuttosto verso la seconda supposizione, dissegli. La ragazza mi pare carina.
Non osava pi dir bella, il commendatore Buonsanti. Per questa volta, del resto, non avrebbe pi avuto la scusa di ripetere ci che tutti dicevano, poich egli non conosceva quelle due signore, e le vedeva per la prima volta.
 giovane assai; rispose la marchesa. Serena, vedi un po da questa parte. Conosci tu queste due signore?
La duchessa dovette voltarsi ancora una volta per contentare la sua vecchia amica, curiosa come una bambina.
Di chi parli? domand.
Di queste qua, tre palchi pi avanti del nostro; bisbigli la marchesa. 
Serena allora guard e vide le due dame che la sua vecchia amica le aveva indicate. Una di esse, attempata, che dava loro le spalle (magre, ossute ed angolose spalle, per fortuna poco scoperte alla vista) aveva una testa lunga e stretta sopra un collo lungo e smilzo. Si era voltata allora di profilo e mostrava una faccia asciutta e dura, locchio grigio, a cui toglievano anche lucentezza i colori vivaci della sua abbigliatura, i diamanti ondera costellata, agli orecchi, al collo, e perfino nei capelli rossigni, molto lisciati alle tempie, e tirati dietro la nuca. Laltra, seduta di contro a lei, era una fanciulla, vestita di bianco, semplicissima, senza il minimo ornamento, ed anche senzombra di civetteria, poich, appena arrivata, e preso il suo posto, senza dare unocchiata in giro, aveva rivolta tutta la sua attenzione alla scena.
Non so; disse la duchessa, dopo aver guardato un istante. Saranno forastiere.
Ah s, mi fate ricordare... esclam il Buonsanti. Le americane! Sicuro, dovrebbero essere le americane.
Quali? domand la marchesa Flora. Ce ne son tante! Se fossi forte di statistica, vi potrei dire quante ce ne sono, di americane!
In America, capisco; disse il commendatore. Ma in Roma dovrebbero essere assai meno.
Ragion di pi per sapere chi sono quelle due.
Ma, ecco... un certo nome.... Lho sentito ancora ier laltro, in piazza Colonna, allora del corso. Wilson, Thompson, Jackson, Dikson.... Son tutti in son, questi benedetti nomi! e non si sa mai come son!
Luomo saggio deve saper bastare a s stesso. Il commendatore Buonsanti, per quella volta, dovette farsi i complimenti da s. Proprio in quel punto entrava un visitatore nel palco.
Quel visitatore era Almerico di Montegalda, vicentino, conte, non ricchissimo di censo, ma gentiluomo  compito, cortese di modi e semplicissimo; con quel suo aspetto severo, che gli aveva meritato presso gli amici il nomignolo di Guardasigilli. Non era, in verit, che segretario particolare del ministro di grazia e giustizia; ma la gran dignit del portamento, la compostezza, direi quasi la rigidit della persona, e la gravit del discorso, che contrastava anche molto con la sua aria di giovent, facevano dire agli amici che il portafogli sarebbe stato meglio nelle sue mani, anzi che in quelle del piccoletto, irrequieto e nervoso suo principale. Hai listinto della grazia; gli dicevano; hai lamore della giustizia; sei un guardasigilli nato. S, rispondeva egli ridendo, e morr procuratore generale del re, se pure mi avverr di restare in servizio. Perch, gi, a dirvela schietta, una casina sul monte Berico, con un migliaio di scelti amici sugli scaffali, dovrebbe valere tutte le grandezze del mondo.
Lo innalzavano, ed egli si schermiva, non voleva saperne di ambizioni; possedeva anche la modestia, quella cara modestia, che accresce tutte le altre qualit delluomo, agli occhi di coloro che sanno apprezzarla. Ordinariamente, si sa, riesce meglio la sfacciataggine.
La duchessa Serena accolse benissimo il Montegalda. Quel simpatico giovane era un amico sincero e discreto, non invasore, non desideroso di parere intimissimo, come sogliono essere gli amici delle belle signore; misurato nelle sue relazioni, rifuggente dalle modeste assiduit, non reputava necessario di buttarsi ai piedi di una donna, per il solo fatto di esser ricevuto in casa sua, e di essere amico delluomo preferito da lei. Un miracolo, vi dico, un miracolo duomo. Ne nascono ancora, sapete? quantunque, riconosco ancora io che non se ne trovano ad ogni cantonata, come avviene di tanti altri documenti umani.
Son venuto per tempo, duchessa, per esser dei primi a salutare la vostra apparizione, disse Almerico, prendendo accanto a Serena il posto che  gli aveva ceduto il Buonsanti. Tra poco ci sar piena, ed io avrei corso il rischio di non giungere fino a voi.
Credete che ci sar piena? domand la duchessa.
Signora, non si parlava daltro, pocanzi, che della vostra venuta, rispose Almerico.  naturale che tutti gli amici che lhanno osservata, vengano a farvi riverenza.
Gli amici son molto gentili, dissella, aspettiamoli dunque. E frattanto datemi una notizia. Sapete nulla della quistione che  nata ieri, o ier laltro?
Tra chi?
Tra il Savelli e il Riccoboni. Mhanno detto che era il grande avvenimento del giorno.
Ah, s... rispose il Montegalda. Ora me ne ricordo. Ma si saranno strette le destre, siccome tra cortesi alme si suole.
Davvero? e quando?
Dal gesto e dallaccento animato della duchessa, Almerico cap daver detto troppo. Ecco una cosa, pens egli, che non simparer mai abbastanza. Bisogna astenersi sempre dal riferir notizie che riguardino le persone, fossero pure le meno importanti per chi ce ne parla.
Non so, rispose egli poscia, ravvedutosi a tempo. Non ne sono neanche informato, e non manifestavo che una speranza mia. Sapete pure, signora! Noi, guardiani della legge, non vediamo di buon occhio le soluzioni estralegali. Desidero di cuore che la cosa finisca con una stretta di mano.
Tanto pi, soggiunse la duchessa, che la questione non sar grave.
Non so, signora. Ho inteso che son corse delle parole vivaci, ma non ne ho chiesto il perch.
Cherchez la femme, mio caro guardasigilli, cherchez la femme! disse il commendatore Buonsanti.
Ah s? balbett Almerico, tanto per dire  qualche cosa, ma non mostrando nessun desiderio di saperne di pi.
Certo riprese il Buonsanti. E se non fosse per mormorare....
Mormorate, cavaliere! disse la marchesa Flora; mormorate, voi che mormorate cos bene.
Direi, continu allora il Buonsanti, inchinandosi al complimento, e al ricordo delle Mille e una notte, che la causa degli sdegni non  molto lontana di qui. Conosco i miei polli, io, e so che sono doro.
Ah, questa poi, vi riesce male! osserv la marchesa. Ai vostri polli ci cresce unelle, e loro va mandato al plurale.
Almerico, prudentissimo uomo, finse di non badare al modo in cui il nome della Polidori era messo in ballo da quei due. Veramente quel nome ricorreva spesso nelle conversazioni, e la marchesa Flora e il commendatore Buonsanti non facevano nulla di nuovo. Era noto a tutta Roma che la bella Didina, finito un romanzetto col marchese Sernicoli, ne aveva imbastito un altro col duca Savelli, e si sospettava, senza aver mai potuto venir in chiaro del perch e del come, che un duello del Savelli, con un amico della famiglia Polidori, fosse stato cagionato da lei. Il Riccoboni era succeduto al Savelli, nelle grazie della capricciosa signora: niente di pi naturale che tra lui e il Savelli non ci fosse rimasto buon sangue. Perci, udito dun alterco tra i due, si era subito ripetuto il famoso cherchez la femme, oramai diventato pi fastidioso del mal di stomaco.
Il primo atto era finito, e subito dopo capit a far visita Nino Mattei.
Tu giungi a tempo, gli disse il Buonsanti. Si vogliono molte notizie da te.
Eccomi qua: il Ministero ha i giorni contati....
Che, che! Lasciami stare il Ministero. Vogliamo sapere chi sono quelle signore, a sinistra, tre palchi pi avanti: una, la pi vecchia, vestita di colore azzurro marino, e la pi giovane di bianco. 
Ah, le americane! disse il Mattei, dopo aver guardato dove gli indicava il Buonsanti.
Lo avevo ben detto io! esclam il commendatore. Ed hanno un nome che finisce in son. Jackson, Thomson....
No, caro; si chiamano Lockwood.
Senti! avrei giurato che finivano in son.
E invece cominciano, ribatt Nino Mattei. Sonanti, lo sono, e come! Mister Montgomery Lockwood, rispettivo marito e padre, possiede laggi, nel nuovo mondo, una miniera dargento, che farebbe buon giuoco a qualcheduno, nel vecchio.
Credi? replic il Buonsanti. Col monometallismo che invade, c da augurarsela doro.
Non sar io che la rifiuter, se me la regali, disse il Mattei. Per altro, prima che il tuo monometallismo abbia vinta la causa, il sor Montgomery degnissimo avr tempo a dare parecchi milioni di dote alla bionda Evangelina.
Si chiama Evangelina?
No, mi pare anzi che si chiami Madge, diminutivo, vezzeggiativo di Margaret, rispose il Mattei, pronunciando quei nomi a denti stretti. Ma quando vedo una ragazza americana, mi viene sempre in testa che si chiami Evangelina. Ricordi della famosa Capanna!
Che non dovrebbessere annessa al cuore di miss Madge, se c una miniera di mezzo, not saviamente il commendatore Buonsanti.  carina, sai? soggiunse, dopo aver guardata ancora una volta la giovane americana.
Carina! esclam il Mattei. Tu mhai laria di farle grazia.  una bellezza. Ci sono tutti i nostri giovinotti in subbuglio, per quel bottoncino di rosa.
Infatti, disse la marchesa Flora, nessuno va a prender aria, o a fumare lorribile spagnoletta nellatrio. Vedeteli tutti l, nelle sedie chiuse e nei palchi di prima fila incantati a guardarla. E mi pare che la guardino anche dalle altre file, soggiunse, levando gli occhi e passando tutti i palchi in rassegna. C  un gran lavoro di binocoli, per miss Madge, e per la sua miniera dargento. Vo vederla meglio ancor io.
La miniera? domand il commendatore Buonsanti.
Donna Flora non gli rispose; non si volt neanche dalla sua parte. Quella sciocchezza non meritava lincomodo. Del resto, la curiosissima signora voleva veder bene quella fanciulla, tanto decantata dal Mattei, tanto ammirata da tutto il teatro.
Anche la duchessa guard, non potendo fare altrimenti, poich tutti parlavano della bionda americana.
S,  bella, mormor, deponendo tosto il binocolo.
 bella dun genere strano; ripigli il Mattei. Vi prego, Donna Serena, di badare ad una particolarit. Ho detto un bottoncino di rosa, per la giovent e la freschezza; ma nel fatto la bellezza di miss Madge  sul fare della viola mammola. Poca apparenza a tutta prima: una figurina gentile, ma di lineamenti forse troppo raccolti, o non ancora formati, non sviluppati del tutto; ma poi, a ben guardare, una grazia che incanta, una finezza di carnagione.... Proprio come i petali della viola mammola, con quel calicetto nel mezzo, cos soavemente colorito e delicatamente venato!... Una bellezza profonda, intensa, ottenuta nella semplicit delle forme.
Che ardori, caro Mattei! che cognizioni della materia! esclam il commendatore Buonsanti. Anche la semplicit, ci hai trovata, per andare in visibilio?
Che vuoi? Siamo grandi, noi altri, ed accogliamo tutti i generi. Roma qualche volta si ricorda delle sue origini, e sinnamora della semplicit.
Sfido io, con una miniera dargento in prospettiva! replic il commendatore.  una semplicit... composta di molti numeri.
Altre notizie, Mattei? disse la duchessa, sviando il discorso. La questione del Savelli col Riccoboni  finita? 
S, finita, finitissima. Ci sono state spiegazioni soddisfacenti, e i due campioni si sono rappattumati questoggi. Me ne ha parlato Massimo, ancora pochi minuti fa.
La duchessa Serena represse un piccolo moto del suo cuore. Massimo a teatro? Ah, tanto meglio! Ogni pericolo era svanito, e il conte di Riva sarebbe venuto a vederla. Ma perch non era egli ancor giunto?
Ne sono contentissima; rispondeva frattanto a Nino Mattei. Sono sempre cose dispiacevoli, questi dissapori tra amici!
Almerico di Montegalda si era alzato, per prender congedo.
Ve ne andate, conte? dissella.
S, duchessa, e il perch ve lho detto; rispose Almerico, sorridendo.
Vi vedremo qualche volta? ripigli, stendendogli la mano.
Sicuramente! Grazie! rispose Almerico, inchinandosi di bel nuovo.
E stretta la mano gentile che gli era proferta, e ripetuto latto e il saluto per la marchesa Flora, Almerico di Montegalda prese commiato.
Guardasigilli, ti saluto; gli disse il Buonsanti, prendendo lultima stretta di mano.
Anche il Mattei non si trattenne pi molto. Aveva da fare almeno una dozzina di visite, il poverino. Cos, nel palco della duchessa non rimase altri, del sesso forte, che il commendatore... scusate, volevo dire il cavaliere Buonsanti di Carpigliano. N per un pezzo capitarono pi visite. Almerico, in verit, si era troppo affrettato a dire: ci sar piena. Cerano tutti, in teatro, i conoscenti della duchessa, glinevitabili delle sue veglie e dei suoi pomeriggi; ma tutti stavano ai loro posti, come inchiodati, guardando estatici il bottoncino di rosa, miss Madge Lockwood. Dal bianco della sua semplicissima abbigliatura esciva fuori, come da una candida spuma, quella carnagione rosea, periata, a cui dava risalto  la bocca vermiglia, ingenua nella espressione del labbro superiore un tal po rialzato, e locchio vellutato, spesso attonito, donde qualche volta si sprigionava un lampo dintelligenza. La bellezza, si sa,  quasi sempre intelligente; bellezza e ricchezza lo sono poi sempre; c una miniera di spirito, accanto ad una miniera dargento. Del resto, miss Madge meritava tutte quelle ammirazioni. Il collo di ninfa, condotto in una linea purissima fin sotto a quellorecchio fine di cammo, le ciglia lunghe, i capegli doro, il busto che sporgeva bianco dal velluto del parapetto, snello e timidamente rilevato nel timido rigoglio della prima giovent, quali tesori di bellezza nascente! Entro quella candida spuma locchio vagheggiava la forma ascosa, e vedeva una statua di Cleomene, figlio dApollodoro, come dice la scritta. Locchio  un grande indiscreto, e il pensiero  pi indiscreto di lui: ma la statua di Cleomene  una immagine che dice e non dice, e la impresto io, per loccasione, senza essere il padrone legittimo, e neanche il custode della Galleria degli Ufizi.
Miss Madge, che nome! mormor la marchesa Flora. Margherita non andrebbe egualmente bene, anzi di pi? Mi figuro che Madge suoni in inglese come Ghita in italiano. Ma vedi un po! detto in inglese non  pi volgare, per orecchi italiani. Osserviamola un pochino, questa ottava maraviglia. In verit, non pare neanche la figlia di sua madre.
Per ora; disse il Buonsanti; ma poi!...
Come? credete voi, cavaliere, che abbia da somigliare un giorno a quella... come chiamarla, sua madre?
Donna Flora, chiamiamola pure giraffa, o manico di granata, rispose il Buonsanti. Tanto, non c nessuno a sentirci. Quanto a ci che avverr, ne son certo. Vedete il collo dellottava maraviglia;  un pochino pi lungo del necessario. Vedete la testa;  piccina, pi lunga che larga. Le spalle non mi paiono neanche alte abbastanza. Date tempo al tempo, e vedrete. 
Ahim, cavaliere! esclam la vecchia marchesa. Noi non ci saremo pi, per vedere. Ed  il presente, che vale; il presente, a cui bisogna guardare.
Serena sospir.  il presente che vale! E per il presente, quella fanciulla era la regina del teatro.
La marchesa Flora aveva dato di piglio al binocolo, e lo puntava verso quella figurina di fanciulla, col dorso della mano in fuori, secondo la vecchia costumanza, incomoda ma graziosa tanto, che permetteva di mostrare quella mano al pubblico e di far vedere la pozzetta al gomito, quando il braccio era bello. Abitudine, oramai, in Donna Flora, e non atto premeditato, poich da un pezzo la marchesa portava il braccio coperto. Ma, lo sapete, anche quando veste il braccio e le spalle, una donna che  stata bella non perde mai la vecchia abitudine.
 carina, sai! ripigli donna Flora, dopo aver minutamente osservata la giovane americana.
S? disse di rimando Serena, levando anchessa il binocolo, per guardar la fanciulla.
Era bella come un bel fiore, miss Madge Lockwood; e la duchessa Serena nebbe una stretta violenta al cuore. Perch? C egli qualche cosa che ci avverte, vedendo una persona, come se volesse dirci: questa ti far soffrire? Non andiamo tantoltre. La duchessa soffriva gi fin dallora, pensando che se la bellezza di miss Madge era molta, non era altrimenti nuova, n strana; che ella pure, la duchessa Serena, era stata un giorno cos, un bel fiore appena sbocciato. Non lavevano paragonata alla rosa, che dieci anni addietro non era pi, o non era ancora ritornata alla moda; lavevano paragonata alla Vergine di Colle beato, che era tuttavia la regina delle camelie, ahim prima che per essa e per tutta la sua numerosa famiglia si mutasse, insieme con la moda, il gusto del pubblico. Ed era una festa, dovunque ella apparisse, e i cuori volavano a lei, visibili immagini entro una atmosfera vermiglia, ardente del fuoco di mille desiderii. Cos era stata  ancora da sposa, e forse di pi, perch pi fatta, pi rigogliosa e fiorente. Le ammirazioni erano cresciute, i cuori volavano pi numerosi, pi ardenti, e tra quelle vampe pi fitte fremevano le prime audacie della giaculatoria, della invocazione, della preghiera, mormorata con accento profondo, quasi singhiozzata, tra i versetti dellinno. Ahim, quanto era durato lincantesimo, per cui aveva potuto credersi una divinit scesa in terra? Dove era andata quella dolce illusione che non dovrebbe nascer mai, o non morire mai pi?
Lillusione aveva fatto capolino, per un istante, al primo riapparire della duchessa Serena in teatro. Di quelle ammirazioni, come di un grato aroma, aveva aspirate le pi sottili fragranze, e dentro di s ne aveva fatto omaggio, come suole una donna amante, al diletto del cuor suo. Ed egli frattanto non appariva; ed ella provava intorno al cuore come una sensazione di freddo. Le vampe non salivano pi a lei, non la circondavano pi; quella colonna di fuoco, visibile agli occhi dello spirito, andava su su ad involgere quella fanciulla bionda e rosata; dogni parte a miss Madge lunghe occhiate dinvidia, lunghe occhiate di desiderio. Invidia o desiderio, ammirazione o gelosia, che importano i nomi? Una sola  la cosa: il trionfo.
E Massimo non appariva ancora. Come si sentiva sola in quella moltitudine! Tutto ad un tratto si aperse luscio del palchetto. Oh, finalmente! era lui? La duchessa volse gli occhi a guardare. No, non era lui: erano i due fratelli Siamesi. Vogliate scusarmi, il nome non linvento io. So bene che quei due giovani personaggi si sarebbero potuti chiamare pi nobilmente i Discuri, Castore e Polluce, anzi, poich si era in Roma, a dirittura i Cstori. Ma che ci volete fare? Siamo in tempi prosaici, e a chi aveva imposto un nome ai due personaggi inseparabili era parso di dire una cosa meglio intesa da tutti, chiamandoli i fratelli Siamesi. Non erano gi appiccicati da un muscolo comune; ma il legame  morale che li univa era ancora pi visibile di ogni vincolo materiale.
Non erano nati ad un parto; eppure si erano avviati a scuola nel medesimo giorno. Il maggiore aveva aspettato un anno il minore, per andare con lui ad attingere alle fonti del sapere; insieme avevano fatte le medesime classi, e ricevuti perfino i medesimi premi. Pares merito, come si diceva nelle antiche scuole! Fosse per giustizia assoluta, o per giustizia relativa, o perch meritassero il premio tutte due, o perch non si volesse aver aria di commettere parzialit a danno dei terzi, i maestri solevano dare un premio di diligenza a tutte due; era lultimo, e non faceva nascere invidie troppo forti. Alluniversit si erano laureati il medesimo giorno. Spettacolo commovente per la famiglia! due tesi stampate, due corone di lauro, due avvocati, in quel giorno, nella medesima casa! Ma non si spaventi nessuno; non mi dica nessuno che due avvocati sarebbero gi abbastanza per un rione. I nostri due laureati erano ricchi, e non dovevano patrocinare. Dio buono, se avessero mai dovuto cogliere le medesime palme alla sbarra, polverizzare due volte in un giorno il faticoso edifizio dellaccusa! No, no, questi pericoli erano fortunatamente evitati. Ci sarebbe stato quello che prendessero la stessa moglie; ma erano avvocati, e non avevano durato fatica ad intendere che la cosa non sarebbe stata legale. Per altro, si rifacevano di quel piccolo guaio, restando scapoli ambedue. Marciavano sempre in pariglia; facevano insieme le stesse visite, dicevano le medesime cose; o pi veramente, uno diceva e laltro ripeteva. Se eran cose da dover ridere, ridevano insieme, o alternamente, secondo i casi.
Erano baroni tutti e due; ma, perch viveva il babbo, li chiamavano anche i baroncini. Biondi, rosei di buccia, come due mele appiole; uno aveva molta barba, e laltro un po meno; per pareggiare, portavano ambedue la faccia rasa. IL pi alto andava a capo chino, il pi piccolo a capo diritto, ed anche  in questo riescivano a far pari. Uno si chiamava Pietro e laltro Paolo, sicch il loro onomastico ricorreva nel medesimo giorno: il ventinove di giugno, salvo errore.
La duchessa Serena fu costretta a godersi la conversazione di tutti e due per una mezzora buona. Povera Aida, se a quellora la bella e malinconica dama avesse ancora avuto desiderio di ascoltare la musica!
E cos, duchessa, si diverte? diceva Pietro.
Le piace lo spettacolo? soggiungeva Paolo.
Una bella mostra di fiori in teatro, le pare?
C da scegliere, non  vero?
Dite barone, interruppe la marchesa, per introdurre qualche novit nel discorso, quale scegliereste voi?
Paolo rimase un po sconcertato, e si volse a Pietro, che rispose per lui, sorridendo:
Si capisce, marchesa... non c da domandare.
Non c da dubitare nemmeno, soggiunse Paolo, sorridendo anche lui.
Lasciamo i presenti, disse la vecchia marchesa, che ci si divertiva mezzo mondo. I presenti non contano.
Se  per obbedirla! disse Pietro.
Se  per contentarla! soggiunse Paolo.
Obbedite e contentate, replic Donna Flora. Che vi pare della Polidori?
Non c male.
 passabile.
Non vi riscaldate molto, a quel che pare. E della Santangeli?
Bella, s, ma infine....
C di meglio, marchesa!
Ah, bravi! Avete dunque una preferenza? Meno male. E tutti e due per la stessa?
Perch no? Quando si ammira!...
Quando si ha da dire la verit!
Avanti dunque! che cosa preferite? Sentiamo.
Marchesa, ci sono certi raggi filati! rispose Paolo. 
Raggi filati, marchesa! ribad Pietro.
Per quella volta la marchesa Flora dovette tener bordone a quei due, e ripetere la stessa frase anche lei.
Raggi filati! esclam. Che roba ?
La novit della serata; rispose Paolo.
Lultimissimo figurino; soggiunse Pietro. Veda qui presso, tre palchi dopo questo.
Ah, davvero? Lamericana?
S, per lappunto.
E dite raggi filati!
Perch no? rispose Pietro. Non si dice aria tessuta? Non si dice capegli doro? Non si dice anche oro filato?
Qui, soggiunse Paolo,  un oro filato, che risplende come il sole. Si potr dir dunque raggi filati.
E rise, il baroncino Paolo, e gli fece la terza il baroncino Pietro.
Benissimo! disse la marchesa. E lavete trovata voi, signor Paolo?
No, marchesa, rispose questi, facendosi rosso,  mio fratello Pietro!
Complimenti a voi, dunque!
Oh, non  il caso, disse Pietro. A me era venuta senza pensarci;  mio fratello Paolo che lha osservata.
Nobile gara tra fratelli! esclam Donna Flora. Diciamo dunque raggi filati.  carina, la frase, carina tanto! Non pare anche a te, Serena?
La duchessa rispose con un leggero movimento di labbra. Ella oramai non poteva pi sorridere. Poco dopo, offrendole la marchesa di cambiar posto, accett; ma, comebbe ceduto il suo allamica, ella si ritir in fondo al palchetto, pregando uno dei Discuri di far riscontro a Donna Flora.
Che hai? domand questa allamica.
Niente; rispose Serena. Mi d un po noia la luce.
Gi! disse il Buonsanti. Con tanti raggi filati! 
Oh, ci son quelli del gas, che stasera sono pi molesti del solito; replic la duchessa, non volendo sentir lallusione, del resto involontaria, del cavaliere degnissimo.
E rimase nel suo angolo, allombra, felice in apparenza di aver cansato il riverbero di quella gran luce; mentre i due fratelli si offrivano il posto buono a vicenda.
Vada Pietro; disse il Buonsanti, per far finire la scena; Pietro  il principe degli apostoli.
Grazie; rispose Pietro. Ma Paolo  lapostolo.
Gi, per antonomasia! soggiunse Paolo.
Bravi, bravi! esclam la marchesa. Gareggiate sempre; non vi sorpassate mai. Se tutti facessero cos, non ci sarebbero pi gelosie, n invidie, nel mondo. Non ti pare, Serena?
Serena rispose con un altro cenno del capo. Non sorrideva pi, non coglieva pi il senso. Povero regno finito! il regno effimero, il regno della luce, dei raggi, degli ardori! Quanti madrigali, una volta, quante ammirazioni e quante frasi per lei! Ora non pi; la gran folla aveva un altro argomento alle sue ammirazioni; per altre bellezze torniva le sue frasi, cesellava i suoi madrigali. E Massimo era comparso in teatro, e non era salito da lei.
Dieci anni dopo! Dieci anni! Triste cosa, quei dieci anni dopo, nella bellezza, nella giovent di una donna!
...
.
...
3.
 Servizio da amico.
...
.
...
Escito dal palco della duchessa, Almerico di Montegalda aveva fatto due altre visite, e, dopo aver fumata una spagnoletta nellatrio, se ne ritornava dentro, per andare a prendere posto nella sua poltrona,  volendo sentire a suo bellagio i due ultimi atti dellopera. Ma aveva fatti i conti senza loste, il nostro bravo Almerico. Entrato a mala pena nel corridoio, simbatt nel conte di Riva.
Oh, Massimo, buona sera! gli disse.
Buona seral gli rispose quellaltro, un po seccato dellincontro e desideroso di proseguire la sua via.
Almerico non aveva nessuna ragione per trattenerlo; ma credette necessario di dirgli:
Sei stato dalla duchessa di San Secondo?
No, rispose Massimo.
E non fai conto di andarci?
No, stasera non posso.
Bada! disse Almerico. Non ti avevo fatto una domanda per sapere che non puoi, bens per raccomandarti... di potere.
Raccomandarmi! E perch?
Perch ci sono stato io, tra il primo atto e il secondo. La signora non era molto tranquilla, per quella certa questione donore, in cui eri impegnato come padrino.
 finita, oramai, con una stretta di mano; rispose Massimo.
E glielhanno detto, me presente; replic il Montegalda. E le hanno detto ancora che tu eri a teatro.
Massimo fece un gesto di stizza.
Ah, maledette lingue! esclam. C egli bisogno di andare attorno, per raccontare a questo e a quello chi s visto e chi non s visto? Tessere il discorso con gli affari degli altri  un mostrar chiaramente che non se ne hanno di proprii; non ti pare?
Cos penso ancor io; disse Almerico. E con tutto ci, sono stato l l per fare lo stesso. Veramente, non era per un moto spontaneo; soggiunse il giovanotto. La duchessa Serena mi aveva chiesto se sapevo niente della questione tra il Riccoboni e il Savelli. 
E tu?
Ed io lo dissi che la credevo finita. Ma mi balen alla mente che a te potesse premere di non farla finita cos presto, e soggiunsi che non sapevo nulla di certo, che manifestavo solamente una mia speranza, che esprimevo anzi un mio desiderio. Ma che vuoi? gli altri, sopraggiunti a far visita, non furono cos discreti come il tuo povero amico.
Grazie! disse Massimo. Grazie a te, per la buona intenzione. Avevo bisogno di un po di tregua... nella mia felicit! E le hanno detto ancora che io ero in teatro?
S, ed anche in principio di spettacolo. Capirai! Perci ti ripeto, va a far la tua visita.
Non posso.
Non puoi?
Non posso, non devo e non voglio.
Ah, diamine! Un caso grave, adunque! osserv il Montegalda. C qualche nube per aria? Gelosie, forse? Avresti il torto, perch non ne vedo argomento. -
Massimo rispose a quella riflessione dellamico con una crollata di spalle.
Oh Dio! mormor. Vuoi proprio saperlo?
No, non voglio, io; disse Almerico. Perdonami, anzi, se sono stato indiscreto con la mia domanda, e forse imprudente con la mia buona intenzione. Non c amicizia, lo capisco io per il primo, non c amicizia che giustifichi la spontaneit di certi servizi.
Senti, rispose Massimo, vedendo che quellaltro si metteva sul grave, fammi il piacere di non ritirarti ora nel castello delle cerimonie. Ti ho ringraziato pocanzi; ho dunque ammesso implicitamente la buona intenzione tua e il servizio che mi hai reso. Ora, se io te ne chiedessi un altro?...
Sarei qui pronto a tuoi ordini; disse Almerico.
S, mormor Massimo, sei capitato in buon punto. Ma bada, sar un discorso lungo, e tu  dovresti sacrificarmi questa ultima parte dello spettacolo. Hai da fare, tu?
No, mio caro, son libero, e di testa e di cuore.
Beato te!
Come lo dici!
In quel modo che si dicono queste cose. Ti pare strano che io tinvidii? Ho il cuore in fiamme, la testa fuori di squadra, e un diavolo per occhio.
Povero Massimo, quante disgrazie in una! Vieni dunque, e lasciamo le foreste imbalsamate per unaltra sera. Dove vuoi che andiamo? Da te?
No, rispose Massimo,  troppo lontano, dai Santi Apostoli. Non abiti tu qui presso?
Eh! disse Almerico. Qui presso, non tanto! a Fontanella Borghese. Ma perch ad ogni modo bisognerebbe passare di l o molto vicino, andiamo pure a casa mia.
Erano scesi, frattanto, e avevano presi i loro pastrani dal custode.
Anchio ero sciocco, borbottava Massimo a credere di poter dare una capatina in teatro, senza essere veduto e annunziato alle turbe.
O perch venirci, allora?
Non te lho detto? ero sciocco.
E perch poi esser sciocco?
Perch... perch sono innamorato.
Questo lo sapevo, disse Almerico. Ma  sempre bene sentirlo dalle tue labbra, perch gi incominciavo a dubitarne.
Tinganni, mormor Massimo. Io non ti parlavo... di lei.
Allora, replic Almerico, io non capisco pi nulla.
Vieni, ti dir tutto quando saremo a casa tua, disse Massimo. Tu sei un vero amico; tu puoi rendermi un grande servizio. Non so ancora quale, o in che modo; ma tu vedrai, giudicherai, e con la tua esperienza troverai quel che bisogna. Perch, vedi,  necessario trovarla, una via; altrimenti, io sono un uomo perduto. 
Almerico di Montegalda incominci a spaventarsi. Veramente, il linguaggio di Massimo era sempre un po esagerato; ma, anche a voler fargli la tara, il turbamento del conte di Riva, quella sua medesima ripugnanza a recarsi nel palco della duchessa di San Secondo, indicavano gi che il caso era grave. Dopo quella chiusa tragica: sono un uomo perduto, Almerico non ebbe pi coraggio di ridere.
Andiamo, via! dissegli, mettendo amorevolmente una mano sulla spalla di Massimo. Non veder le cose tanto brutte. Se una via si ha da cercare, si cercher e si trover. Eccoci intanto a casa. Vieni con me, sono a mala pena tre scale.
Massimo di Riva segu lamico, senza far altre parole. Giunto al secondo piano della casa, fu introdotto nel quartierino tranquillo, dove Almerico di Montegalda aveva raccolti i suoi vaganti penati. Era scapolo, il nostro Almerico, ma era anche avvocato, e in quel piccolo quartierino di tre stanze il salotto si era tramutato in uno studio, dove, scambio di sof, di cantoniere, di quadri, si vedevano scanse piene di libri. Unica eleganza, sulla tavola rotonda che stava in mezzo alla sala, sorgeva un minuscolo cavalletto da pittori, e su quel cavalletto era posto un ritratto.
Al primo raggio di luce che Almerico aveva ottenuto, accendendo un torchietto di cera, Massimo vide il ritratto, chiuso in una bella cornice di velluto, e non seppe resistere alla tentazione di guardarlo da vicino. Niente donne, in casa di Almerico! Quello era il ritratto di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia.
Ah, meno male! esclam Massimo. Credevo gi che tu pure dovessi cedere al capriccio di far vedere a tutti la vera e miracolosa effigie di Nostra Signora del perfetto amore. Son pur curiose, le donne, con la loro mana di far sapere certe cose!
Non mi pare che abbiano poi tutti i torti; disse Almerico. Se regnano nel cuore di un uomo,  giusto che vogliano regnare nella sua casa; non  fossaltro, per discacciarne le altre, o per tenerle lontane.
Eppure, tu non ce lhai in mostra, il ritratto della tua bella; replic Massimo che voleva aver sempre ragione. C invece il ritratto del tuo ministro.
Me lo ha regalato; disse Almerico. Non potevo fargli il torto di chiuderlo in un cassetto.
E quello di Madonna?
Caro mio, quello non c, perch Madonna mi manca. Hai tu mai veduto il ritratto di una donna che non esiste?
Eh via! Tu non lhai, proprio, linnamorata?
Non ho innamorata; rispose Almerico.
E come vivi? alla tua etl
Miracoli, amico mio, miracoli che facciamo noi. Non credere per altro che al ministero di grazia e giustizia siano tutti cos. Ti parlo per me, e solamente di me. Alla mia et, non ho innamorata, e la cosa, che ti par triste, ha ancora i suoi piccoli vantaggi. Vedi, per esempio: non mi procuro occasioni di pentimento.,
Ah, s! grid Massimo allora. Se tu sapessi come son pentito io! Perch, infine, queste son sempre catene. Paiono di rose, da principio; e poi, quando uno si prova a spezzarle....
Sono di ferro, non  vero? disse Almerico. Ma bisognerebbe guardarci prima: e vedere se convengono.
S, tu hai un bel dire, tu che hai il cuore tranquillo! Prova a innamorarti, e vedrai se ti basta il tempo di studiare, di prevedere certe cose! Intanto, eccomi qua, come tu mi vedi, capitato male. Compiangimi!
Scusami, non me ne verrebbe voglia; disse Almerico. Una donna cos bella!... E cos innamorata, poi!...
Anche tu! esclam Massimo. Anche tu? Caro Almerico! se tu sapessi come le apparenze ingannano! Senti; comunque possa soffrirne la mia  dignit, voglio dirti ogni cosa, e davvero sarai costretto a compiangermi. Prima, viveva lui; dunque, come puoi immaginarti, doveri! Lui morto, altri doveri; anzi, doveri pi che mai. Queste cose non si dicono, naturalmente; sindovinano, si sentono nellaria; e quando non si sentissero, quando non si indovinassero, te naccorgeresti egualmente, alla prima parola un po calda che ti escisse dal labbro. Il dovere  sempre l, guardia armata, che ti esorta a star cheto, e che al bisogno potrebbe far uso delle armi. Lintimazione, tre squilli.... I regolamenti della pubblica sicurezza son chiari. Nel fondo, una donna fredda, una donna gelata. I francesi hanno scoperto le donne di marmo. Inezie, caro mio! Del marmo si fa ancora la calce, con laiuto del fuoco vivo. Ma la donna di neve! ma la donna di ghiaccio! Che se ne fa? A me, per tutti i diavoli,  capitata una di queste. Vedi tu il caso mio.
E si ferm, il conte di Riva, si ferm con laria disperata della donna biblica. O voi che passate per questa via, fermatevi e vedete se c dolore che sagguagli al mio.
Sia pure; disse Almerico gravemente. Ma la vedovanza  finita.
Ebbene, ecco il guaio. I doveri verso il vivo, i doveri verso il morto, non ti accennano altri doveri alle viste? C l, davanti a me, lombra di un ufficiale dello Stato civile, e lombra di un prete. Io faccio la debita stima del duca Torlonia, che  un degno gentiluomo. Ne faccio altrettanta del parroco di SantEustachio, di cui tutti dicono un gran bene. Ma vedi come certe condizioni ti guastano un uomo! Quella sciarpa tricolore e quella stola, mi dnno noia!
Non ti capisco; disse Almerico. Hai incontrata una relazione di cuore. Si chiamano cos, non  vero? Ebbene, tu lhai avuta, con tutte le sue ebbrezze fugaci....
Ma niente di ci, te lho detto! interruppe Massimo. Niente fugaci! niente ebbrezze!
Lasciami finire, benedetto ragazzo! ripigli  Almerico. Lhai incontrata, con le sue ebbrezze fugaci, e si capisce allora che la saziet sia venuta. C della gente che ama per saziarsi, e della gente che ama e non si sazia di amare. Ma tu, felice mortale, nella tua stessa infelicit, hai avuto il meglio; lamore che si confessa e non cede, lamore che attira e trattiene, mantenendo viva la fiamma. Hai potuto vedere, e non senza ammirazione, mimmagino! comella, anche amando te, perch lamore non si comanda, rispettasse nondimeno luomo di cui ella portava il nome. Hai veduto che in lei non era solamente paura, ma anche e sopra tutto delicatezza di sentire, poich ha rispettati i suoi doveri di vedova. Dei buoni! esclam Almerico, saltando, in una esclamazione classica, una triplice fila di ragionamenti inutili.  proprio il caso di andar da lei in gran cerimonia e di dirle: Signora duchessa, vi degnereste voi di scendere un paio di gradini, diventando contessa?
Ed  ci che mi turba, rispose Massimo. Proprio questo discorso, che a te sembra tanto facile....
Quanto necessario! interruppe Almerico.
Necessario, poi! Alla fin fine, niente  necessario, nello stato in cui sono rimasto. Ti dir che ci mi turba, perch credo che ci si aspetta da me. E sono due mesi che si aspetta da me, e son due mesi che ci penso, divorando la mia rabbia.
Infatti, disse Almerico, da due mesi  finito lanno di lutto. Io, vedi, credevo che tu avessi gi fatta la tua brava domanda.
Lavrei fatta... forse.... balbett Massimo, se avessi potuto credere che non fosse aspettata con tanta severit di contegno. Ma sai che  una cosa che offende?
Quale?
Che su questa brava domanda, come tu la chiami, si facesse tanto assegnamento, perbacco!
E te ne duole? Ma io ne sarei felicissimo, disse Almerico. Infine, la signora ebbe il rispetto  del matrimonio, quantunque potesse dirsi mal maritata. Ebbe il rispetto della vedovanza, quantunque potesse credersi liberata da ogni obbligo. Ha oggi il rispetto dellamor suo.
Ed io non so che farmene! grid Massimo inviperito. Non amo questo rispetto, io! Lamore...  lamore.
Definizione nuova!
O nuova o vecchia,  la buona! Quando un metallo si trova nella miniera mescolato ad un altro, sai che si fa? Si manda nel forno, a farne la separazione. Coi mezzi appropriati che io non ti ho da dir qui, il piombo si manda di qua e largento di l. Che cosaltro ho da aggiungerti? Ho amata quella donna: s, lho amata come un pazzo; ho pianto, ho ruggito, ho sofferto, ho fatto delle vite orribili, delle vite infernali. Ella vedeva tutto ci; aveva laria di compatirmi. Dico laria, perch di parole non ne ho sentito pur una. Erano balsami che teneva sotto chiave, a quanto pare! Poi il caso lha fatta libera. Era il momento di parlare, Dio mio! almeno di dirmele, quelle buone parole! Ebbene, vuoi saperlo? Sempre quella di prima. Cortesie, gentilezze, desiderio di vedermi quel giorno, e il giorno dopo... e nientaltro. Dicevi una parola pi ardente del solito? Calma, vi prego! Perdevi a dirittura le staffe? Mio Dio! non fate cos; abbiate un po di pazienza. Caro mio, ne ho avuta della pazienza! Ma proprio allora mi sono convinto che quella donna aveva fatto il suo calcolo.
Tu, ne avevi ben fatto un altro! osserv placidamente Almerico.
No, ti assicuro. Io amavo. Chi ama non calcola, sentenzi Massimo con la sua sicurezza maravigliosa.
Almerico non ne era troppo persuaso, e tentenn la testa, prima di rispondere al ragionamento di Massimo.
Capisco, dissegli, capisco per luomo. Come potrebbe mai calcolare, in questi momenti difficili,  egli che di questi momenti ne ha avuti dieci, venti, forse pi nella sua vita?
Tu mi biasimi! esclam Massimo, che sent lironia.
Un pochino, rispose Almerico. O piuttosto, vediamo diversamente, su questo particolare, ed  naturale che io te lo confessi; il che non toglie che io ti voglia bene egualmente.
Ah s! Non ci mancherebbe pi altro che per un modo diverso di pensare intorno alle donne noi non fossimo pi amici! grid Massimo, riscaldandosi a freddo. Io, vedi? ho dellamore unopinione mia, che credo giustissima. Lamore  una passione ardente, che  accesa dal desiderio. Ci non  bello, lo so, ma  vero. Comunque sia, il giuoco potrebbessere leale, se ci fosse sincerit da una parte e dallaltra. Ma questa sincerit, che in noi  grandissima (e chiamala pure brutalit, purch tu la veda sincera), non  egualmente nelle donne, ed io, per la parte mia, ne so qualche cosa. Giuocano, s, ma per amore del giuoco; se guadagnano, vogliono tutta la posta tua; se prdono, non vogliono pagar che linvito.  un giuoco, e sia; si ha da vincere, o si ha da perdere, passi ancora; ma, vivaddio! si vinca o si perda, non bisogna esser vittime. Cos la penso io in amore. Ma nellamicizia! grid Massimo, infervorandosi. Nellamicizia  unaltra cosa. Io, l, sono costante, e mi d tutto intiero. Quando ho detto ad un uomo: siamo amici, quando ho posta la mia mano nella sua,  un contratto per tutta la vita. Non mi credi?
Ti credo; disse Almerico, prendendo la mano che Massimo gli offriva.  qualche cosa esser costanti in un affetto, fra tanti!
Lord Byron lo ha detto; replic Massimo. Lamicizia  lamore senzali.
Meno male! rispose Almerico. Povera umanit, se anche lamicizia fosse provveduta di queste appendici!
Dunque ripigli Massimo io conto su te.  Tu sei un vero amico; amico fino alleroismo, non  vero? Ed io ho bisogno di un eroe. I want a hero an uncommon want.
C bisogno di dirmelo in inglese? domand Almerico, sorridendo.
 un verso di lord Byron; rispose Massimo.
Che tu mi citi per la seconda volta. A momenti maspetto un po di Shakspeare. Ma per che cosa conti su me? Quale eroismo mi chiedi?
Eccoti, mio buon Almerico. Ti ho detto che sono stanco. Il mestiere di vittima non mi conviene.
E lo dici ora, che sarebbe venuto il momento di diventare altra cosa? Sii ragionevole, Massimo! Se la signora ti ama, se vuole esser tua davanti a tutte le autorit costituite, non pare a te che ti dia una bella prova di amore? Infine, guardaci bene! non  una donna che abbia mestieri di te, n di un altro.
Massimo di Riva sbuff un tantino, lasciando passare quella rffica di buon senso.
Vuoi proprio sapere la verit? grid egli, come quellaltro ebbe finito.
Ma s, se credi, come in Corte dAssise: la verit, tutta la verit, nientaltro che la verit.
Ebbene, sappi; disse Massimo; son per dare della testa in un muro. Sono.... innamorato.
E di unaltra; mi pare di capirlo; rispose Almerico.
Di unaltra; replic Massimo. E questaltra .... miss Lockwood.
Ah! grid Almerico. The United States? Lascia il Byron, allora, e cita il Longfellow.
Non lo conosco; rispose Massimo. Del resto non occorre. Miss Madge ama lord Byron.
Sai gi chi ama, dei morti; ripigli Almerico. Saprai ancora chi ama, dei vivi.
S. Almeno.... non potrei dubitarne pi, dopo certi discorsi che le ho fatti, e chella ha benignamente ascoltati.
Ma bravo! Sei dunque gi avanti! 
Ti prego di giudicarne. Prima di tutto, hai da sapere dove lho conosciuta: al ballo dellambasciata inglese.
Me ne rammento, di questo; disse Almerico. E la duchessa non cera.
Gi! rispose Massimo. Non ci sarebbe mancato altro! Cera invece lei, miss Madge, che io vedevo per la prima volta. Che maraviglia! che fior di bellezza! che stella! Ma questi paragoni non dicono abbastanza. Miss Madge  unangiolessa.
Chiamala almeno angeletta! disse Almerico. Ti troverai daccordo con la buona lingua, e con Dante Alighieri, suo padre.
E sia, diciamo angeletta, sebbene questo diminutivo non si attagli che al giro della sua vita cos snella. Per venire al fatto, sono stato presentato alla signora Lockwood, ed ho, Dei immortali! ballato con lei. Ma poi mi sono ricattato, ballando con sua figlia. Oh se mi son ricattato! Se rammenti, sono stato il suo cavaliere per il cotillon. Che incantesimo il mio, con quel tesoro di freschezza, di grazia, di profumo, tra le braccia!
Permetti unosservazione; disse Almerico. Sai quel che succede dai profumieri? Lultima essenza che si fiuta par sempre la migliore.
Massimo rispose allosservazione con una crollata di spalle.
Ora continua; soggiunse Almerico; non tinterrompo pi.
Ah! meno male! Doveravamo rimasti? Al ballo, non  vero? Ebbene, caro mio, mi sono inebriato di quella freschezza, di quel profumo, di quel candore. Io, io, che non credevo allattrattiva delle fanciulle, che le dicevo insipide! Dio degli Dei! Forse pensavo cos, perch non mi ero imbattuto ancora in quella che doveva colpirmi. E glielho detto, sai? Sono andato il giorno dopo a far visita. Vuoi credere? Miss Madge mi ha ricevuto.... sola.
Sola?
Sola, solissima. Pare che sia luso, in America.  La mamma venne, ma pi tardi, e poi se ne and ancora, per ritornare unora dopo.
Che visita! Si usa di farle cos lunghe, in America?
Non ne so nulla. Si chiacchierava cos bene, che ho dimenticato lorario e le convenienze europee.
E mister Lockwood?
Oh, quello si vede poco. Lho incontrato solamente alla seconda visita. Mi ha dato una stretta di mano.... una stretta! Figrati che la sento ancora. Devessere un uomo sincero, mister Lockwood. Dei nostri costumi sa poco o nulla. Mi ha domandato se da noi c differenza di grado tra conte e marchese, o tra marchese e duca. Gli ho spiegata la cosa per filo e per segno. Una volta, s, quando ai titoli corrispondevano gli uffici, la differenza cera; oggi non son pi diversi che i nomi. Capisco, mi disse, non significano pi nulla. Eppure, vi raccomando di non buttarli via: una corona sta bene, allo sportello della camozza.
Saggio americano! esclam il Montegalda. Come vede subito il lato pratico delle cose!
Ritorniamo a miss Madge; riprese il conte di Riva. I parenti sono due strane figure, in verit! e non si capisce come da un cos ruvido tronco sia nato un fiorellino cos gentile. La rosa dal ramo spinoso, capisco.... la gagga.... la mimosa pudica.... Ma vedi, Almerico? Queste son tutte immagini scolorite di ci che appare quella stupenda creatura, in mezzo ai suoi rispettabili genitori. Egli  rustico, si conosce alla prima: non sintende che di dollari. Chi sa? era forse un minatore, innalzato dalla fortuna, che  cieca. Il senso degli affari, lo ha, e molto, sviluppato; ma si vede chiaro che la sua intelligenza non s accresciuta che di l, lasciandolo corto in tutto il resto. La madre, poi, non  nulla; forse era una buona diavola di cameriera, che oggi, trovandosi tante volte milionaria, e non volendo sfigurare in mezzo alla gente colta dEuropa, sta pi zitta che  pu.  un portadiamanti, un servizio da t, una dama di compagnia, e fermi l, non le domandiamo pi altro, alla povera mistress Lockwood. Ma sua figlia! sua figlia! Io ne son pazzo, Almerico, e sento che morr di dolore, o dinvidia, se miss Madge non diventer la contessa di Riva. Capirai che non ho indugiato molto a spiegarmi, rimanendo solo cos lungamente con lei. Si parlava dei monumenti, dei capilavori darte, che sono sparsi con tanta profusione per tutta lItalia. Ah, signorina! le dissi. Quanti de suoi tesori artistici ed archeologici non darebbe lItalia, per possedere eternamente miss Madge! Ella sorrise, e chin la fronte, con atto di cara modestia. Veramente? mi rispose. Io, vedi, quel suo veramente? non te lo so esprimere in tutta la sua grazia, in tutta la sua soavit incantevole.
Te lo avr proferito a denti stretti e con le labbra un pochino aperte, secondo luso della razza anglo-sassone; disse Almerico.
S, come tu vuoi; rispose Massimo; ma aspirando con amabile lentezza le due prime sillabe, e poi mollemente scivolando sulle due ultime, e trasformando in un suono indistinto lultima e. Caro mio, lvati dal capo i tuoi pregiudizi.... fonologici!  bella, sommamente bella, una parlata a denti stretti e a labbra aperte, quando i denti sono trentadue perle, e le labbra due ptali di rose.
Allungati, non  vero? disse Almerico. Bisogna immaginarli allungati, per adattarli alla forma della bocca. Del resto, hai rinunziato alla eterna citazione del corallo, ed io te ne ringrazio.
Incorreggibile! mormor Massimo. Le dissi ancora chella era in Roma lammirazione di tutti, che molti lavrebbero amata, ma che per un cavaliere di mia conoscenza la cosa era gi fatta. Veramente? mi rispose ancora. E sorrise, ed arross, come.... Va l; ti risparmio il paragone. Tanto, non se ne troverebbe uno adattato.
Veramente? veramente? ripet a denti stretti Almerico. E non ti disse mai altro? 
Mai altro; rispose Massimo. E che cosa avrebbe dovuto dirmi di pi?
Capisco, s, una fanciulla!....
Ah, manco male! Ma dopo tutti i suoi dolcissimi veramente, i suoi amabili rossori e i suoi divini sorrisi, mi disse che la mattina seguente dovevano andare ai musei Capitolini. Mi offersi cicerone, e fui naturalmente accettato. Che ingegno! che sentimento! E ancora, che cognizioni! Riconobbe i Discuri e MarcAurelio alla bella prima.
Sfido io! con tanto di Baedeker! esclam il Montegalda. Chi non  erudito, oramai? Ti parlano del Gladiatore morente, del Satiro di Prassitele, del sarcofago di Agrippina, e di non so quantaltre cose, tutti i droghieri viaggianti del vecchio mondo e del nuovo.
Vero; disse laltro; ma miss Madge va pi oltre dei nomi; ha la sua storia antica sulla punta delle dita. E che dita, a proposito!
Affusolate, si capisce.
E alabastrine, e venate dazzurro, e unghiate di rosa, gentili come il raso, morbide come la giuncata.
Un po troppo, questo, un po troppo! osserv Almerico. Tira via. Dicevi dunque, una grande erudita....
Ma niente noiosa, mio caro! Miss Madge ha lerudizione delicata, che volge facilmente alla poesia, allentusiasmo. Tu dirai quel che vorrai; ma  sempre piacevole una bella creatura che non ignora nulla di ci che ammira con te, e che sar capace di partecipare a tutte le tue commozioni, mentre si avanzer sospesa al tuo braccio, argomento dinvidia a tutti gli astanti. Quando fummo davanti alla Venere Capitolina, sai, gliene ho detta una....
Pi forte delle altre, mimmagino.
E come! ma in due sole parole. Ella aveva esclamato: Dio! come  bella! Ed io, sospirando, sottovoce: preferisco voi!
Allora lei, lo indovino, disse Almerico, ridendo, ti ha replicato: veramente? 
S, hai indovinato; ma profer la parola con un filo di voce, e i suoi begli occhi lampeggiarono. Sono innamorato, ti dico, son pazzo di quella creatura divina. Ieri mattina mi disse: andiamo allApollo, sapete? Lo immaginavo, e incominciavo appunto a tremare. Vi vedremo? soggiunse. Capisci, Almerico, che condizione terribile, la mia! Avevo la questione del Savelli e del Riccoboni, che per verit non mi dava molto pensiero, ma laggravai anche per miss Madge, come lavevo aggravata per.... quellaltra. Un minuto, per salutarvi, per rallegrarmi lanima in un raggio di luce le dissi. E andai a teatro; con che timore, lascio immaginare a te. Entrato nel palco, stetti indietro, accanto a mistress Lockwood. Miss Madge avrebbe voluto farmi guardare qua e l, per dirle il nome di alcune dame romane, che erano nei palchi dietro di noi. Era un bellimpiccio per me! Trovai una scusa. Non volevo farmi vedere da mia zia, la vecchia marchesa Villabruna, che altrimenti sarei stato costretto a visitare nel suo palco. Andateci, e ritornate ancora da noi mi disse miss Madge. S, proprio, andarci! Avevo i minuti contati; ero aspettato ad un appuntamento dei padrini avversarii. Cos mi salvai. Ma mi salver egualmente unaltra volta?  uno stato intollerabile, il mio; capisci? intollerabile. Ed amo miss Lockwood! lamo, lamo, lamo!
Ripeteva il suo gran verbo, il conte Massimo di Riva; lo ripeteva, rinforzando la voce e laccento, per farsi coraggio, per fortificarsi nella sua risoluzione.
 una fanciulla; bada! rispose Almerico, dopo un istante di pausa ed un pensiero malinconico rivolto alla duchessa di San Secondo. Qui c il duca Torlonia e c il parroco di SantEustachio. Cio, no, il parroco non ci ha da essere, ma non mancher il suo riscontro della chiesa riformata, od altra delle cento che fioriscono nella libera America.
Ebbene, che importa? grid Massimo. Quella  una fanciulla, tu stesso lhai detto; una fanciulla  tuttaltra cosa. 
Almerico di Montegalda fece qui una pausa pi lunga assai della prima.
Che cosa pensi, ora? gli chiese quellaltro.
Penso alla tua distinzione; disse Almerico.  curiosa ed ha una grande parte di vero. Sarebbe bene che, scambio di abolire la bella usanza in India, si volesse estenderla anche allEuropa.
Quale usanza?
Quella di far bruciare le vedove sui roghi dei loro rispettivi mariti.
Ah s! esclam Massimo.
E aggiungerei, per mostrarmi imparziale, ripigli Almerico, che i vedovi a lor volta fossero bruciati sul rogo delle rispettive mogli.
Massimo non mostr di gradire la seconda parte della nuova legge, come aveva gradita la prima.
La cosa  da proporsi; continu Almerico. Tanto pi ora che in ogni citt italiana  nata una societ col pietoso intendimento di sbrigarsi dei morti col metodo antico ed accetto della incinerazione. L, dentro con le mogli, nel forno crematorio, i mariti superstiti! Sar anche un bel modo per non avere tra i piedi un cos numeroso stuolo dinconsolabili. Che bella e commovente cerimonia! Fuori di celia, soggiunse Almerico, c del vero, in quella tua distinzione. Le ragazze han diritto di amare e di farsi sposare, non solamente come tutte le altre donne, ma molto di pi, perch esse dnno il fiore della loro esistenza alluomo che amano. Il resto.... il resto non si considera che come un grazioso e piacevole scambio di galanteria. Per gli uomini, si capisce. E noi due, qui, siamo uomini, e ragioniamo da uomini. Mio caro, esclam Almerico, sospirando, e cambiando tono ancora una volta, tu sei Massimo di nome, ma non sei lottimo degli amanti per la duchessa Serena. Ed ora, vediamo un po, ragioniamo sul sodo, come te ne esci?
 quello che mi domando, e che domando a te: come ne esco? 
Con una scenata, in cui il torto sar tutto dalla parte tua; non vedo altra via.
Ed  brutta, disse Massimo, ed  anche difficile. Come farla nascere, questa scenata, con una donna che non si lagna, che sta l fredda, da due mesi, immobile come una statua, vedendomi tutti i giorni ed aspettando una parola, che io non posso pi dire, e non voglio? Ci vorrebbe.... so io quel che ci vorrebbe.
Parla; giudicheremo; rispose Almerico.
Ci vorrebbe una bella invenzione.
Una buga?
Pietosa, nella sua crudelt; disse Massimo; del resto, una buga la quale non nuocesse che a me, nella stima del mondo. Una grossa perdita al giuoco; la rovina.... il bisogno di nascondermi.... di cambiar paese....
Dio! anche di queste? grid il Montegalda, levando gli occhi ai cassettoni del soffitto.
Eh, caro mio, per uscire da un guaio come questo, non so che cosa farei! Credi pure che io sono come luomo che affoga. Mi attaccherei perfino ai rasoi.
Veramente, osserv Almerico,  difficile che luomo, in quel brutto momento, trovi di simili arnesi a fior dacqua.
Massimo diede in uno scoppio di risa, a quella osservazione dellamico, che gli mandava a male il pi stravagante de suoi paragoni.
Mi fai ridere, e non ne ho voglia; disse egli. Son disperato. Perch non potrei esserlo al proprio, se lo sono al figurato? Metti che io abbia perduta una grossa somma al giuoco, e che io non possa pagarla, se i miei non maiutano. Ora, perch essi maiutino, una lettera non serve;  necessario che vada io; ed  ancora dubbio se riescir ad intenerire due avarissimi zii. Quanto al mio patrimonio.... ipotecato, non c pi da contare.
Veramente? disse Almerico.
Metti che sia cos;  la conseguenza necessaria dellinvenzione. In queste circostanze, io non ardisco  presentarmi alla duchessa. Sono pi che un uomo rovinato; sono un uomo che per molto tempo ho lasciato credere di star bene, probabilmente col mio secondo fine; ma questa perdita improvvisa, rendendomi impossibile di continuare linganno, aiuta pur troppo a scoprirlo. Un uomo di spirito non si vergogna di confessare un rovescio di fortuna; ma nessuno vuole arrossire davanti ad una donna, lasciandole scorgere che la rovina era gi antica, e che egli edificava sul falso. Ti capacita?
Eh, capisco che se fosse vera, tu non dovresti aver pi il coraggio di presentarti. Ma non  vera, e tu, per non arrossire in presenza, ti fai disprezzare da lontano.
 una disgrazia, lo so; rispose Massimo. Pure, non vedo altro che faccia al caso mio, e non ho neanche da scegliere. Rovinato, e col pericolo di essere disonorato (tutti questi mali si possono aggravare, in principio), sono partito da Roma. E parto difatti. Vedi, Almerico! sono anche un vile, perch ti prego di non scrivermi nulla di ci che ella avr detto, fino a tanto tu non mi possa annunziare che tutto  finito il meno male possibile.
Senti, disse Almerico, poich tu vuoi ad ogni costo....
S, ad ogni costo, interruppe Massimo,  la mia risoluzione fermissima.
Ebbene, ripigli Almerico, poich lo vuoi, si pu anche fare. Ma io ti pongo un dilemma. O le cose sono pi inoltrate che tu non abbia voluto confessarmi, e in questo caso mi di una parte odiosa. Il giorno chella sapesse che io ho mentito, per procacciarti una fuga, non potrei pi presentarmi in sua casa. Sarei un uomo disonorato, e per davvero, mentre tu non lo sei che per celia. Ora, vedi, Massimo! il mio blasone  povero, o poco ci manca. Si sono presentate le occasioni di fargli una doratura nuova; e non ho voluto, amando meglio di lasciarlo com. Vuoi tu ora che io mi persuada a tingerlo?
Ti giuro, rispose Massimo, che il primo  corno del tuo dilemma  falso, come quello del rinoceronte. Spero che su questo paragone almeno non troverai nulla a ridire. Quello che io ti ho confessato  tutto il vero.  una cosa strana, lo so, lo vedo ancor io, che un capitano si ritiri da una piazza forte, alla vigilia della sua capitolazione. Ma che vuoi? fin qua ero arrivato, senza pensarci troppo, attirato e contenuto da tutte le circostanze che ti ho dette; il resto mi annoia; levo lassedio, come un capitano che ha formato altri disegni pi vasti. E questi disegni li sai, e non occorre che te ne dica pi altro.
Veniamo allora al secondo corno; disse Almerico. Questo non  di rinoceronte;  un corno autentico, sebbene sia il meno pericoloso. O non  niente, non son state che ciarle, servit cavalleresca, adorazione platonica, e non vedo il bisogno di farti nero a quel modo, di addossarti tanti peccati, dove uno basterebbe.
E quale, di grazia?
La tua leggerezza, perbacco! Ti trover leggero, e dir che non meritavi di esser pianto. Ora, mio caro Massimo, per giungere a questo fine, non mi par necessaria una buga cos grossa.
Ma pietosa; soggiunse Massimo.
Pietosa, ma grossa; ribatt Almerico. E son io che debbo dirla! So bene che si calmer; con me, poi, finger di calmarsi anche prima, non dolendosi daltro che della tua perdita al giuoco, se pure vorr prestar fede al racconto. Ma io, quando sapr il vero, che figura ci avr fatto?
Ebbene, disse Massimo, io ammetto che la cosa vada come tu prevedi. Ma qualcheduno ci vuole, per aiutarmi. Quanto a me, non posso andarci. Fossi matto! Ho parlato tanto, che non saprei come liberarmi dal viluppo delle mie parole.
Cera il miele, nelle tue parole! esclam il Montegalda. Il miele  appiccaticcio.
Bella scoperta! Ma tu che la fai, devi anche intendere che io non posso pi presentarmi. La fuga   il minor male; ma la fuga non salva ancor nulla, se un amico non sintromette e non parla per me.
S, con la buga! disse Almerico. Perch non puoi caricartene tu? scrivendo, per esempio?
Scrivere! che cosa?
Quello che hai detto a me.
Massimo stette alquanto sovra pensiero; poi disse risoluto:
Si pu farlo. Dammi un foglio di carta.
 tutta con le mie iniziali. Scriverai domattina. Intanto, la notte porta consiglio, e penserai meglio alla sciocchezza che vuoi fare.
Oh, ci ho pensato abbastanza. Tieni bene in mente ci chio ti dico. O tu mi rendi il servizio da amico che ti chiedo, aiutando le cose a cader dolcemente; o io le fo cadere rumorosamente, e penso in cuor mio che tu, per essere un amico dinfanzia, potevi trattarmi un po meglio.  un inferno, caro mio, continuare cos, ed io non ci posso durare.
Bada, Massimo, bada! non rinunzierai tu al paradiso?
Di quel che vuoi. Per me  linferno. Son fuori di me; ho perduta la testa.
E dove andrai, si pu sapere? domand il Montegalda.
A Napoli.... per ora.
Come? I Lockwood vanno a Napoli?
S; mormor Massimo, chinando gli occhi vergognosi; tra pochi giorni. Non si son fermati tanto a Roma, che per assistere alla prima dellApollo.
Almerico di Montegalda chin la fronte anchegli e rimase un istante pensoso.
Povero Massimo! esclam. Sei bene impaniato!
Ah s! ci ho le penne maestre.
E poi durer come laltro! riprese il Montegalda. Anzi, durer meno, perch qui non ci hai nemmeno le circostanze in aiuto.  una ragazza, la Lockwood: o si fanno le nozze, o sinfila luscio.
Oh, non sar il caso, replic Massimo, inalberandosi. Che  vuoi, che mi dicano di no? Miss Madge mi vede volentieri;  lei che mi ha parlato di Napoli, manifestando il desiderio di avermi per guida. La madre, dopo che ho ballato con lei, non vede altri che me. Figrati! dice che glitaliani non sanno ballare, e che io solamente so. A dirtela in confidenza, cos asciutta come pare,  una foca, ed io ci ho preso un dolore al braccio, per farla girare. Quanto al padre, che ti dir? Lamericano  felice, perch far la figliuola contessa. Io, da ultimo, vorrei esser re, per farla regina. Vedi dunque che laccordo  perfetto.
Egregiamente! disse Almerico, che si sentiva stanco di quella lunga chiacchierata. Come scriverai?
Come vorrai tu, rispose Massimo.
Io, caro amico, ti prego a credere che non vorr nulla. Sei tu che crei questo nuovo mondo, per liberarti dal vecchio.
Hai ragione. Scriver dunque pressa poco in questi termini. Una disgrazia.... son rovinato.... debbo partire sul momento. O salvarmi, se ci riesco, o sparire. Il conte di Montegalda che ha il mio segreto....
 troppo, interruppe Almerico. Io non ho altro segreto se non questo: che la tua  uninvenzione. Cambia, te ne prego.
Ebbene, ripigli Massimo, diremo cos: il conte di Montegalda, a cui ho narrato queste cose, potr dirgliene pi lungamente. Io non potrei farlo, nello stato in cui sono. Eccoti dunque il concetto; concluse Massimo, scriver la lettera domattina, la mander, e sparir.
Ci penserai prima, non  vero, disse Almerico, ci penserai ancora due volte?
Massimo di Riva era ostinato; gli pareva di avere architettata una favola stupenda. Conosceva il Montegalda per un savio giovanotto, per un amico buono e compassionevole. Egli aggiuster tutto concluse Massimo tra s, prendendo congedo dal suo compagno dinfanzia. 
...
.
...
4. 
Buon avvocato e causa cattiva.
...
.
...
Almerico di Montegalda era rimasto pensoso. Che stravaganza, quella di Massimo! E cos, come i bovi, quando li ha pinzati lassillo, cos gli uomini, dunque! Un bel caso per la scienza moderna, che riduce tutte le azioni degli uomini ad una maggiore o minor quantit di pazzia! Amato da una delle pi belle donne di Roma, che era per giunta una donna notevole per altezza di pensiero, per delicatezza di sentimento e per dignit di carattere, vicino a raccogliere il premio legittimo di una corte assidua che lo aveva tanto onorato, il conte Massimo di Riva, mutato da un giorno allaltro, se ne andava sulle orme di una bionda straniera, che gli aveva detto: veramente? a denti stretti, e della cui famiglia non conosceva niente pi dellalbergatore che le aveva affittato il quartiere sul Corso, o del banchiere presso cui era accreditata? Ah s, davvero, un bel caso di pazzia! E come aveva ragione la scienza moderna a concludere che non ci sono teste sane per tutti i trecento sessantacinque giorni dellanno!
Questo era, se  lecito di chiamarlo cos, il pensiero filosofico di Almerico di Montegalda. Per solito, filosofiamo sui casi degli altri; ma non ci  dato di filosofare egualmente sui nostri. Almerico provava tutte le ripugnanze della difficolt, o, se volete meglio, tutte le difficolt della ripugnanza, ad eseguire la commissione di Massimo. Si pu e si deve render servizio ad un amico, accompagnandolo in una congiuntura solenne, assistendolo in un momento critico, e magari coprendolo discretamente in un giorno felice. Ma andar per lui da una dama, e dire a questa dama: badate, egli  partito, ed ecco qua le ragioni che debbono consolarvi,  un.... che so io?  un altro paio di maniche. Dirle una buga sarebbe ancora il meno. Ma doverla dire, con aria di compassione, ad una donna come la duchessa di San Secondo, non era solamente un altro paio di maniche; era addirittura un abito nuovo, e non tagliato per lui.
Almerico andava in casa della duchessa, ed anche con una certa assiduit, come sapete; ma non aveva altrimenti confidenza con lei. Le persone educate, nelle loro relazioni sociali, si somigliano un po tutte; e le signore, che si vedono soltanto nelle loro ore di ricevimento solenne, hanno tutte una medesima figura morale. Chi pu dire di conoscere una donna, dopo averla veduta cinquanta volte in societ?  facile ad un uomo, in societ, di mostrare i propri difetti; la donna sa nascondere molto bene anche quelli, ed anche quando lascia scorgere i minori, i pi comuni, che sono poi come gli spiccioli della sua moneta, destinati ai bisogni della conversazione, ella non mostra mai il suo intimo carattere, n quel complesso di linee, di angoli e di sottosquadri, che formano la personalit vera, sotto la maschera gentile ma fredda, sorridente ma inanimata, della gran dama pel consorzio de suoi pari, che potrebbero anchessere i suoi inferiori. Come avrebbe accolti la persona vera i discorsi chegli, povero Almerico, doveva fare alla donna da lui conosciuta, cio alla dama di tutti i giorni di ricevimento, alla superficie, alla maschera?
Almerico di Montegalda ci pens una notte e un giorno, senzaltro risultato fuor quello di lasciare senza i promessi aiuti lamico. Aveva tradito tanto lamore, il signor Massimo di Riva, che lamicizia poteva tradire un pochettino anche lui. Almerico non and quel giorno, n il giorno seguente, a visitar la duchessa. E non era mica colpevole di mancata parola. Due volte si era incamminato; ma, giunto davanti al portone, aveva dovuto ritornarsene indietro.
Ah, perdio, non me la sento! esclam egli, la seconda volta che fu appunto il secondo giorno  dopo il suo colloquio con Massimo. Ho promesso pi che le mie forze non permettessero. Ho poi veramente promesso? S, mi pare, gli ho detto, per farla finita con le sue sollecitazioni, che avrei appoggiata coi miei discorsi la sua lettera. Ma  proprio necessario che vada io incontro alle difficolt? Mettiamo che la duchessa non mi dica niente di averla ricevuta, che non mi parli nemmeno di lui; dovrei io, in questo caso, parlare? No, di sicuro. Dunque,  chiaro che non sono neanche obbligato a correre da lei. Veramente, per esser giusti, non si tratta pi di correre, poich un giorno  passato, e laltro sincammina a tenergli dietro. Ma infine, e che per ci? Massimo ha scritta ieri la sua lettera. Io andr domani.... o doman laltro. Tanto, diciamo le cose come stanno, io non so ancora la parte.
Con questi ragionamenti aveva messo lo spirito in pace. Una pace relativa, come tutte le paci di questo mondo! Il terzo giorno, andando al Ministero, trov sulla scrivania del suo studio una lettera, che gli fece inarcare a tutta prima le ciglia. La busta era di carta greggia, di filo, coi margini diseguali ed intatti, vera carta a mano, secondo lo stile antico, rimesso oggi in onore; ma, per dar tono di eleganza allanticaglia, quella busta portava sul capo del suggello un gonfaloncino in rilievo, che i suoi nobili possessori avevano inalberato, come parte dellarma di famiglia, dopo una certa battaglia navale contro i Turchi, in cui uno dei loro ascendenti aveva combattuto al fianco di Marcantonio Colonna. Sul gonfaloncino era posto in abisso lo stemma di rosso, al leone rampante doro, addestrato dalla mezzaluna dargento. Arme parlante, se altra fu mai. E parlante sopratutto agli occhi di Almerico, che riconobbe lo stemma dei signori di San Secondo.
Trem, il giovanotto, e aperse la busta con unansia indescrivibile. Pochi versi erano scritti nel foglio, e si leggevano presto; ma egli si ferm un istante a considerare il caratterino nervoso della duchessa Serena, che nel momento in cui aveva scritto  non era certamente in uno stato danimo pari al suo nome.
Ed ecco, mentregli considera, io vi riferisco, senzaltri ragionamenti e supposizioni, la lettera della signora duchessa:
Signor conte,
Mi hanno scritto che voi sapete una cosa utile a conoscersi, e che potrete riferirmene i particolari un po meglio che non mi siano stati accennati. Quando vi vedr? Sono in casa tutti i giorni, e vi aspetto. Potendo aiutarmi a fare unopera buona, verrete con la maggior sollecitudine, non  vero?
Saluti amichevoli.
Serena di San Secondo.
Almerico lesse, rilesse e poi torn a leggere, rimanendo anche un po istupidito, davanti a quei caratterini nervosi.
E adesso, che si fa? aveva laria di dire. Non c pi da rimandarla da oggi in domani. Io so.... quello che so, pur troppo; ma apparentemente non posso saper niente pi di quello che hanno scritto a lei. Basta, ci penseremo; ora lavoriamo. Sua Eccellenza non tarder molto a venire, e bisogner avergli finita la relazione.
Il ministro non ci aveva Camera, poich, se ricordate, si era nelle vacanze di Natale e Capo danno; perci lavorava e faceva lavorare. Ma quel giorno si avvide che faceva lavorare senza buon frutto il suo segretario particolare. Almerico ci aveva messa tutta la sua buona volont, ma era facile dindovinare che il poveretto aveva la testa a tuttaltro.
Conte, gli disse il ministro, oggi avete le lune.
Le mezze lune, fu per rispondere Almerico; ma si trattenne in tempo, e balbett qualche parola di scusa. 
Bene; ripigli il ministro; quando non si pu, non bisogna sforzare la mente. Anchio mi sento i nervi in trambusto. Se vorrete, andremo a fare una scarrozzata.
Eccellenza.... rispose Almerico, questoggi in verit.... qualche faccenda di famiglia....
E perch non dirlo subito? interruppe il ministro. Se  cosa in cui un amico possa servirvi, son qua, fate assegnamento su di me. Se non posso servirvi, come mi par dintendere dalla vostra mimica, mio caro conte, non voglio trattenervi; andate.
Grazie! disse Almerico, respirando. Vostra Eccellenza ha un gran cuore!
Ah! grid il ministro, ridendo. Come vi vorrei deputato di opposizione! I miei avversari non me ne dnno mai, di queste consolazioni.
Per questo, Eccellenza, ci sono gli amici.
Parlate dei politici? Povero me! Quelli non hanno che favori da chiedere. Voi lo sapete pure, mio caro Almerico, che cosa domandano al ministro i suoi amici politici. I tribunali condannano, e tutti gli amici non fanno altro che domandar grazie, condoni, esenzioni. Se si concede, si  deboli; se si nega, si  crudeli, e valeva meglio lantecessore. Oh lantecessore! Quello era un uomo di cuore! amico per i suoi amici! come meritava di essere sostenuto! Del resto, a farlo apposta, non lo hanno sostenuto; lhanno aiutato a cascare. Benedetto voi, conte, che lavorate tanto per me, senza domandarmi mai nulla!
Sono qualche cosa di pi di un amico politico, Eccellenza! rispose Almerico, inchinandosi.
Lo so, e vi ricambio con tutta lanima, sapete? disse il ministro, stendendogli la mano. Ora andate, mio buon amico; andate alle vostre faccende.
Erano le tre dopo il mezzod, quando Almerico di Montegalda esc dal ministero, avviandosi verso il Pantheon e di l proseguendo verso il Ges. Strada conosciuta! laveva fatta due volte inutilmente, in  due giorni, e forse lavrebbe fatta inutilmente una terza. Ma per quella volta cera una lettera, una chiamata, e leducazione da una parte e linvito di una bella signora dallaltra, cospiravano a fargli di quella visita un obbligo. Ci son cose da nulla, che bastano a muoverci pi delle cose importanti, avendo pi forza, su noi, di tutte le nostre ripugnanze. Si va come la biscia allincanto; ma infine, si va, e questo  lessenziale.
La duchessa di San Secondo abitava un palazzo nelle vicinanze del Campidoglio: uno di quei palazzi alti e robusti, in cui il travertino e il peperino, con le tinte scuricce, correggono le immani storture architettoniche del Borromini e del Maderno; palazzi di nobile aspetto, e pur cos malinconici nella loro grandezza fastosa.  questo, infine, il guaio di tutta larte barocca. Vorrebbe attenuare il pesante delle forme con lo spezzato dei contorni, e riece in quella vece al mostruoso. Tutte quelle cornici mozze, tutti quei fregi contorti, tutti quei profili fuor di squadra, vorrebbero essere allegri, e sembrano intanto avvertirci che tutto  caduco nel mondo, anche uno dei loro aggetti, una delle loro volute, che potrebbe cascare da un momento allaltro, e sfondarvi assai pi che il cappello. Larte barocca sogghigna, non ride; sopratutto non sorride.
Non sorrideva neanche Almerico Montegalda, entrando nel portone del palazzo San Secondo. Pass, riconosciuto e salutato da un portiere enorme quanto lingresso, e troppo incappellato del pari. Sal al secondo piano, entr in una vasta anticamera, inchinato da un servitore in alta livrea, e fu introdotto in una gran sala di ricevimento, donde pass in un salottino. Non so che uso sia questo, di ricevere la gente nei salottini. Non siamo noi dunque pi fatti per le grandi linee prospettiche? In mezzo alle grandi si va come paurosi, in fretta, seccati del rumore che ci fanno i nostri medesimi passi; non si vede lora di esser giunti al porto di rifugio, dove si respira tanto pi liberamente, quanto pi il porto   ristretto. I nostri nonni non erano gi pi della statura dei nostri arcibisnonni (parlo al figurato, sintende), e ad essi le grandi sale incominciavano a parer troppo vaste; tuttavia ci restavano, usando larte di tagliare a spicchi lambiente, facendo con mensole, paraventi cinesi, canap ed altri arnesi consimili, tanti piccoli ridotti nel grande, che li comprendeva tutti sotto un medesimo padiglione. Il cavaliere, o labate, quando aveva detto nel suo angolo una cosa molto arguta, poteva arrovesciare la testa sulla spalliera del seggiolone, e vedeva in alto un trionfo dimperatore romano, un banchetto di Dei, unAurora in tiro a sei, e ci lo riposava dallo sforzo. Nei salottini doggid, quando si  detta una cosa arguta, si pu essere modesti quanto si vuole, ma si ha sempre timore che scoppino le pareti, o salti in aria il soffitto. Forse per questo tanta brava gente d un tuffo nello scimunito. Non  debolezza di mente, credetelo;  compassione per i padroni di casa.
Io ho sempre pensato che i padroni di casa siano in questo particolare pi infelici che colpevoli. Anche la moda  governata dal tornaconto, e il tornaconto, in questo caso, ci consiglia senzaltro la mano del tappezziere. Forse anche tutti questi rimpianti non sono altro che sottigliezze di spirito infermo, che anela ai vasti orizzonti, e sar molto pi bello di una gran sala seminuda il salottino fiorito, imbottito, partito a quadrelli, a losanghe, pieno zeppo di belle cosine dogni forma e dogni stile, che son l pigiate, accatastate, perch non facciano a pugni tra loro. Sia bello o brutto, poi,  forse meglio di seguire landazzo, come faceva la duchessa Serena: anche per cansare il rischio di sentirsi dire da unamica: Come puoi stare cos al largo? Io ci morirei dal freddo in estate!
Non era giorno di visite, quello; ma tutti i giorni pu capitare lamica intima, che si annunzia con un bigliettino, o viene alla ventura, per una cosa o per laltra, magari per nulla, che  il motivo pi importante e il pi giusto delle visite. Le amiche  intime sentono ancora qualche volta il bisogno di portarvi una notizia e un conforto; se si tratta di un dispiacere, non vogliono che vi sia dato da altre che da loro, perch esse ci hanno pi grazia, e sanno alloccorrenza addolorarsi con voi.
Almerico di Montegalda, affacciandosi sulla soglia del salottino, temeva gi di doversi trovare da solo a sola con la duchessa Serena. Per fortuna, cera compagnia: non molta, poich si trattava di una dama soltanto, ma che faceva per molte, poich era la baronessa Coselli, quellamabile chiacchierina che sapete, o che potete immaginarvi, se non avete pratica della societ romana. La baronessa Coselli era venuta a vedere perch mai la sua buona amica Serena mancasse la sera innanzi al famoso concerto dello Zskotche (pronunziate come vi pare, ma sternutando); un concerto maraviglioso, che pur troppo sarebbe stato lunico, essendo il celebre pianista aspettato in settimana a Parigi.
Anche voi mancavate, Montegalda; disse la baronessa, volgendosi al nuovo venuto.
Baronessa, io non conto, e dove sono mi contento di far numero; rispose Almerico. Spesso il lavoro mi trattiene allo scrittoio, e questi giorni, per lappunto, il mio ministro....
Era pi nervoso del solito? interruppe la baronessa.
Non saprei dirvi; rispose Almerico. Non so neanco che sia tanto nervoso, da esser citato come un caso patologico.
Ma, lo dicono tanti!
I suoi nemici, baronessa, e voi non potete esser tra questi.
No, davvero; anzi tuttaltro.  un uomo daspetto molto simpatico, il vostro ministro.
E danimo altrettanto gentile; riprese Almerico. Per nessuna ragione al mondo egli direbbe una parola spiacevole a chicchessia.
Bella cosa! esclam la baronessa. Gli vorr bene anchio al vostro ministro. 
Debbo dirglielo, baronessa? domand il giovanotto, sorridendo.
No, per carit! grid la baronessa, simulando uno spavento che non sentiva affatto. Voi non siete uomo da fare di queste ambasciate, neanche per celia. Sebbene, soggiunse, con una sospensione malignamente lunga, la graziosa signora,  voce universale che voi, conte Almerico, vi teniate troppo volentieri in seconda linea, dove potreste coi meriti vostri esser primo. Non siete leroe di nessun romanzo, voi! siete lamico, il fratello, il consigliere....
Dite pure il confidente da tragedia! aggiunse Almerico, accettando lo scherzo.
No, confidente no, riprese la baronessa; ma c per esempio nella Corinna della signora di Stael un principe siciliano, che vi somiglia tanto tanto. A proposito, che ne avete fatto del vostro lord? del conte di Riva? Lavete lasciato partire cos solo soletto per Napoli?
La duchessa Serena sorrideva a quella piccola scherma di motteggi, come si sorride in societ, anche quando non se ne ha punto voglia, per semplice convenienza e per essere dispensati dal prendere nella conversazione una parte pi viva. Ma a quellaccenno di Napoli la duchessa non sorrise pi, e volse uno sguardo pieno di stupore ad Almerico, quasi volesse dirgli: che novit sono queste?
Almerico intravvide il lampo di quegli occhi; ma non era pi tempo di confondersi. La domanda incalzava, e a quella bisognava rispondere.
Baronessa, incominci egli, facendo bocca da ridere, voi capirete che io non posso sostenere una parte cos bella fino allultimo. Non sono il principe siciliano, io; sono segretario particolare al ministero di grazia e giustizia, con obblighi dorario quotidiano, ai quali non vorrei mancare, se anche il mio ministro me ne concedesse licenza. Se non fossi suo segretario, andrei sostituto procurator generale presso qualche Corte dAppello. Vedete che  lunghezza di titolo! E se anche mi sbalestrassero a Napoli, avrei il dolore di non ritrovarci lamico mio, che non  andato laggi.
Davvero? Ed io che avevo sentito!... Anzi, guardate, lo avevano veduto partire. Chi me lha detto? Non so pi, ora; ma certamente ieri laltro, in una conversazione delle cinque ore. Per dirvi tutto, si voleva anche vedere nella partenza del vostro amico.... e nella sua coincidenza con unaltra partenza....
Ahi! disse Almerico. Ci siamo.
Capirete, per altro, che disse dentro di s, meditando le parole, senza lasciarle sfuggire di bocca. Alla baronessa Coselli diceva in quella vece, inarcando le ciglia:
Coincidenza!... Non capisco.
S rispose la baronessa coincidenza di una certa miniera dargento, che andava a Napoli anchessa.
Diamine! Una miniera!... balbett Almerico, costretto a seguitare un discorso che gli dava una noia maledetta.
Una miniera viaggiante; replic la baronessa. Vi fa forse maraviglia?
Eh, vi confesso ingenuamente che me ne fa, e molta! dissegli. Se si trattasse della Valigia delle Indie, meno male. Quella, oramai, c avvezza a viaggiare; ma una miniera....
Americana e bionda; aggiunse la baronessa Coselli.
Allora, disse Almerico, sforzandosi tuttavia di sorridere, una miniera doro.
No, bionda e dargento. Contraddizioni, che volete! Ma non vi parranno pi tali, quando saprete che  miss Lockwood.
Tombola! fu l l per esclamare Almerico.
Ma si trattenne anche qui, e fingendo una tranquillit di spirito che non gli soccorreva davvero, rispose:
Ah, s, ho capito: una metafora! Mi avevate  gi spaventato, baronessa, con le miniere viaggianti. Ma che relazione vedete voi tra il mio amico e.... e quella miniera?
Non la vedo io; lhanno veduta altri, dopo aver veduto, scusate la ripetizione! dopo aver veduto il conte Massimo in visita da miss Lockwood al teatro Apollo. Voi gi ve lo figurate, conte: si chiacchier subito. Si chiacchiera tanto, nel mondo!
Almerico avrebbe voluto dirle: Parlate per voi, baronessa. Egli disse invece, mettendosi sul grave:
Signora, io non intendo come e perch il mondo voglia ingannarsi con cos pochi argomenti. Ma ognuno ha suoi gusti, e si contenta a suo modo. Lasciatemi dire, per altro, che questi sono gli effetti di una informazione erronea. Si crede che quella informazione sia vera; si ravvicina ad un fatto che per s stesso sarebbe insignificante, e l, come da due brave premesse, si trae una conseguenza....
 proprio cos! disse la baronessa Coselli.
Ma una conseguenza erronea, soggiunse Almerico, una conseguenza strampalata. Questa poi,  la pi strana di tutte! Massimo di Riva, il mio amico Massimo, che lascia di fare il gentiluomo per buttarsi al minatore!... Permettete, baronessa.... permettete che io rida un pochettino del mondo.
Ebbene, che male ci sarebbe? domand la baronessa. Si pu essere gentiluomini come il conte di Riva, e non ricusare una miniera.
Non ricusarla, passi; replic Almerico ma andarla a cercare!... Massimo di Riva pu in certi momenti aver bisogno di una miniera doro, non che dargento; ma proprio allora sdegnerebbe di averla, sotto forma di dote.
Il principe siciliano, lho detto! il principe siciliano della Corinna! esclam la baronessa Coselli. Siete un amico impareggiabile. Ma infine, sar come voi dite; e frattanto il vostro Massimo  partito.
Sissignora!
Per Napoli. 
Prendendo la direzione di Padova. Non so se sia tutta strada.
No davvero! disse la baronessa dando in uno scoppio di risa. E siete ben certo che il vostro amico  andato a Padova?
Lho accompagnato io alla stazione di Termini; rispose Almerico.
Era una piccola buga, ma si sentiva di dirla, poich egli non rispondeva ad una domanda della duchessa Serena. Intanto il povero Montegalda faceva la mano alle altre, che avrebbe dovuto dire, o convalidare pi tardi.
La baronessa Coselli non aveva pi niente da opporre a quella testimonianza. Rivolse unocchiata a Serena, fece un atto delle labbra, come se volesse dire: mi avranno ingannata, meglio cos! poi, dopo qualche altra chiacchiera vana, prese commiato.
Ah, finalmente! mormor la duchessa, quando quellaltra se ne fu andata con Dio, o col diavolo, che bene non saprei dirvi quali fossero le sue preferenze.
Ora, poi, ci siamo a capo fitto! disse Almerico tra s. Vorrei essere mille miglia lontano.
Vedete che allegrezze, Montegalda! ripigli la duchessa Serena. Neanche un giorno di tregua ci dnno!
La baronessa ha molto spirito; disse Almerico.
E aggiungete pure altrettanta cattiveria! rispose Serena.
Signora, poich voi me ne date licenza disse di rimando il giovanotto vi manifester tutta la mia maraviglia, la mia ingrata maraviglia, per quel lungo e insistente discorso che la baronessa non ha dubitato di fare.
Oh, questo sarebbe il meno. Lo aveva gi fatto a me, quantunque con tutte le pi delicate reticenze. Foste annunziato voi, Montegalda, mentre si parlava appunto delle chiacchiere di Roma; ed io stessa le diedi facolt di ripeterle a voi. 
 stato un interrogatorio in tutta regola; osserv Almerico, tentennando la testa.
Perdonate! rispose Serena. A tante altre domande dovete rispondere ancora! Con voi, conte, non ho, non debbo, non voglio avere segreti. Sapete gi tante cose, e tutte da potersi confessare a fronte alta! Siate sincero con me.
Voglio esserlo, sicuramente; disse Almerico.
Ma non troppo sollecito, nella vostra amicizia! replic la duchessa, con accento di dolce rimprovero. Perch non venire ier laltro da me? Perch non venire almeno ieri?
Ve lo confesser; rispose Almerico. Sono stato vile. Due volte, in questi due giorni, ho fatto la strada; due volte mi  mancato il coraggio di entrare. Credo anzi che alla seconda io fossi gi tanto presso alla soglia del portone, che lo svizzero si era perfino tirato indietro, per lasciarmi passare. Signora! sono cos triste anchio, se sapeste!...
Ma ditemi dunque, che c egli di vero? domand la duchessa.
Almerico non sapeva donde incominciare.
Massimo vi avr scritto; balbett.
Ecco che cosa mi ha scritto; rispose ella aprendo il cassetto dun tavolincino di lacca giapponese. Avevo riposta qui la sua lettera, per farla leggere a voi.
Almerico prese la lettera e lesse. Pochi versi di scritto: niente pi di quello che era stato concertato in casa sua. Correggiamo, per altro; cera qualche cosa di pi, che Almerico non avrebbe mai consigliato, n ammesso: unaridit spaventosa. Massimo aveva pensata la sua grande buga, ma non laveva altrimenti circondata di nessun fiore deloquenza. Almerico trem.  impossibile, pensava egli, leggendo,  impossibile che ella si persuada, con queste ragioni. Se egli ha creduto che i fiori dovessi aggiungerli io, s ingannato. Mentire, quando non si pu far altro, pazienza! Ma mentire anche artisticamente, e per gli altri, no, mille volte no! 
Trasse un sospiro, poich fu giunto alla fine, e rese la lettera alla duchessa.
Ma sapete che  orribile, quello che il vostro amico ha fatto! esclam la signora. Giuocar la sua fortuna a quel modo!
Pur troppo!  orribile! mormor tristamente Almerico.
E dove, poi? ripigli la duchessa. Ho chiesto, come si possono chiedere queste cose, ma senza venire a capo di nulla. Ci sono tante brave persone, a questo mondo, cos felici, cos contente, quando possono darvi un dispiacere, che io mi maraviglio come mabbiano risparmiata, in questa occasione. Neanche la baronessa Coselli sapeva niente di ci; lei che sa tutto! Mi son confidata, ier laltro.... non vedendovi giungere!... mi son confidata al cavaliere Buonsanti; ed egli, molto discretamente, ha cercato dinformarsi. Inutilmente! In nessuno dei circoli conosciuti di Roma, frequentati dal conte Massimo, in nessuno il vostro amico era pi stato da molti giorni; in nessuno si aveva notizia di grosse perdite al giuoco. Che vuol dir ci, Montegalda? Che cosa debbo pensarne?
Signora mia.... sono tanti, in ima grande citt, i luoghi infami, dove si pu essere svaligiati!
Infami, voi dite, ed egli ci andava?
Almerico voleva dirle ancora: Non son io che debbo rispondere a questa domanda. Ma la duchessa non aspett nemmeno chegli girasse in altra forma la risposta.
E non venire a dirmi nulla! continu. Si sarebbe potuto provvedere in qualche modo, senza dare un dispiacere ai suoi parenti. Sapete che i suoi zii di Padova son molto ricchi, ma saprete ancora che hanno altri congiunti, a cui potranno lasciare le loro sostanze, vedendo chegli  sulla via di farne mal uso. Ha fatto male, assai male, il signor Massimo. Doveva parlar prima, parlar subito a me. Che amicizia  la nostra, se queste cose si tacciono?
Duchessa, vi pare? esclam Almerico. Ad una donna?... 
Fatemi il piacere! interruppe Serena. Che cosa vuol dire, ad una donna? Non ero una donna per lui; avrei potuto invece essere.... la donna! soggiunse con accento di sublime orgoglio. Per intanto, ero un amico. Un amico, mi capite?
Lo so, signora, lo so, rispose egli volentieri. E un amico in miglior condizione di me.
Infine, che male cera? prosegu la duchessa. Io sarei stata un giorno o laltro la contessa di Riva. Si possono dire a voi, queste cose, senza arrossire. Si sarebbe salvato lonore in faccia ai parenti, e non si sarebbe obbligati a vendere la casa dei padri. Anche queste son cose brutte, Montegalda; brutte e vergognose, davanti al paese in cui si  nati. Sapete? dice la gente. Il signor conte ha venduto il castello. Ed anche per poco: cinquantamila lire, mentre ne valeva dugento. E perch? Col coltello alla gola; un debito di giuoco; debito donore. S, bellonore! valeva meglio non giuocare. Che malattia li ha presi, tutti questi gran signori, che vogliono finire cos male, con un suicidio morale, in attesa dellaltro? Vi parr strana, Montegalda; ma io ci penso, a queste cose, quantunque donna, e non madre. Son brutti esempi che si dnno al mondo, e la vecchia nobilt mostra veramente di non servire pi a nulla, se non crede nemmeno pi di giovare alle nuove generazioni con lesempio della sua dignit.
Come avete ragione, signora! grid Almerico, infiammato. Come avete ragione!
Anche poveri si pu essere, continu la duchessa, ma con lo stemma pulito e lucente, senza macchia e senza paura. E queste son parole vane, oramai! Si pu sapere almeno a che somma ascende questa perdita al giuoco?
Almerico era colto alla sprovveduta. Nella sua ultima conversazione notturna con Massimo di Riva, non aveva pensato pi che tanto alla somma che questi poteva aver perduto al giuoco, e forse gli era passato per la mente che Massimo dovesse ancora meditarci su, e fissarla egli, quella somma benedetta,  nella lettera di commiato che avrebbe scritto alla duchessa. Soltanto allora il nostro Almerico rammentava che la lettera di Massimo non diceva nulla in proposito. Certamente, il buon Almerico, per far servizio allassente, avrebbe potuto inventare l per l un bel numero, con quattro zeri di costa, e magari con cinque; ma che volete? non seppe. Non  mica sempre l, pronta alle invenzioni, la fantasia delluomo; sia egli poeta, come generalmente nasce, o avvocato, come ordinariamente diviene.
Non so, signora; rispose egli adunque, confuso.
Come? grid la duchessa. Non lo sapete? Non ve lha detto?
Signora no. Ed  naturale, naturalissimo; replic il giovanotto. Avr temuto di spaventarmi, dicendo la somma, e pensato ancora di far cosa inutile, sapendo benissimo che io, uomo di modeste fortune, e figlio di famiglia per giunta, non avrei potuto in alcun modo giovargli. So bene che mi ha parlato di una somma ingente, favolosa... cio, intendiamoci, favolosa in proporzione delle sue forze; soggiunse tosto Almerico, per mettere un limite allesagerazione dellepiteto, che aveva incontrato per via e afferrato senza scegliere.
 strano! osserv la duchessa.  strano! ripet. E allora, che cosa sapete voi, signor conte?
Almerico sent la bottata, e vacill. Ma non poteva difendersi.
Niente pi di quello che mha voluto dir egli, e che brevemente ha scritto a voi; rispose Almerico alla duchessa.  venuto laltra mattina da me, piangente, disperato, parlando a frasi interrotte, accennando pi che non raccontasse; n io, confuso comero, ho pensato a domandargli di pi. Forse, nel suo turbamento, egli ha creduto di dirmi ogni cosa.
Ed  partito! esclam la duchessa. Il giorno dopo lapertura dellApollo, dovera andato, dove non era venuto a vedermi, e dove aveva potuto  fare altre visite, lasciando credere, immaginare Dio sa che, architettare dei romanzi... che gli fanno il massimo torto!
Era un appiglio, e Almerico lo colse.
Vedo, signora, dissegli che qui almeno voi giudicate con giusta severit, come il mondo tutto. E ne ho piacere, per il caso generale, in cui pocanzi non mi sembravate persuasa di certe ripugnanze. Nel caso particolare, poi, il mondo si  ingannato, mi pare, mandando il nostro amico alla conquista duna miniera dargento; ed io non ho tralasciato di dirlo alla baronessa Coselli.
Ma allora, domand Serena perch andare nel palco dellamericana? Che significa quella visita?
Credo che possa prestarsi ad una interpetrazione onorevole; disse Almerico. Egli aveva una questione donore da risolvere, due amici da rappattumare.
Da miss Lockwood?
Lasciatemi finire, vi prego. Padrino con lui era il Mattei. Era andato a cercarlo in teatro, per intendersi con esso. Il Mattei era in visita dalla Lockwood. Mettete che gli bisognasse vederlo ad ogni costo....
Ve lo ha detto? chiese Serena.
No, ma me lo immagino.  naturale,  probabilissimo. Non vedo, del resto, altre ragioni che possano giustificare il suo atto, che altrimenti sarebbe inconcepibile. Notate che egli esc subito dal teatro. E l, sicuramente, nella gioia di aver composta amichevolmente la questione del Riccoboni col Savelli, avr ceduto allinvito di uno dei contendenti, forse di tutti e due. Sono stati a cena? Io non lo so. Ma una cosa  sicura, che and con amici, che erano in parecchi, e che sono andati a finire davanti ad un tappeto verde.
Ve lo ha detto? torn a chiedere Serena.
No, ma  facile immaginarlo; casc da capo a rispondere Almerico. 
Infatti, ripigli la duchessa, egli vi ha parlato di una grossa perdita, che aveva fatta in quella notte al giuoco.
Per lappunto; disse Almerico.
Ebbene, Montegalda, conchiuse la duchessa, voi ora mi sollevate da Un peso terribile.
Io? in che modo?!
Vi dico che mi sollevate, replic ella. Temevo il peggio, e ora non temo pi.
Ma che cosa, di grazia? ridomand Almerico, che non capiva affatto quel mutamento improvviso.
 presto detto; rispose la duchessa, parlando con nervosa volubilit, e ridendo di un riso che sapeva di convulso. Non vi parlo gi di me. Io non conto. Il mio dolore non  nulla. Gran che, una donna che soffre! Colpa sua, se soffre!
Ma signora... io non vintendo pi, ora.
Mintenderete poi. Ricapitoliamo, prima di tutto. Il conte Massimo di Riva, quella sera aveva da sciogliere, da comporre, tutto quel che vorrete, la questione del Riccoboni col Savelli. Qualcheduno mi aveva pur detto che fosse sciolta, composta nella giornata, e che del resto nessuno temeva di vederla finire altrimenti. Ma passiamo su ci; passiamo anche sulla visita allamericana. Non franca la spesa che ci fermiamo, una miniera dargento! Gentiluomini veri, lo avete detto voi, conte! non sinchinano, non si umiliano a raccattare in questa guisa i milioni.
E lo sostengo; disse Almerico.
Ci vi onora; ripigli la duchessa. Passiamo dunque, tiriamo un velo. Resta il fatto che quella medesima notte si cena con gli amici della famosa questione, o con altri, sconosciuti per ora, e si fa baldoria, per finir poi in un luogo infame, davanti a un tappeto verde, di quelli che ognuno conosce e che nessuno denunzia, e che bastano, senza arricchir mai i loro tenitori, a mandare in rovina i puntatori. Massimo non  ricchissimo: ha da vivere, e non gli mancano le speranze di meglio. Ha giuocato,  ha perduto; voi non lo sapete, egli non ve lha detto, ma ha perduto una somma ingente, favolosa... in proporzione, lo so, in proporzione con le sue sostanze. Diciamo centomila lire. Vi par troppo? Diciamo cinquanta.  troppo poco? Mettiamoci in mezzo: settantacinquemila! E allora che succede? Non si ha la somma, e bisogna trovarla. Si domanda tempo, per correre a casa, a far saltare il patrimonio, o farsi saltar le cervella, altra eredit dei padri, che non si  saputa far fruttare, n custodire. Non  cos? E si tenta la via di salvezza; si va a vendere... si fugge.... Ebbene, Montegalda, tutto ci  un romanzo, un volgare e sciocco romanzo; e mi stupisco come voi, sostituto procurator generale....
Non lo sono, duchessa.
Lo sareste, uscendo dal vostro segretariato; lo avete detto voi. E mi stupisco, soggiunse la duchessa Serena, come voi, che dovreste aver pratica delle indagini giudiziarie, non abbiate veduto, non abbiate trovato il difetto di questa favola sciocca.
Ma io, signora, vi prego di credere... balbett Almerico. Io, infine, non avevo obbligo di vedere, di indagare nulla, di sceverare il falso dal vero, come nei processi criminali. Non era unistruttoria, che dovessi condurre, non una dichiarazione che dovessi vagliare, non una prova che dovessi cercare: bens il racconto di un amico stimato, che dovevo accogliere tal quale.
Ah, bene! esclam Serena. E vi lasciate raccontare di queste favole, dai vostri amici? Vedete me, che son donna e non ho lesperienza vostra di magistrato. Anchio potevo credere a ci che il conte Massimo aveva scritto; ma il dubbio mi assaliva, la improbabilit del racconto mi saltava agli occhi da tutte le linee. Volevo sentir voi, per credere, o non credere. Perch, in verit, troppe cose mi dicevano di non credere. Voi siete venuto, voi avete dato il tracollo ai miei dubbi, voi che non conoscete a qual somma ascenda la perdita fatta dallamico, mentre sapete il quando e il come egli  ha giuocato e perduto. Conte Almerico, io posso darvi una buona notizia. La notte, di cui parlate, egli lha passata dalluna alle cinque con otto o dieci amici, al Circolo delle Cacce, ma senza giuocare neanche al pi innocente dei giuochi, e discorrendo allegramente, di musica, di cavalli, di scherma, e di tante altre bellissime cose. Alle cinque, o poco dopo,  uscito, ma non aveva sonno, ed  andato ancora a passeggio. Volete che vi dica dove, fino a che ora del mattino, e con chi?
Signora, disse Almerico non sento il bisogno di questi particolari. Ci chegli mi ha detto io vi ho riferito; non altro io so, non altro debbo sapere. -
E dentro di s, il giovanotto soggiungeva:
Testa sventata! Ed io sciocco, a tenergli bordone! Che bisogno cera di andare al Circolo, a farsi vedere da tutti? Egli  fuori del tiro, oramai: io sono qua nei pasticci per lui, e ci rimetto ancora la mia riputazione duomo serio.
A volte giova pi il silenzio che la parola, per levar dagli impicci un galantuomo. Almerico taceva, restando a capo chino, con unaria tra severa e contrita, che il lettore certamente simmagina. La duchessa Serena si avvide forse di essere andata troppo oltre; forsanche ebbe compassione dello stato in cui le sue acerbe parole avevano posto il Montegalda.
Se vi ho offeso, perdonate! dissella, con accento mutato. Ma sono stata offesa io tanto crudelmente!
Mi duole, signora; rispose Almerico. Ma voi non crederete gi che io....
No, conte, no; interruppe Serena. Voi non avete colpa. Voi, poveretto, non venivate da me, forse immaginando che la mia fede non sarebbe stata pari alla vostra.
Almerico fece un gesto che voleva escludere quella supposizione sul conto suo. Ma la duchessa non bad a quel gesto, e prosegu:
Son io che vi ho chiamato, io sciocca, che in  mezzo ai miei dubbi, avvalorati da tanti ragguagli di amici e di amiche, serbavo ancora unillusione, un filo di speranza.
E forse, signora... disse Almerico. Chi vi assicura che tutti questi ragguagli non siano falsi e troppo facilmente raccolti, fino a parere una prova contro la sincerit dellamico? Chi vi assicura che tanti dubbi accumulati contro di lui, non abbiano a svanire, come un miraggio, quando egli sar ritornato?
Almerico parlava, studiandosi di tessere unapparenza che ella aveva accennato. La duchessa rimase un istante pensosa, con gli occhi immobili, fissi in quel punto dello spazio, dove si guarda tanto pi, quanto meno ci si vede. Finalmente si scosse e rispose:
 doloroso, conte Almerico, che voi abbiate pi fede di me, tanta fede e cos forte, da resistere alle prove pi certe! A me un presentimento aveva gi detto:  una buga! A voi una certezza danimo onesto e leale....
Almerico pens alla sua famosa certezza, e tentenn involontariamente la testa.
A voi una certezza damico onesto e leale proseguiva la duchessa, persuade il contrario. Chi ha ragione, tra noi? chi ha pi merito? Una cosa io vi prometto, Montegalda; dissella, sospirando che se voi avete ragione, io far la pi umile ammenda. Cercate, indagate, persuadetemi, se vi riesce di trovarne argomento. Io chieder perdono a lui.... e a voi!
Almerico sinchin, e tristamente le disse:
Che posso cercare e indagar io? Voi non avreste da chieder perdono a me, quandanche io avessi ragione, poich a me non avete detto nulla che potesse particolarmente spiacermi. Sono un amico onesto e leale per voi, come per il conte di Riva. Mi sento onorato della schiettezza con cui avete parlato in questa occasione con me. Poi, dove sarebbe lamicizia, se non fosse lecito di fare uno sfogo, di  dire allamico tutto ci che pu venire alle labbra, in un impeto di dolore? Non mi dite dunque altro, signora. Piuttosto, consentite che io non cerchi e non indaghi pi nulla. Mancherei allamicizia, facendolo. Non posso e non debbo dimenticare che son debitore al conte di Riva dellonore di esservi stato presentato.
La duchessa di San Secondo intese che Almerico di Montegalda aveva ragione. E non gli rispose pi altro.
...
.
...
5. 
Il consiglio dei vecchi.
...
.
...
Sollevato da un grave peso, ma tuttavia molto triste, Almerico di Montegalda esc dal palazzo San Secondo, a respirare laria fresca di piazza Venezia. Ne aveva bisogno, per isnebbiarsi il cervello. Era come ubbriaco, per quello sforzo lungo che aveva fatto, di tenersi in bilico sulla corda tesa: di non dire alla duchessa se non quel tanto di buga che non potesse essergli rimproverato pi tardi: frattanto, di sentire come ella avesse veduto giusto in mezzo a tante invenzioni, e come fosse impossibile che altri ragguagli non la conducessero a vedere anche pi giusto in processo di tempo. Ah, povera signora! e come avrebbe sopportata la doppia offesa recata dal conte di Riva allamor suo, al suo giusto orgoglio di donna? Egli, Almerico, lo aveva pure veduto, lattacco di nervi! Ma quelli sono i punti in cui una donna si sente pi forte, e quasi non  da far caso di uno sdegno in cui la fibra si esalta, parendo anzi meglio adatta a resistere. Ma alle esaltazioni seguono tosto gli abbattimenti. E allora, che sarebbe avvenuto? Almerico non ci voleva pensare, e ci ritornava sempre col pensiero, come  porta qualche volta la necessit, pi forte di tutte le nostre ripugnanze, di tutte le nostre risoluzioni.
Ci sono i momenti, ed anche lunghi, se Dio vuole, che le nostre relazioni sociali non ci dnno altro che piaceri. Luso delle visitine, a mano a mano pi frequenti e pi lunghe, i grati incontri, le gaie conversazioni, i piccoli servigi scambievoli, e via via tutte le bellezze di una intimit di secondo grado, consolano lanimale socievole, che gode di tutte le eleganze, di tutte le raffinatezze, delicatezze ed armonie della vita. Qualche filosofo sostiene che siamo al mondo solamente per questo; ed anche quelli a cui sembra che ci siamo per altri uffizii, godono ci non ostante di queste bellezze, fino a tanto che dura la giovent, come in Almerico di Montegalda, o se ne fanno una cara abitudine anche nellet matura, come nel caso del commendatore Buonsanti di Carpigliano. Ma viene il momento che questa dolce intimit vi regala le sue noie; quando, per esempio, si rovesciano su voi, consolatore preparato, i dolori della intimit di primo grado, a cui non avevate aspirato mai. E allora vorreste non esserci, a quel posto di fiducia; vorreste esser rimasti nel terzo, dove non giunge leco di certe afflizioni, e dove, quando pure si tratti di una sventura domestica, siete facilmente sciolto da ogni obbligo, e liberato di pena, con un biglietto di visita. Maraviglioso, stupendo, salutare biglietto di visita! Un giorno, tantanni fa, venne la moda di stampare sugli angoli le quattro formole duso: per visita, per congedo, per condoglianza, e.... non so bene che altro: forse per augurio. Si faceva un corno, un orecchino, l dove occorreva, e cos, senza bisogno di scrivere, lobbligo della cortesia era adempiuto. La moda dur poco. Parve orribile, e non era che ingenua. Il biglietto di visita aveva detto in quel giorno il suo segreto: il segreto dArlecchino.
Almerico aveva promesso di ritornare, e presto, ma non aveva detto quando, e indugiava. Che cosa  sarebbe andato a dire? Peggio, poi, per quello che sarebbe andato a sentire, delle gesta di Massimo! Notate che a lui Massimo non aveva scritto da Napoli, neanche per fargli sapere a che albergo fosse smontato. Tanto aveva paura di ricevere una lettera sua!
Due giorni dopo la sua visita alla duchessa Serena, il nostro giovinotto era seduto nel suo gabinetto, quando giunse lusciere e gli disse:
Signor conte, chiede di lei il commendatore Buonsanti.
Per una volta, lamico si serviva della commenda, e rinunziava al cavalierato, che poteva prestarsi a pi ristrette interpetrazioni.
Almerico and nel salotto, dove il Buonsanti aspettava.
Buon giorno, amico! gli disse il commendatore.  dunque vero?
Che cosa? domand Almerico.
Che sei guardasigilli. Stai tanto a guardarli, i tuoi sigilli, che non ti curi pi se ci sono degli amici a questo mondo, o se son passati nellaltro, cosa che dovr pure un giorno accadere, e tu non te ne darai per inteso!
Io? disse Almerico. Che discorsi son questi?
Sono i discorsi di chi si lagna, ed ha ragione di lagnarsi. Perch non vieni dalla duchessa? Rimango io solo, in questi momenti difficili, e oramai non so pi che dire. Tutti i miei ragionamenti li ho esauriti, oramai. Aggiungi che Donna Serena  ammalata.
Dio! a letto?
A letto no, ma molto sofferente. Sa tutto, mio caro. Sa dove  il signor Massimo, che fa, dove va, che cosa spera, e via discorrendo. Anche una lettera del marchesino Paoli Daguro alla baronessa Coselli  venuta a dar notizie molto minuziose, che la baronessa, come puoi immaginare, si  affrettata a portare. Aveva incominciato, la baronessa; era giusto che finisse. 
Che lingua! esclam Almerico. E che gusto ci trovano, poi?
Probabilmente molto; rispose il Buonsanti. Ma non  neanche a dolersi che cantino, perch la verit va sempre riconosciuta. Per certi mali  il rimedio migliore.
Lo credi?
Ne son certo. So bene che tu non la pensi cos; che hai cercato di attenuare, anzi di nascondere.
Io? disse Almerico. Di nascondere?
Di negare, almeno; replic il Buonsanti, e sapevi pure ogni cosa!
Io sapevo quel tanto che a Massimo era piaciuto di dirmi; rispose Almerico, volendo dire e non dire.
E lo hai creduto, quel tanto? esclam laltro. Almerico mio, abbi pazienza, ma son costretto a levar molto dalla stima che facevo di te, come guardasigilli futuro!
Dato e non concesso, per parlare in linguaggio forense, rispose Almerico, dopo un istante di pausa, dato e non concesso che avessi saputo qualche cosa di ci che tu dici, avrei dovuto far contro a Massimo, nuocergli io nellanimo della duchessa Serena?
Non nuocere a lui, ma dire la verit; ribatt il Buonsanti, inflessibile.
Gi, per mettere il dito tra due, che a parer mio dovevano diventare marito e moglie? esclam il Montegalda.
Parere sbagliato, amico mio, parere sbagliato! rispose il Buonsanti. Io, per esempio, non ho consigliato mai alla duchessa un simile errore. Per fortuna, siamo oramai fuor di pericolo.
Lo credi? domand Almerico.
E come non crederlo, dopo ci che  avvenuto? Non sai ancora che donna sia la duchessa. Romana antica, mio caro! Una lama dacciaio!
Allora si piegher; mormor Almerico, sforzandosi di sorridere. 
Il commendatore Buonsanti rispose a quella frase con un gesto dimpazienza.
Ho detto acciaio, per la nobilt della tempera; rispose. Ma se vuoi, diciamo ferro, platino, diamante. Che uomini siete voialtri? I giornali ameni vi guastano. Appuntate ogni parola e ne fate argomento di celia.
Come tinganni! disse Almerico. Ho altra voglia che di celiare.
Perch? Con che aria lo dici! Per caso, saresti innamorato, tu?
Io? e di chi?
Della duchessa, poich si parla di lei.
Ma che? sei matto, Buonsanti mio. Vedete che idea! conchiuse Almerico, chiamando a testimoni della sua maraviglia tutte le potenze invisibili.
O perch? domand il vecchio gentiluomo. Vorrei un po sapere che cosa ci vedi di strano. Tu meglio dogni altro, Montegalda! Se la duchessa ha da discendere i due famosi gradini della gerarchia, meglio con te, serio cavaliere, che con quella banderuola di Massimo. Io darei la mia approvazione senzaltro.
Ah, mi fai ridere! disse Almerico, non riuscendo ad altra dimostrazione, fuor quella di un risolino stentato.
Non te la darei, perdincibacco, se mi potessi levare ventanni di dosso; continuava il Buonsanti. Che donna! che donna! Quando penso a quel Massimo, e alla sua stupidit.... poi al rischio che ha corso la duchessa, di sposare quel ragazzaccio!...
Buonsanti, te ne prego! Dianzi banderuola; ora lo chiami ragazzaccio. Dove andrai a finire?
Dove mi porter il mio libero giudizio. Ebbene, vuoi leticare con me? Dico quel che penso, io, e lo chiamo banderuola, ragazzaccio, monello. Glielo dir a lui, se mi capita fra i piedi.
Speriamo che non lo faccia; rispose Almerico. Se  vero che abbia trattato cos male, come  voi sapete, che sia corso a Napoli sulle tracce di miss Lockwood, della miniera dargento, come la chiamate,  da credere che per un pezzo non voglia presentarsi pi a Roma.
Oh, per questo, puoi star sicuro che non  calunniato! Mi fa maraviglia che tu abbia potuto prestar fede a una invenzione cos grossolana, come quella che il tuo amico ha trovata, per andarsene. Io, vedi, non bevo cos grosso, checch si dica del vino piemontese. Appena la duchessa mi ha parlato della fuga di Massimo, e mi ha mostrata la sua lettera, mi son messo a ridere. Cio, a ridere no; ma ho detto: non  possibile, non  vero, permettete che io prenda le mie informazioni. E le ho prese, senza bisogno di correr troppo, ed ho saputo che il signorino, scambio di andare a Padova, era corso a Napoli. E prima che il marchesino Paoli Daguro mandasse tante curiose notizie di lui alla baronessa Coselli, anchio avevo scritto a Napoli, e la risposta mi  giunta stamane.  qui, vedi,  qui; so tutto io, vita e miracoli. Vuoi tu sapere dovera, per esempio, ier laltro a sera, il tuo Telemaco? Al San Carlo, con miss Lockwood e coi suoi legittimi ascendenti, atteggiato a pretendente, se non gi a promesso sposo.
E la duchessa lo sa?
Lo sapr.
Le farai vedere la lettera?
Certamente. Io non ho i tuoi scrupoli pietosi e pericolosi. Aggiungi che ho il mio metodo di cura. Io, caro Montegalda, sono un amico cos fatto. Che? Una donna come la duchessa Serena mi concede la sua fiducia, mi fa suo cavaliere en tout bien tout honneur; ed io avr il coraggio di non dirle la verit tutta quanta? Lascer a voi, giovanotti, di spartire cos la vostra fedelt, tra una donna che  degna di tutta la devozione possibile, e un amico.... che va a cercar le miniere?
Non ti alterare, Buonsanti! E non mi opprimere, poi! non mi trattare cos duramente! 
Non badare! e se eccedo, perdonami.  uno sfogo necessario. Tu mi conosci; ho bisogno di dire tutto quello che penso. Se non mi sfogo, schiatto. Ma ti amo, lo sai, e ti amo, perch ti stimo. E perch ti stimo, vorrei che tu giudicassi pi severamente quel ragazzaccio; che tu lo giudicassi come veramente si merita... E ancora ti prego, Montegalda.... Anzi, per questo ero venuto da te. Lsciati vedere dalla duchessa. Iersera siamo rimasti soli due ore. Donna Serena diceva: verr il Montegalda. E il Montegalda non venne. Io ho parlato, ho chiacchierato, ho vuotato il sacco: ma poi.... capirai! si esaurisce anche il Vesuvio. E allora si ricascava nella tetraggine. Un terzo fa bene, in questi casi. La duchessa  molto abbattuta. Dovendo sostenere la conversazione, fa uno sforzo continuo. Se siamo in due, a farle compagnia, si ciarla magari noialtri, ella pu distrarsi ascoltando, e senza essere obbligata a rispondere. Infine, tu riconoscerai, senza bisogno daltri discorsi, la necessit di non mancare. Siamo due amici sinceri, per lei;  nostro dovere di assisterla. Ed anche, soggiunse il vecchio cavaliere (chiamiamolo pure cos, che se lo merita) ed anche di consigliarla.
Noi? disse Almerico. E come?
Se ti dicessi, ripigli il Buonsanti, che il soggiorno di Roma in questi momenti le nuoce, non mi crederesti tu?
Ma io, veramente, non saprei. Spiegati meglio, ti prego.
Ecco qua. Noi, per esempio, amici intimi e al fatto dogni cosa, possiamo parlare benissimo di ci che laffligge. In questi primi tempi  anzi necessario, per non parerle ipocriti, salvo il diritto di non parlargliene pi fra un mese. Ma con noi, intanto, ella si pu sfogare; non ha almeno da contenersi, quando certe cose le tornano a mente. Gli altri, anzi le altre (perch son sempre donne!) si pigliano il gusto matto di portarle notizie e particolari chella deve accogliere sorridendo, come cose  che non la toccano. Ora, tu immagini, Montegalda, comella debba soffrire. Tutte sanno che Massimo le faceva la corte, e gi tutte, finito lanno di lutto, saspettavano lannunzio del matrimonio. Bella impresa, in fede mia! esclam il cavaliere, con accento sarcastico. Ma passiamo pure su ci! Sapevano tutto, ti dicevo; ed ecco, ora che il signorino  partito, fingono tutte di non sapere pi nulla, e in mezzo a tutti i fatterelli della cronaca quotidiana, a tutti i pettegolezzi della high life, le sciorinano anche quello del rapimento operato dalla biondina di Nuova York. Ti dico,  una cosa intollerabile. Bisogner provvedere.  da amici provvedere.
Provvederemo; disse Almerico. Ci vai, questa sera?
Sicuro.
Ebbene, ci verr anchio. A che ora?
Ma!... intorno alle sette.
Benissimo; alle sette in punto sar dalla duchessa.
Bravo! disse il cavaliere Buonsanti.
Che! ti ringrazio di avermi dette queste cose; ripigli Almerico. Io non vedevo lutilit della mia povera persona in queste faccende. Si pu essere ignoranti, o sbadati, fino a questo segno, non  vero? soggiunse egli, col suo sorrisetto malinconico. Specie quando non si crede di essere necessari in alcun luogo! Eppure, lo vedo bene, ognuno  necessario la parte sua, quando si tratta di porgere una consolazione, o solamente di recare un sollievo pur che sia.
Bravo! ripet il cavaliere, stringendo la mano di Almerico. Tu sei un galantuomo. Perdonami se ti ho fatto perdere un tempo prezioso, con le mie chiacchierate. Ma anchio, vedi, anchio cedo allopinione volgare, che le cose del paese, ci si lavori o no, vadano sempre ad un modo.
Eh, quasi! disse Almerico, accettando la celia finale. Una cosa  fuor di dubbio: che, quando non ci si lavora, vanno meglio. 
Ottimamente! Una burletta, per fare un po di buon sangue! esclam il vecchio gentiluomo. Anche tu hai bisogno di stare pi allegro, giovanotto mio. Ridi sempre a fior di labbra, e si vede che non viene dal cuore. Troppo grave, Montegalda! troppo grave per la tua et! Non sei ancora guardasigilli.
Tu mi degradi, adesso! not Almerico.
Per innalzarti domani. Ma in fondo, caro mio, penso che  meglio non esser nulla.
E sei commendatore!
Di due santi, ed anche di un falso profeta, mio caro; dellordine Mauriziano e del Niscian Iftikar, con molta gloria, come ti dice il suo nome, e niente brillanti! rispose laltro, ridendo. Ricordi della Crimea, mi capisci? coi baffi grigi, troppo grigi, ma col polso ancora ben saldo.
Per farmi male! disse Almerico. Ecco una stretta di mano che non vorrai dare certamente alle signore.
Partito il Buonsanti, Almerico ritorn nel suo gabinetto, dove trov il ministro, che lo aspettava, per dargli certe istruzioni.
Colloqui lunghi! esclam il ministro, appena lo vide comparire.
Un po troppo, Eccellenza, non  vero?
Se sono stati piacevoli, non me ne dolgo; disse il ministro. Sapete, conte, che io non sono un tiranno. Qui poi ci guadagnano i miei nervi, perch godono della vostra contentezza. Vi vedo ilare.
Io? esclam Almerico stupito.
S, voi. Avete laspetto pi sereno e locchio pi vivo. Da parecchi giorni mi parevate assai triste, e ancora questa mane imbronciato.  dunque virt del lungo colloquio, se siete mutato in meglio. Caro amico! se non avessi sentito dallusciere che avete ricevuto un commendatore, avrei creduto si trattasse di una commendatrice. E forse, chi sa? grammaticalmente parlando, ogni maschile domanda il suo femminile. 
Non negli ordini equestri, Eccellenza. Che idea, del resto!
Ah s, scusate; ho fatto una supposizione temeraria. So bene che siete misgino!
Vostra Eccellenza  di buon umore questoggi! disse Almerico.
Caro mio, che volete? Siamo nelle vacanze, e si lavora un po meglio, senza lincubo delle interpellanze minacciate, e delle interrogazioni di tutti i giorni. Non vi fate venir voglia di questa roba, mi raccomando! La politica  donna, dicono! capricciosa, gelosa, prepotente, tirannica, come tutte le donne. Ebbene, non restate in forse un momento; mal per male, scegliete una donna vera, che vi dar almeno qualche giorno lieto. Sceglietela, dico, e per non avervi a pentire, sposatela.
Mi fa ridere, mormor il Montegalda. Se sapesse!...
Sentiamo. Perch vi fa ridere il mio consiglio?
Perch c una strana relazione fra ci che ella mi dice ora, e quello che mi diceva pocanzi lamico commendatore. Anchegli voleva ammogliarmi. E per mettermi sulla via, mi faceva gi innamorato....
Ah, bravo il commendatore! grid il ministro, scattando.  una bella cosa, essere innamorati.  lunica cosa bella. Quando lo fui io.... Me no ricordo ancora, sapete? Quantunque, lontanamente.... soggiunse, crollando il capo, come se vedesse le cose attraverso una nube. Trentanni fa, mi capite? trentanni fa! Ero nel mio bello, allora, e sciocco su tutti gli sciocchi, anelavo ad altro, io! a tornire i periodi, a far la voce sonora ed armonica, a concionare le turbe, a guidare le moltitudini col filo della parola, a dominarle con lo scoppietto della frase, a far penetrare, a forza di ragioni, il mio pensiero nella mente degli altri.
E n venuta a capo, Eccellenza! rispose Almerico. Dica di no, se le riesce!
S, s, ne sono venuto a capo, e pi presto  che non credessi; replic il ministro, con accento di sottile ironia. Avvocato alla sbarra del tribunale, vinsi una causa spallata; e allora pensai: sarebbero forse i sofismi, che han vinto, e non le buone ragioni? Basta, ragioni o sofismi,  leloquenza che ottiene i suoi frutti. Gi, pare che io non fossi mai stato cos eloquente, come in quel giorno memorabile. Forse la mancanza di buoni argomenti mi aveva condotto ad uno sforzo titanico. Eloquentissimo, dunque, e come tale celebrato dai popoli. Ma i frutti non furono sempre quelli della causa cattiva; ne perdetti delle buone, capite? delle buone, tanto buone, che cera da scommettere la testa. Peggio ancora, qualche volta la mia grande eloquenza non riesciva a vincere la sonnolenza dei giudici. Erano, sintende, i giudici di trentanni fa; soggiunse pudicamente il guardasigilli. Ora  tuttaltra cosa. Poi vennero le glorie del Parlamento. Che paura, mio Dio! Nei primi giorni, sentendo parlar tanti e con tanta sicurezza, ero rimasto come attonito. Mi parevano tutti semidei, che facessero cose inaudite. Le ripetizioni, gli annaspamenti, mi parevano grazie dello stile piano, conveniente al soggetto; le impropriet, i solecismi, altrettante sprezzature del discorso familiare. E tu perch non parli? mi disse un amico. Io? sei matto? Io non oser mai rispondevo. Bada, se non parli subito, sei un uomo perduto; bisogna rompere il ghiaccio. Lamico diceva anzi di pi, diceva: la faccia. E volli parlar subito, perch non si dicesse che un avvocato, un atleta del Foro, avesse paura di chiedere la parola sopra un emendamento, o per una semplice raccomandazione. Ma era unaltra cosa, mio caro. Leloquenza del tribunale, tutta infarcita di attesoch, di veniamo al merito, di edifizi dellaccusa, con le facili riprese del patetico: Signori giurati! o del nobile: La corte eccellentissima intender, non mi serviva a nulla, in quel nuovo teatro; non mi aiutavano le frasi fatte, non mi soccorrevano gli articoli del Codice, non mi  salvava la giurisprudenza, che a farlo apposta offre argomenti e d ragione a tutti, nella soggetta materia. Ero l, su dun terreno ignoto ed instabile: il mio banco mi pareva un proscenio, donde io dovessi attaccare una cavatina, mentre allintorno stavano a sentirmi, a giudicarmi, duecento e pi altre prime donne, soprani, mezzi soprani e contralti. Credetemi, Montegalda! a parlare la prima volta in una assemblea politica, ci vuole una buona dose di coraggio; a parlare con sicurezza, ci vuole molta ignoranza del vero pericolo. Io volli, ed ebbi la febbre. Intorno a me, mi pareva silenzio di tomba; le mie parole mi ritornavano allorecchio, ora ingrossate a rumore di tuono, ora scemate, assottigliate in uno scampano lontano lontano, portato da un soffio di vento. Aggiungete che sentivo ridere, quando non mi pareva daver detto nulla di gaio, mormorare, quando mi sembrava di aver trovato un belleffetto. Basta, come Dio volle, finii, e con nobile ipocrisia ricusai lacqua inzuccherata che mi offriva un vicino. Ne avrei avuto tanto bisogno! Il mio maiden-speech mi frutt molte strette di mano e la pi grata fra tutte le parentesi nel rendiconto stenografico. Ero soddisfatto, liberato da un peso, e laureato oratore politico. Ma i giornali vennero a temperarmi il vino della gloria. Uno se la cav con una frase: Lonorevole tale fa osservazioni e raccomandazioni; un altro mi fece dire lopposto di quel che avevo detto; un altro, che mirava a dare la fisionomia della seduta mi trov laccento drammatico e mi paragon ad un attor giovane in voga; un altro ancora (ed era un collega parlamentare) not che abusavo delle metafore e che avevo parlato molto per la tribuna delle signore. Figuratevi! Sapevo proprio che ci fossero delle signore a sentirmi!
Ognuno vuol dire la sua, si capisce! not il Montegalda.
Lo so bene; riprese il ministro. Nel complesso non ebbi da lagnarmi, perch non mi dissero  un cane. A poco a poco mi agguerrivo; mi feci una eloquenza nuova, la parlamentare, piana, familiare, con qualche pizzico di sale, con qualche rara volata, molte parole, sopra tutto, molte parole per dire il meno possibile. A farvela breve, vinsi un ordine del giorno, e feci cascare un gabinetto. Almeno, cos credetti allora; ma ad un altro ordine del giorno, e in condizioni pi gravi, non feci cascar nulla. I ministeri, conte, cadono come le pere dallalbero, quando sono mature; e noi non ci abbiamo merito, n con gli ordini del giorno, se si tratta di ministeri, n con le scosse allalbero, se si tratta di pere. Quando un ministero ha fatto tutto ci che doveva, e tutto ci che non doveva, quando ha contentato quel certo numero e scontentato quellaltro,  maturo per la caduta, e gli uni e gli altri si associano per dargli il crollo. Lordine del giorno  loccasione; la maturit  la causa operante. Eloquenza, politica, ambizione, desiderio di fare.... quante vanit! Chi ve ne tien conto, nei giorni di prova? E allora si ritorna indietro, col pensiero, ai bei tempi perduti. Ma col pensiero soltanto! Bisogna restar sulla breccia. Se ve ne andate, dicono che vi sentivate mancare il terreno sotto i piedi. C troppa gente che ride apertamente; troppa che vi compiange a fior di labbra! Tutti i vecchi sdegni ci accompagnano, tutte le antiche rivalit, tutti i livori, tutte le invidie; perfino quelle della prima ginnasiale; perfino le antipatie che seguivano vostro padre, o vostro nonno, tutto vi accompagna, tutto vi segue, fino alla tomba. L, siamo giusti, c la battuta daspetto; la marcia funebre della Jone e lelogio commovente sulla fossa; la stonatura, e la buga. Ma qui, finalmente, direte voi, si riposa; c la posterit che pu amarvi sinceramente, essa, quando tutte le ire contemporanee sorto morte. Ebbene, no, Montegalda! ci sono ancora i figli, o gli eredi dei vostri rivali e nemici; voglio dire i critici acuti e severi, che vi rifanno il processo, con le migliori intenzioni del mondo. Vedete quel ch toccato  al Foscolo! quel che  toccato al Leopardi! O, per rimanere nellordine nostro, vedete che cosa s fatto del Mirabeau e via via di tutti gli uomini della Rivoluzione. Ci sono i figli dei figli, i pronipoti, non gi delle vittime, ma degli stessi complici, degli stessi emuli e rivali, che lavorano con un gusto matto a demolirveli tutti. Vi dico,  una cosa sciocca, scalmanarsi tanto per la politica. Amate, mio giovane amico: amare vuol dire esser giovani e forti. Peccato che non si possa amare tutte le ventiquattro ore del giorno e tutti i trecento sessantacinque giorni dellanno! Non pretendo gi che non vada lasciato il suo giorno alle cure dello Stato. C ancora libero, per esempio, il trecentesimo sessantesimo sesto dei bisestili! Ed ora, ditemi amen, caro segretario particolare e confidente dei miei nervi, ditemi amen.
Amen, Eccellenza! rispose Almerico, ridendo. E grazie, sopratutto, perch mi ha data una buona lezione. Mi verr in taglio; chi sa?
...
.
...
6. 
Dubbio e dilemma.
...
.
...
Quel giorno Almerico di Montegalda pens lungamente su ci che gli aveva detto il ministro. Prima di tutto per dare la parte sua alla gratitudine. Il suo ministro era davvero un amico, punto orgoglioso, e ad onta dei nervi, che qualche volta gli guastavano lumore, sempre un buon figliuolo, come negli anni pi verdi. Come era poco conosciuto, quelluomo! E come ragionava bene! Era pericoloso stargli oppositore nellaula, quando faceva i suoi discorsi, cos forti di dottrina e densi di pensiero, cos stringenti nella forma socratica dellargomentazione, che metteva lavversario con le spalle al muro, obbligandolo  a darsi per vinto, o a fare una figura anche peggiore, col mostrarsi egli solo resto, mentre gli ascoltatori erano gi tutti persuasi; ma il resistere era impossibile addirittura nel discorso familiare, quando svelava il suo pensiero, rimasto cos ingenuo e cos puro nel lungo attrito e nei turbamenti continui delle gare politiche. Poi egli venne anche a pensare su certe osservazioni che il ministro gli aveva fatte.
In che mha visto ilare? e di che? domandava Almerico. Sarei curioso di saperlo dal mio signor me. Ho sentito dire da uomini di valore, essere buono studio meditare sulle proprie idee, considerarne la formazione e ricercarne le origini. S, certamente,  un nobile studio, e pi utile di tanti altri. Luomo che sa esser giudice di s medesimo, pu esserne anche il correttore. Se il ministro mi ha veduto cos sereno,  segno che lo ero. Ma perch tanto mutato? Forse per la conversazione col Buonsanti? E che mha detto il Buonsanti, da rallegrarmi cos? Da farmi ridere, passi; una risata non  ancora lallegria, molto meno la serenit dello spirito. Che strana idea, quella dellamico Buonsanti! Io pretendente?... Ah, s, davvero, avrei scelto bene il momento! Eppure, perch no? Il posto non  mai cos libero, come quando un altro lo ha lasciato allora allora. Si leva unimmagine dalla cornice, e se ne sostituisce unaltra. Lavoro di scavazione, lavoro improbo, sotterraneo, da nichilisti, e per riuscir dove? Non gi al trono, ma al patibolo; non gi al sole del trionfo, ma ai geli della Siberia! E ancora, per nutrir la speranza, bisognerebbe possedere la fede, essere scaldati dallamore. Son io forse innamorato? -
A questa domanda Almerico fece una pausa. Era grave, la domanda; bisognava pensarci due volte, prima di rispondere.
 bellissima, non lo nego; ripigli, facendo lesame di coscienza.  anche un angelo di bont. Ed io.... Sta a vedere che ci penso sul serio! No, no, non  possibile. Perch, infatti, se mai c stato un  pericolo, bisogna andarlo a cercare molto indietro. Lho guardata assai, quando lho veduta per la prima volta. Che sera, al teatro Valle, dove si rappresentava per la prima volta la Cecilia del Cossa! Tutta Roma era l, intenta a guardare la scena. Io, me lo perdoni lombra dello Schiller italiano, guardavo spesso in quel palco, ammiravo molto quella figura stupenda, che mi faceva pensare. Ebbene, che male cera? Guardando, mi parve pi caldo e pi bello il lavoro del poeta; gustai bellezze recondite, ebbi dal dramma sensazioni profonde, perfezionate da quella sensazione di.... Di che, vediamo, di che? Di maraviglia, di simpatia artistica, mi pare. Ad un certo punto aveva veduto entrare nel palco il conte di Riva, un mio compagno di collegio, e mi sembr che fosse accolto assai bene, come un amico aspettato e desiderato. Tremai forse? Soffrii? Niente affatto. Massimo, qualche tempo prima, rivedendomi dopo anni ed anni di separazione, mi aveva fatto gran festa; poi aveva avuto occasione di domandarmi un servizio, una raccomandazione presso il ministro, a favore di un suo conoscente. Cos fu rinfrescata la nostra amicizia, che non doveva pi cessare. Sarebbe durata cos, se ci fosse passata sopra unombra di gelosia?
Largomento era forte; parve irresistibile ad Almerico.
Un giorno, continu egli, per averne lintiero, un giorno lamico Massimo mi domand: Perch non ti si vede mai in societ? saresti forse un uomo salvatico? Voglio addomesticarti io, presentarti alla duchessa di San Secondo. Immaginai subito che fosse la dama del palco. In che modo si capiscono, queste cose? Via, non ci perdiamo in sottigliezze. Era la dama presso cui lo avevo veduto quella volta, ed altre parecchie dopo quella. Era assiduo, il pi assiduo di tutti; aveva laria di un cavalier servente. Ecco perch mi venne in mente che fosse quella dama, la duchessa di San Secondo, a cui voleva presentarmi. Non dissi n di s, n di  no, per allora. Una sera torn a parlarmene; mi lasciai piegare e ci andai. Divenni presto un amico di casa, amico discreto, terzo non incomodo. La condizione  buona, quando il cavaliere primo occupante  gentile, riguardoso, e non ha laria di prendervi per testimone della sua conquista. Conquista, a dir vero, non ce nera neanche; io non mavvidi di nulla che potesse darmi sospetto; vidi anzi e certo fui (guarda dove si ficca una frase dantesca!) e certo fui che eravamo nel platonismo schietto. Bene! cos va bene! E rimasi, gradito a lei, gradito a lui, non meno gradito al duca. Mor questultimo, e fui uno degli intimi consolatori dun dolore nobilmente sentito. E poi.... e poi, ho io mai invidiato il conte di Riva? No, mille volte no, e questa  una giustizia che mi posso rendere. Io non ho mai patito del brutto male. Ma per contro.... per contro, ecco una prova convincente che non soffrivo dellaltro male, che chiamano il dolce. E allora, di che mi turbo? S davvero, ho riso oggi, e di cuore. Quel Buonsanti ha delle idee cos strane! Diamine! non ci sarebbe mancato altro, che io fossi innamorato di quella povera duchessa!
Almerico di Montegalda fu molto contento del suo esame di coscienza, e sorrise, pronosticando bene della sua prima requisitoria. Era allegro, e se il suo ministro lo avesse veduto in quel punto, si sarebbe arrischiato a domandargli: Per caso, Montegalda, avreste guadagnato una quaderna alle finanze dello Stato?
Non siamo troppo allegri, per altro! disse Almerico, temperando la sua contentezza.  una buona amica, la duchessa; sopporta il dolore di una grave offesa, e dobbiamo pensare a consolarla, a risanare il suo cuore infermo. Ma s, risanarlo; si ha pur da trovare il rimedio. Lamico Buonsanti ha delle idee strane, ma ne ha ancora delle buone. Ecco un vero amico, onesto, leale, a tutta prova. Ha le sue debolezze. Chi non ne ha!  un soldato che ama vivere i suoi anni di ritiro alla luce del mondo  elegante. Ha lasciato il servizio con dignit e con gravit militare. Lo avevano saltato nelle promozioni, ed egli, fiera indole piemontese, non si  lagnato, non ha strepitato, non ha mosso cielo e terra, ha scritto una lettera breve breve, presentando la sua dimissione. Pregato a ritirarla, ha nobilmente resistito. Per fortuna, era ricco, e non ha avuto da soffrire del danno. Cuore ancor giovane, ha cercato nella vita signorile i conforti e gli svaghi che la vita militare non gli aveva sempre consentito. Frequenta i teatri, i circoli, le conversazioni, e lo chiamano un gaudente. Ha ragione, dopo aver fatto il suo dovere di cittadino. Il ministro vorrebbe lamore e la giovent; il Buonsanti va pi in l, o resta pi in qua; non vuol neanche lamore, e si contenta della sua maturit. Ha mutato il collarino ritto nella cravatta bianca; gode il fresco e il soffice dellabito aperto sul petto. E non  un egoista, no, perch ama i suoi amici, povero Buonsanti, ma nel servirli mette lo stesso impeto delle cariche di San Martino e della Cernaja.
Tornava in quel punto al pensiero di Almerico la furia con cui il commendatore Buonsanti aveva detto alla duchessa Serena tutto ci che sapeva di Massimo, ed altro si disponeva a dirle, dopo ricevute le nuove informazioni da Napoli.
 questo il suo metodo di cura; disse egli. E chi sa? pu essere il buono. Verr a capo egualmente di muoverla da Roma? Mi par difficile. Con chi viagger la duchessa? Se non si risolve egli di accompagnarla, prevedo un triste viaggio. Basta, ci ha da pensar lui, che ha avuta lidea. A me non rester che di appoggiar la proposta. Ah, bene! ecco il frasario politico che fa capolino! esclam Almerico, ridendo. E il ministro, che mi ha consigliato con tante buone ragioni di fuggir la politica! Ma oramai  penetrata dappertutto, la politica; labbiamo perfino negli abiti, e ci ammorba, come il puzzo del sigaro.
Si finiva con lo scherzo, come vedete. Sicuramente,  e pi che mai, Almerico di Montegalda era soddisfatto del suo esame di coscienza.
Quella sera, alle sette in punto, pi calmo, sicuro di s, desideroso di giovare, entr nel palazzo di San Secondo. Trov la duchessa sola nel suo salottino, e con un libro fra le mani. Un libro! il Leopardi, senza dubbio, od altro poeta del dolore. Ma no, a farlo a posta, con un libro gaio, o gi di l; un libro di viaggi.
Ah! disse Almerico, vedendo il titolo: Le regioni polari. Si va al polo, con lord Dufferin, signora?
Che volete? rispose ella, deponendo con aria stanca il volume.  il cavaliere Buonsanti che me lo ha portato. Vuole che io lo legga, e pretende di sapere che mi piacer.
Come relazione di viaggio devessere vecchio; ripigli Almerico, guardando la data. Vedete, signora, siamo al 1859. Ma gi, capisco, il nostro amico s fermato alle sue letture di giovent. Speravo di vederlo da voi; soggiunse. Mi aveva detto che sarebbe venuto.
 uscito pocanzi; rispose Serena.
Ah! e come?
Non vi maravigliate, conte. Era venuto in giornata, per leggermi una lettera. Forse ne saprete qualche cosa....
S, disse Almerico, me ne aveva fatto cenno.
Ebbene, ripigli la duchessa, quella lettera mi aveva rattristata. Allora il nostro amico  rimasto a tenermi compagnia. In penitenza! soggiunse ella, accompagnando la frase con un sorriso malinconico. Poi, dopo il pranzo ha chiesto di prendere una boccata daria, per fumare il suo sigaro.  una abitudine che non pu lasciare; e del resto farebbe male a lasciarla. Fanno parte di noi medesimi, le nostre abitudini; senza quelle non saremmo pi interamente noi. Ma il cavaliere ritorner subito; lo ha promesso, e voi lo rivedrete. 
Fedele alla consegna; rispose Almerico. Il Buonsanti  soldato, anche nellamicizia.
Ah s, conte, un amico prezioso, unanima leale, un cuor doro, un uomo eccellente, del vecchio stampo!
Almerico pens: Ecco un ardore dammirazione, che potrebbe convertirsi benissimo.... Ma discacci tosto il pensiero. In verit, quel giorno i suoi esami di coscienza lo avevano guastato; girava troppo facilmente alla requisitoria.
Crudele, qualche volta, nella sua sincerit; proseguiva intanto la duchessa. Con che gusto si  fermato su tutti i punti pi.... dispiacevoli della lettera che aveva da leggermi! Ma infine, non  meglio sapere che ignorare? E voi, che avete letto, conte, credete voi ancora al racconto del vostro amico?
Io, signora, non ho letto; rispose Almerico. Poi, non ho il diritto di creder altro, intorno ai fatti suoi, fuor quello che ha voluto raccontarmene. Dovrei vederlo, interrogarlo, sentirlo, per dare un giudizio sincero.
Siete molto.... circospetto; replic la duchessa. Io non posso aspettare come voi; ho il diritto di non aspettare. Se anche fosse andato dove ha detto a voi, ingannandovi senza ragione, il suo silenzio, dopo la partenza, lo condannerebbe egualmente. Per me, lho giudicato. Ma se non gli dava lanimo di scrivere a me, poteva per scrivere a voi. Come? Vi fa una dolorosa confidenza, vi contrista lanimo col racconto della sua rovina, e non crede pi necessario di darvi segno di vita? Voi, conte Almerico, potreste ben credere chegli si sia fatto saltare le cervella!
Almerico sentiva il peso dellargomentazione; sentiva anche la punta dellironia; ma non sapeva che rispondere.
Non vi offendete, vi prego; ripigli la duchessa. Voi non avete colpa, neanche per ci che fingete di credere. Voi adempite un dovere, che vi  costa. Io che non ho doveri, ma diritti, potrei fare ben altro, che mi costerebbe assai poco.
Che cosa? balbett Almerico.
Una vendetta, conte, una giusta vendetta.
In che modo?
Cos; rispose Serena, aprendo il cassetto del suo tavolincino di lacca giapponese, e traendone fuori un piccolo involto. Vedete, Montegalda? Queste son lettere del signor Massimo. C tutto il suo romanzo, qua dentro. Si potrebbe fare una cosa.... Oggi fui sul punto di risolvermi, e perci avevo preso questo involto dal mio stipo, per levar le soprascritte, e metter tutto in una bella busta nuova. Si potrebbe, dico, mandar queste lettere alla gentilissima miss Madge Lockwood, a Napoli, allalbergo di Russia, con una letterina dintroduzione che dicesse presso a poco cos: Signorina! Poich il conte Massimo di Riva  valente scrittore nel genere sentimentale, non  giusto che lo conosciate soltanto dai suoi discorsi. Dovete farvi anche unidea del suo stile, per la ragione conosciuta ed ammessa che lo stile  luomo. Eccovi dunque il signor conte di Riva, dipinto da s medesimo, e sotto la luce pi bella, in queste quindici lettere, scritte in tempi diversi, lultima delle quali ha per altro una data molto recente. Se egli dovr allontanarsi qualche giorno da voi (cosa naturalissima, poich siete fanciulla, e i vostri parenti potranno benissimo trovar pericolosa la sua assiduit, anche giustificata da tutti i diritti che voi voleste accordargli) egli sicuramente vi scriver. Farete allora un confronto, non inutile per i vostri studi di lingua italiana. Inoltre, se egli vi dir cose troppo ardenti, non vi giungeranno pi nuove. Eccovi, Montegalda, che cosa si potrebbe scrivere a miss Madge, accompagnandole un presente come questo, forse non intieramente gradito, ma certamente prezioso per lei.
E avete pensato di far ci? chiese Almerico.
S, ve lho detto, ci ho pensato; ci pensavo da  ieri; mi ero quasi risoluta di farlo, dopo aver letta la lettera che il cavaliere Buonsanti ha ricevuta da Napoli. Non vi pare che sarei nel mio diritto di donna offesa?
Signora, vi prego.... balbett Almerico. Sarebbe una cosa orribile.
Che paura  la vostra, conte, se il vostro amico  a Padova? grid la duchessa, con accento sarcastico.
Almerico si morse le labbra. Era colto in fallo, vinto, atterrato dalla logica sottile di una donna.
Signora duchessa, io non so.... rispose egli, dopo un istante di pausa. Fossegli dovunque.... fosse pure dove il nostro amico Buonsanti pretende che sia, la vostra vendetta, per quanto giustificata, non tralascerebbe di essere....
Orribile, non  vero? Lo avevate gi detto una volta; perch temete ora di ripeterlo? disse tranquillamente Serena. Sarebbe orribile; lho riconosciuto ancor io. Prendete voi queste lettere.
Io?
S, Montegalda, custoditele voi. Ho veduto in un modo oggi; potrei vedere in un altro domani. In mia mano ci stanno male, oramai; c sempre da temere dun momento di collera.
Almerico prese linvolto e strinse la mano della duchessa: una mano che ardeva, come per febbre, e che egli sent tremar nella sua.
Siete grande, signora; dissegli.
Grande! esclam Serena. Dopo aver pensato una cosa orribile?
Ma discacciandone tosto il pensiero; replic Almerico. Io vi ammiro, e vi ringrazio della vostra fiducia. Custodir io queste lettere. Ho la speranza che il conte di Riva ve le riporter. Se cos non fosse, le riprenderebbe un giorno, per consegnarvi in cambio le vostre.
Oh, non occorre! Tenga pure le mie. Sono lettere che si possono leggere da tutti, le prime come le ultime. Non ebbi mai nulla di segreto da dirgli,  nessuna febbre da descrivere, nessun sogno da raccontare. Queste, invece, con tutte le furie che ci son dentro, sepolte! renderebbero lui molto ridicolo.
E diede in uno scoppio di pianto, che contrastava con le parole, ma che si vedeva gi preparato dai moti convulsi ondesse erano accompagnate.
Ebbene, signora, che  ci? disse Almerico, turbato. Siete voi cos debole?
S, son debole; rispose ella, tra i singhiozzi. Ah se fossi un uomo, signor Almerico! Se fossi un uomo! Vedete, non mi si offenderebbe impunemente. Voi uomini avete un genere di vendetta che vi concede lo sfogo, senza avvilirvi il carattere. Un duello in piena regola! Anche una frustata sul viso, quando par necessaria! E poi siete tranquilli. Le conseguenze son tristi, o non sono; ma non vanno mai per le lunghe, e non vi bisogna neppur star continuamente in orgasmo, coi nervi tesi. Noi, quando ci sentiamo offese, non abbiamo altra vendetta che quella da voi chiamata orribile. E poi, quando abbiamo castigato a modo nostro, ci dicono cattive. Dateci le vostre armi, e saremo come voi.
Vingannate, signora; disse Almerico. Gli uomini che voi dite, son qualche volta serii, ma pi spesso leggeri. Il duello lo fanno per vanit, ancora pi che per amor proprio, che non sarebbe una buona ragione, ma almeno almeno una scusa sufficiente. Bisogna avere un duello nel proprio stato di servizio, e per averlo non si bada con chi, n per quali cagioni. Cionondimeno, siamo giusti, se costoro sono cervelli leggeri, non sono almeno cuori cattivi. I cattivi sono il maggior numero: son gli odiatori per il gusto di odiare, i delatori, gli scrittori di lettere anonime: tutti coloro che non si appagano di dar dispiacere a voi, che non li avete offesi, ma vogliono darlo a tutte le persone che vi amano, o che essi sospettano amiche vostre; e sono i nemici giurati di tutto ci che risplende, i detrattori della onest e della fama, i cercatori delle riposte intenzioni, tutti coloro che quando non trovano inventano. Questi,  signora mia, son legione. Contentatevi di esser donna, e di non potervi vendicare, ch altrimenti dovreste esser sempre con la spada alla mano, e far passo darmi ad ogni canto di strada; contentatevi di esser donna, e danimo cos alto, da non sentire il bisogno della vendetta. Una grave offesa, lo so, un profondo dolore, possono turbare lo spirito.... Ma non c qualche cosa che val meglio della vendetta pi allegra? Se il conte Massimo  quelluomo che le apparenze vi dimostrano, meriterebbe il vostro disprezzo e niente di pi. Infine, veniamo alle conseguenze. Che ha fatto egli, sempre secondo le apparenze? Vi ha forse tolto il vostro buon nome? Quattro o cinque donne maligne possono credervi disprezzata; dieci lo crederanno, se vi vedranno infelice. Ma neanche allora, badate, neanche allora verr meno il rispetto di Roma per voi. Ammettiamo pure che sian vere le voci sparse sul conto di Massimo, e che egli sia andato sulle tracce di miss Lockwood. Non vedete gi come  punito del suo fallo? Per il solo sospetto della cosa, tutti parlano gi della miniera dargento che gli ha fatto dar volta al cervello. Non ha egli la sua condanna con s? Vi prego, signora; asciugate quelle lacrime! Non sentite? Hanno suonato. Se fosse una visita?
Non credo; mormor la duchessa. Sar il cavaliere Buonsanti che ritorna.
Ebbene, ragion di pi per calmarvi. Sapete che uomo terribile  lamico nostro. Vi sgrider senza misericordia, e sgrider anche me, cavaliere disgraziato, che non ho saputo sviare il vostro pensiero da un doloroso argomento.
Povero cavaliere Buonsanti! Per i bisogni del momento, passava anche per un uomo terribile.
Era proprio lui che ritornava. Non aveva solamente fumato il suo sigaro, ma era anche capitato a casa sua, per vedere se ci avesse lettere, e ci lo aveva fatto ritardare un tantino di pi.
Rientrato nel salottino della duchessa, il cavaliere Buonsanti ricominci le sue chiacchiere amene, ragion  e sragion gaiamente di cento cose, perfino di politica. Quella sera laveva con lamministrazione della giustizia. Almerico la difendeva, per ragione duffizio, ma il Buonsanti non gli dava quartiere, lo soverchiava, lo subissava con una valanga di argomenti e di paradossi, in mezzo ai quali si notava ancora qualche buona ragione.
Se il mio ministro ti sentisse, ti abbraccerebbe! gli disse ad un certo punto Almerico.
E perch? domand il Buonsanti.
Perch gli ricorderesti quello che egli pensava dellamministrazione della giustizia.... trentanni fa.
E adesso?
Adesso, mio caro, tutto  cambiato. Ha avuto la bont di riconoscerlo egli, e di dirmelo. Parola di ministro non pu mentire.
Serena ascoltava e non ascoltava. Intanto le ore passavano.
Ebbene, duchessa, avete letto il viaggio alle regioni polari? le chiese il Buonsanti.
Incominciavo appena, quando giunse il conte Almerico; rispose Serena.
Ah s, che idea! entr a dire il Montegalda. Vorresti mandar la duchessa Serena allo Spitzberg!
Perch no? Laccompagnerei; rispose il cavaliere. Capisco che questa non sarebbe una buona ragione per farla risolvere; ma infine, lo dico perch ne sarei capace. Non lo saresti anche tu?
Almerico sinchin. Anche quella era una maniera di rispondere.
Del resto, non ti spaventare; prosegu lamico. Si domanda cento, per ottenere cinquanta. Donna Serena ha bisogno di muoversi, di prender aria. Consiglierei....
Sentiamo, che cosa consiglieresti.
Consiglierei.... Parigi,
Ci sar troppo freddo.
Allora da unaltra parte: consiglierei Costantinopoli. 
Laggi ci sono i Turchi; disse Almerico.
E che? Vorresti aspettare che ci andassero i Russi?
Molti itinerarii furono cos ventilati, ma senza concluder nulla. Serena sorrideva e taceva.
Alle undici i due amici si congedarono.
Non vieni a capo di nulla; disse Almerico al cavaliere Buonsanti, quando furono per via.
Che! Vuoi scommettere che in una settimana ci riesco? Quando si  in due, si fa passare il tempo, ma si discorre male di certe cose; replic il Buonsanti. Ne discorrer meglio a quattrocchi. A me let permette di dir tutto. Benedetta, o piuttosto maledetta et!... Se avessi ventanni di meno....
Che faresti, con ventanni di meno?
Te lho gi detto: la mia brava corte. E vincerei.
Diamine, che sicurezza!
La sicurezza delluomo onesto, quando ha da fare con una donna onesta. Ora, mio caro Almerico, il posto  per te.
Il conte di Montegalda sorrise.
Sempre la stessa idea! esclam. Che ostinazione  la tua!
Bravo! Aspetta a dirmelo pi tardi; ribatt il cavaliere Buonsanti. Finora non  che la seconda volta. Alla centesima, ti voglio.
Come? Giungerai fin l?
Sicuramente. E non mi prendere per lincaricato dunagenzia di matrimonii! Penso e sento cos. La duchessa  una donna onesta; vorrei che sposasse un onestuomo.
Te ne ringrazio; mormor Almerico.
Ah, bene! Tu dunque accetterai?
Come corri! Anche non accettando un consiglio, si pu ringraziare un amico della sua buona intenzione, quando  accompagnata da un complimento, e sopra tutto quando la buona intenzione e il complimento vengono da un uomo come te. 
Quante parole, buon Dio! esclam il cavaliere. Non sei pi guardasigilli.
Che sar dunque?
Ministro degli esteri, mio caro! Ci hai la frase diplomatica. Non hai mai pensato ad entrare in diplomazia?
Mio padre lavrebbe desiderato; rispose Almerico. Ma io non ho voluto.
Male! grid il Buonsanti.  vero che tu saresti ora a Berlino, a Vienna, che so io, a San Salvador, ad Haiti, e noi non ti avremmo compagno in unopera buona.
Almerico non sindugi quella notte per le vie di Roma. Aveva nella tasca del soprabito un involto che gli premeva di deporre. Giunto nel suo quartierino, aperse lo stipo e colloc le lettere di Massimo in uno degli scompartimenti del fondo; poi si mise a passeggiare per la camera. Altro soliloquio, come potete immaginare.
Perch son triste? dissegli. Ah, ecco, in fede mia, uno studio curioso. Oggi chiedevo a me stesso perch fossi ilare; ora perch son triste. Ma andiamo al fondo delle cose, poich ognuna di esse ha la sua ragione. Quel diavolo del Buonsanti mi ha messo certe spine nel cuore! Vediamo, dunque. Sono innamorato, forse, e gi soffro di vedere che ella ama ancor tanto quelluomo, da pensare alla vendetta? Oh Dio! ma sono pur sciocco, io! Eccola l, la prova, la pietra di paragone. Se sono innamorato, sono anche geloso, e leggo quelle lettere, e vi cerco le tracce di una passione che mi fa soffrire. Ma se non le leggo, se non sento neanche il desiderio di guardarle,  segno che non sono geloso, e che non sono innamorato.  un dilemma, questo, o non ?
Stette un poco davanti allo stipo, rimirando le lettere, o per dire pi esattamente, linvolto in cui erano chiuse. Finalmente distese la mano e riprese ci che aveva pocanzi collocato l dentro. Guard la sopraccarta, che appariva recente, e il cordoncino ondera legata in croce; la rigir un pezzo tra le  dita, e poi.... E poi gitt linvolto in un cassettino, rialz la lastra dello stipo, chiuse con due mandate di chiave, e se ne and subito a letto.
Ah, santi Numi! Il dilemma lo aveva aiutato a veder chiaro nei penetrali del suo cuore. Non era innamorato. E il cavaliere Buonsanti di Carpigliano, con tutte le spine che gli aveva messe nel cuore, con tutti i consigli che aveva creduto opportuno di dargli, poteva andarsi a riporre.
...
.
...
7. 
La discrezione.
...
.
...
Seguirono parecchi giorni in cui non si parl pi di andare, n di restare. Almerico di Montegalda e il cavalier Buonsanti erano assidui a palazzo San Secondo, e da leali amici adempivano lufficio di non lasciar sola nelle lunghe sere la bella addolorata. Donna Serena appariva tranquilla, comera sempre stata; forse pi pensosa dellusato, per chi la conosceva tanto e quanto; distratta e facile alle mute concentrazioni, per chi viveva in maggiore intimit di consuetudini con lei. Di solito, faceva molte parole in principio, come per animare i suoi gentili visitatori; poi, mentre quei due sinfervoravano nella disputa, ella a grado a grado si faceva fuori del giuoco, spettatrice in apparenza, ma nel fatto, poi, tutta intesa a seguire il corso di un pensiero dominante, che offuscava i suoi grandi occhi e increspava la sua candida fronte. Allora, non pi attacchi del Buonsanti, o difese di Almerico; ci voleva un silenzio improvviso, per farla ritornare alla coscienza del luogo e dellora. Perdonate, pensavo.... diceva allora; e si sforzava di sorridere, mentre Almerico abbassava gli occhi, e il cavaliere Buonsanti, forte  di una maggiore autorit e di una maggior confidenza, batteva le labbra ed aggrottava le ciglia.
Non ne verrai a capo; diceva Almerico al Buonsanti, quando escivano insieme da quelle conversazioni serali. Ella non seguir il tuo consiglio.
Ti ho proposto di scommettere! rispondeva il cavaliere.
S, di riescire in una settimana; replicava Almerico; e la settimana  passata.
Perch non scommettere allora? Avresti vinto. Perch non scommettere adesso? Puoi sperare di vincere; ribatteva il Buonsanti.
Ebbene, s, scommettiamo; disse Almerico. Ti concedo dieci giorni.
Ho detto una settimana, e una settimana sar, rispose il Buonsanti. Che cosa vuoi scommettere? Una discrezione?
Vada per la discrezione.
Ma intendiamoci, sul serio? La pagherai?
Se avr perso. E tu pure?
Quanto a me, non dubitare: non perder.
Fiducia maravigliosa! Se almeno, ora che abbiamo scommesso, tu avessi la bont di dirmi il tuo segreto!...
Non c segreto, rispose il Buonsanti. Nella prima settimana, forse, avrei potuto parlare pi forte. Ora lascer parlar gli altri. Aggiungi che nei primi giorni, dovendo noi toccare certi argomenti, ella poteva ancora sfogarsi; ora non pi, perch noi, su quegli argomenti, siamo muti come pesci. Almeno, soggiunse il cavaliere, io spero che tu non vorrai guastarmi il giuoco, richiamando i morti in ballo.
Oh, per questo, non temere! grid Almerico. Mavrebbe a cascare la lingua.
Bene! allora  cosa fatta, ripigli laltro. Cos non pu durare pi a lungo. Al primo discorso maligno, o soltanto impreveduto, di qualche cara donnina, o di qualche bel cavaliere, vedrai che  non regge pi. Questoggi, caro mio, era giorno di visite. Ero presente, ed ho capito che ci voleva poco pi di quello che  stato detto, per farle perdere la pazienza.
Che cosa le hanno detto?
Ma.... che so io? i soliti accenni lontani. Il nome di Massimo  venuto fuori una volta. Io ero l, con tanto docchi, ed ho veduto le contrazioni del suo volto. Guai se ritornava qualcuno a nominarglielo!
I giorni passarono, e seguitava il silenzio sul capitolo dei viaggi, quantunque il volume di lord Dufferin fosse ancora e sempre sul tavolincino di lacca giapponese. Ma il Montegalda e il Buonsanti avevano egualmente mantenuto il patto di non accennare in alcun modo al conte di Riva.
Alla fine del sesto giorno, il Montegalda disse allamico:
Caro mio, preparati a pagarmi la discrezione.
Perch?
Perch siamo alla fine del sesto giorno, e domani si chiude.... per Roma.
Ah, davvero? mormor il cavaliere, ammiccando co suoi occhi celesti sotto le folte sopracciglia. Come passa il tempo!
E si ferm su quel vecchio epifonema; poi mut discorso, come un uomo seccato.
Il giorno appresso era ancora giorno di visite, a palazzo San Secondo. Il cavaliere Buonsanti non si fece vedere nel salotto della duchessa. Ma and, e mezzora prima di tutti, la marchesa Terenziani. Da oltre una settimana Donna Flora non vedeva la sua giovane amica. Gi, che volete? la povera signora non si ritrovava bene in quei luoghi, dove non cera da stare allegri. Era fatta cos: teatri, feste, veder gente, stare in mostra, brillare, anche di luce riflessa, ma brillare: quello era il fatto suo. I dolori del prossimo le facevano troppa pena; perci, dovunque ne fiutasse uno, si tirava indietro alla svelta. Se si tratta di dispiaceri, ne ho troppo di quelli  che mi d ogni mattina il mio specchio, diceva ella ne suoi momenti di sincerit.
Donna Flora fu accolta dalla duchessa come se fosse stata appena il giorno innanzi a vederla. Serena non era permalosa; e poi, non domandava consolazioni, non ammetteva che le amiche avessero a dargliene, in un caso delicato come il suo. Ma la Terenziani era unamica intima, unamica matura, e da lei la duchessa poteva stare a sentire ogni cosa. Infatti, ella non sinalber, quando la marchesa, venendo subito a mezza spada, le disse:
Cara mia, fai male a startene cos rinchiusa. Bisogna far tacere le male lingue.
Su che? domand Serena, tenendo gli occhi bassi, in atto di guardare il suo tappeto persiano.
Su tutto quello che vogliono dire, interpetrando a modo loro le tue sparizioni; rispose la marchesa. Per esempio, d molto da dire il tuo palco sempre vuoto, allApollo.
Vuoi andarci tu? disse allora Serena. Cos non sar pi vuoto e le male lingue non avranno pi da fare osservazioni.
Grazie, accetter per domani, che  serata di gala. Ci sar la regina, sempre cara, sempre bellissima. Poi, si aspetta anche lambasciata birmana. Saranno le prime maschere di questo carnevale, con le loro zimarre di raso e i loro cappellacci di metallo lucido. Ma bada, Serena mia, non salveremo niente. Le male lingue diranno: Come! la Terenziani sola? E la San Secondo? Gi, si capisce; tutta nel suo dolore. E si dir anche pi che non si sia detto finora. Quantunque.... soggiunse Donna Flora, si  gi detto abbastanza. Ieri, vedi, non ti dir dove, perch si dice il peccato, non il peccatore, ieri mi hanno domandato cos a secco: Che fa Calipso? Io ho finto di non capire, ed ho chiesto spiegazioni, che naturalmente non hanno voluto darmi. Infine, mia cara Serena, vorrai dirmi perch ti ostini in questa tua solitudine?
Non sono sola; rispose Serena. Vengono  parecchi amici a trovarmi. E che si credono, poi? Che io pianga e mi disperi, come Didone abbandonata?
Non crederanno tutto questo, davvero. Sai bene che i maligni credono poco alle lagrime. Ma al dispetto, al malumore, s, certamente, ci crederanno. Ti consiglio di farti vedere, per confonderli tutti.... e tutte.
Tutti.... tutte!... esclam Serena. Tutta gente che mi annoia! Perch occuparsi tanto dei fatti miei, quando io non mi occupo punto dei loro?
Cara mia, come impedirglielo? Sei ricca, sei duchessa, sei bella; tre qualit per essere in vista, tre ragioni per chiamar lattenzione. E brilli ancora per lassenza, come per la presenza. Di chi si parlerebbe, se si tacesse delle donne come te? Infine, mia cara, il mondo  un sovrano che non ammette ribelli. O dentro, o fuori.
Lesilio, dunque? Ci penser; rispose Serena.
Chi ti dice di esiliarti? ripigli la marchesa. Dico che il mondo vuol vedere le sue stelle, e sapere dove sono andate, e al mondo, bella mia, non si pu turare la bocca che con atti chiari, aperti, di facile spiegazione.
Il discorso non prendeva ima buona piega. Ma la marchesa Terenziani aveva detto quello che voleva dire, e non mostr di esserne pentita. Del resto, sopraggiunsero altre visite: la SantOronzio col suo gran naso, e subito dopo, ma non certamente per seguir lei, glinseparabili Pietro e Paolo, i due baroncini, i due fratelli Siamesi.
La conversazione, dopo le cerimonie duso, prese tosto un andamento pi sciolto. I fratelli avevano gi fatto parecchie visite e venivano con la bolgetta piena zeppa di notizie: tutte scioccherie, si capisce, ma di quelle che bisogna ascoltare, come grandi novit: per esempio, il cane della marchesa Ferroni, che aveva divorato un quaderno di musica sacra, la pi bella che Donna Olimpia avesse mai scritta, anzi lunica bella; poi il principe di Valgrana, che aveva  perduto seicentomila lire nella Banca dellUniverso, fallita a Parigi; poi la duchessa di Stellanello che voleva separarsi dal duca, suo marito, per incompatibilit di carattere, e ritirarsi a vivere in Carinzia; poi ancora unaltra, la Polidori, la bella Didina, che aveva detto al suo signore e padrone, in piena societ: voi sarete sempre uno sciocco; ed altre graziose novit di questo genere. Tutto ci a pezzi e bocconi, alternandosi, come i pastori di Teocrito, dandosi aiuto a vicenda, chiedendosi lun laltro un particolare dimenticato, o una frase non bene udita. Insomma, i fratelli Siamesi erano due amenissimi noiosi. A voi parr che ci sia contraddizione in termini; ma la contraddizione non c. Infatti, guardate, quando la societ si  appigliata per disperazione al partito di annoiarsi, ha ancora da scegliere tra noiosi e noiosi. Ci sono glinsopportabili, che dnno ai nervi e fanno sbadigliare; ci sono gli ameni, che chiamano un sorriso sulle labbra; mettete pure di compassione.
Ora lo sbadiglio bisogna nasconderlo, per la decenza; il sorriso si pu lasciar correre, potendo aver una interpetrazione pi blanda.
Fatti i complimenti duso, i due biondi e rosei fratelli Siamesi incominciarono il loro duettino a frasi spezzate.
Duchessa, come voi ci vedete, disse Pietro, noi siamo incaricati....
S, soggiunse Paolo, venuto in aiuto al fratello, abbiamo lincarico....
Di che? domand la duchessa.
Di farvi una domanda, rispose Paolo.
Una rispettosa domanda, soggiunse Pietro.
E da parte di chi?
Di Roma.
Di tutta Roma.
Niente di meno! esclam la marchesa Flora, vedendo che Serena aveva poca voglia di parlare. E come ambasciatori, mimmagino, avrete le vostre credenziali. 
Ah, bella, bellissima! disse Pietro.
Stupenda! disse Paolo. Ma, in verit, non abbiamo pensato....
Era del resto una domanda cos semplice! rispose Pietro. E se Donna Serena permette....
Permetti, Serena, disse la marchesa. Bisogner bene passar sopra a qualche piccola irregolarit.
Serena rispose allesortazione con un gesto, che voleva dire: parlate una volta, e finiamola.
Ecco qua, disse Pietro. Domandiamo perch la signora duchessa da qualche tempo non si lasci pi vedere.
Perch ci abbia privati.... soggiunse Paolo.
Ma la duchessa non gli diede tempo di finire la frase.
Non vi ho privato di nulla, rispose. Siete romani anche voi, e mi vedete. E quanti vengono a visitarmi, non possono dire che io mi nasconda.
 vero, questo; ma si parla di farsi veder fuori....
Di farsi vedere nel mondo....
E fuori, e nel mondo,  facile di vedermi, quando non si  ciechi, rispose la duchessa. Ieri ancora sono andata in carrozza scoperta, fuori porta Pia.
Ma non era giorno di porta Pia, ieri! osserv Paolo.
Era giorno di villa Pamphili; soggiunse Pietro.
E che ci posso far io? Debbo anche andare di qua, o di l, secondo il gusto degli altri? A me piaceva di andare a porta Pia, e sono arrivata fino a SantAgnese.  fuori, SantAgnese, ed  anche nel mondo, mi pare!
Verissimo, disse Pietro, inchinandosi.
Giustissimo, disse Paolo a sua volta. Ma a teatro, per esempio....
AllAida, che va cos bene! riprese Pietro. AllAida, che vi piaceva tanto! 
La marchesa Flora rivolse unocchiata a Serena, come per dirle: vedi? queste cose si notano, e non sono io che invento.
Serena vide lo sguardo ed intese che cosa volesse dire lamica. Ma per intanto bisognava rispondere a quei due noiosetti.
Signori miei, dissella, a quanto pare, voi volete condannarmi allammirazione quotidiana.
Infine, disse Paolo, una sola volta si  avuta la fortuna di vedervi a teatro.
E quella volta mi  bastata, rispose Serena.
Permettete, disse Pietro, noi non possiamo dire lo stesso di voi.
Grazie, barone! Ma dovete contentarvi cos. Anche Roma, di cui mi portate i gentili rimproveri, dovr abituarsi a non vedermi per un pezzo.
E perch? domandarono ad una voce i fratelli Siamesi.
Perch partir presto, rispose Serena. Tutti questi giorni che non mi avete veduta, li ho dedicati ai miei preparativi.
Ah,  dolorosa! esclam Paolo. Ci lasciate?
E dove andrete, se  lecito saperlo? domand Pietro. Siamo ancora dinverno. Andrete al sole, mimmagino. A Napoli, non  vero?
Anche a Napoli; rispose la duchessa, seccata.
Fate bene, signora. Ci andremmo tanto volentieri anche noi. Ieri laltro c andato Memmo Savelli.
Anche Nino Mattei doveva partire questoggi per Napoli; disse Paolo. Tutti vanno a Napoli, imitando lesempio del nostro amico Massimo di Riva. Pare che sia la moda, questanno.
Ah, se  la moda, non ci andr pi io; disse Serena, con un risolino stentato.
E perch? domand Paolo. Non ne siete voi la regina?
Se lo fossi, come voi dite, sarei gi partita.
Oh, non  necessario.  costume dei sovrani  mandare innanzi il corteggio; rispose Paolo, ridendo.
Ma poi, vedendo che nessuno rideva, tranne suo fratello Pietro, un pochettino impacciato, soggiunse:
Del resto, corteggio o no, siete regina dovunque andate. E i vostri fedeli di Roma non sapranno pi che fare, quando sarete partita.
Oh Dio! me ne duole tanto e poi tanto; esclam la duchessa. Ma vedrete, barone, che vi avvezzerete tutti quanti. Per ora, potete occuparvi dando la notizia. Se la gente si d pensiero di me, ecco un argomento di conversazione. Se Roma vi ha incaricati di una domanda, ecco la risposta.
I due fratelli Siamesi avevano lottavo dono dello Spirito Santo; non capivano nulla. Perci non capirono neppure che Serena era seccata a quel modo.
Ma, se non dite dove andrete!... osserv Pietro.
Volete proprio saperlo? A Firenze.
C pi freddo che a Roma; osserv Paolo.
Non temo il freddo, io. Poi, mi fermer pochi giorni, e andr molto pi in l.
A Milano?
S, a Milano.... od altrove! rispose Serena, traendo un sospiro tanto fatto.
Oramai non ci reggeva pi. Se quei due continuavano, ella perdeva la pazienza di sicuro.
Come tinvidio! entr a dire la SantOronzio, movendosi a compassione. Non c niente di cos brutto, come il restare inchiodati per tutta una stagione a casa sua. Se mio marito non avesse quella benedetta politica!... Ma che vuoi? Quando non c di mezzo il Senato, salta in ballo il Municipio; e cos, tra palazzo Madama e il Campidoglio, siamo condannati alleternit di Roma.
La conversazione and avanti cos, maravigliosamente vuota; n io posso infarcirvela di bei pensieri, che non vennero sotto le mani di nessuno, o di dottrina o di cognizioni utili, che non ci avrebbero proprio che fare, e mallontanerebbero anche  dalla descrizione del vero. Giunsero altri visitatori, e se davvero non dissero le stesse cose, potete star certi che ne trovarono altre della stessa importanza. Imitando la SantOronzio e i fratelli Siamesi, la marchesa Flora Terenziani avrebbe voluto prender commiato; ma Serena trov il momento opportuno per bisbigliarle allorecchio:
Aiutami un poco a portar questa croce.  troppa fatica per me.
Cos la marchesa Terenziani era rimasta, apparendo a tutte le nuove visite come la penultima arrivata. Quando finalmente fu chiusa la serie, e la duchessa ebbe salutata con un gran respiro la sua liberazione, Donna Flora chiese alla sua giovane amica:
Dunque, tu parti davvero?
S; rispose Serena; tu stessa mi hai fatta risolvere.
Ne ho piacere; disse la marchesa; ed anche mi rincresce. Son io la prima ad aver danno dai miei consigli.
Senti; rispose Serena. Fai una bella cosa: vieni con me.
Con te! A viaggiare? E per quanto tempo?
Fino a che non mi dirai dessere stanca. Via, buona Flora, lasciati tentare!
Eh, non me lo dire due volte! La tentazione ci sarebbe, e come! Veramente, avevo promesso a me stessa che il primo viaggio lo avrei fatto a Parigi. Dicono che bisogna veder Parigi, almeno una volta, prima di morire. Ma andiamo pure: ti seguir dove vorrai.
Brava! esclam la duchessa, abbracciandola. Fa dunque i tuoi preparativi. Io non ti trattengo pi, per oggi. Stabiliremo domani litinerario e lora della partenza.
La marchesa Flora aveva fatta la visita di santa Elisabetta, ma non per sua volont; Serena laveva trattenuta.
Quella sera la duchessa, appena vide il fedelissimo Buonsanti, gli disse: 
Avete ragione, cavaliere. Voglio partire.
Ah! grid egli, fingendo una grande maraviglia. Come mai una cos pronta risoluzione?
Che volete? La curiosit di tanti amici e di tante amiche mi annoia. Tutti a maravigliarsi, tutti a domandarmi perch non vado di qua o di l, dove vanno essi, e negli occhi di tutti leggo la seconda intenzione. Non li vedr pi, non avr pi nulla da leggere. Anchessi finiranno con dimenticarsi di me. Ma che si credono tutti costoro? che io voglia morir di dolore? Orbene, io non dar spettacolo di me a tante anime caritatevoli.
Ah, bene, benissimo! grid il Buonsanti, battendo le palme come un fanciullo. Tutte le grandi romane in una sola! Parlo delle grandi nel bene, come Clelia, Camilla, Lucrezia, ed altre che non ricordo; soggiunse il cavaliere, pensando a quellra imperiale, che gli premeva di escludere. Dunque a noi; scendiamo al tempo nostro. Dove si va?
Se interrogassi il mio cuore, in campagna; rispose Serena.
Male! esclam il Buonsanti.
E perch, tanto male?
Perch.... perch non  ancor tempo. C troppo poco verde finora. E poi, ci si annoia.
So bastare a me stessa; rispose Serena. Ma non temete, cavaliere; non si andr in campagna. Ho pensato che vi annoiereste voi.
In vostra compagnia, duchessa? Mai e poi mai.
Allora si annoierebbe la Terenziani, che  donna, e non obbligata a fare complimenti con me.
Come? disse il buon cavaliere, avendo laria di cascar dalle nuvole. Anche lei?
S, ha promesso di accompagnarmi.
Eccellente amica! E quando?
Oggi stesso;  lei che mi ha fatta risolvere.
Il cavaliere Buonsanti se la rideva sotto i baffi. Ma non promise di ringraziare lalleata, poich era  una cosa gi fatta. Figuratevi! ritornava allora da casa Terenziani.
Siamo dunque bene accompagnati; disse egli, approvando.
E se non basta, ripigli la duchessa, contate ancora la signora Geltrude.
La signora Geltrude, ripet il Buonsanti, che non ci si raccapezzava, con quel nome, sentito per la prima volta.
Ma s, la signora Geltrude, la mia dama di compagnia.
Ah! la signora Tuta! esclam il cavaliere, ridendo. Io non la conosco che per il suo diminutivo, che somiglia cos poco al vero nome!
Tre donne, Buonsanti! rispose Serena. Non vi daranno troppo noia?
Che dite mai? Certo non saranno le tre Grazie, duchessa. Bisogner dire piuttosto una delle tre Grazie, accompagnata da due delle tre....
Buonsanti! interruppe Serena.
Sia pure, non le nominiamo; ripigli il cavaliere. Diremo invece due delle tre.... Che cosaltro c di tre, nella storia? Ah, ecco! le tre parti del mondo.
Come? esclam Serena, non potendo trattenere un sorriso. Non sono pi cinque?
Pu darsi benissimo che lo siano; rispose il cavaliere, che dava un legittimo sfogo al suo buonumore. Ma io ricordo Arlecchino nel suo esame di geografia. Il professore, incominciando lui a sbagliare, gli domand quante fossero le quattro parti del mondo. Son tre rispose Arlecchino. Oriente.... e Levante. Ma basti con gli scherzi. Torno a domandarvi: dove si va?
Scegliete voi, cavaliere. Anche fra i Turchi....
No, fra i Turchi, no! disse il Buonsanti, spaventato. Mi farebbero Caimacan, come  successo a Taddeo de Taddei, nellItaliana in Algeri. Se permettete, scelgo Parigi. Agli occhi di tutta la Francia.... di quella almeno che passeggia sui boulevards,  passer per il marito della pi bella donna dItalia, e ci mi dar unaria di principe. Tiens! tiens! diranno, ammiccando cet affreux barbon, quelle chance! ma non temete, duchessa; mi far radere i baffi, e sembrer un vecchio cherubino.
Udendo quella chiacchiera del gaio cavaliere, non si poteva non ridere.
Sopraggiunse Almerico, e fu grande il trionfo del Buonsanti, quando egli ud dalle labbra della duchessa quel disegno di partenza.
Sapete, Montegalda? aveva detto Serena. Partir, per contentare gli amici.
Benissimo! rispose Almerico. Era anche il mio desiderio.
E tu non verrai? domand il Buonsanti. Ce n anche per te. Ti passeremo per il legittimo sposo della marchesa Flora, o della signora Tuta, a tua scelta.
Ahim! disse Almerico. Se anche potessi scegliere, non me lo permetterebbe il mio ministro.
Come?  cos feroce, cos tiranno, il tuo signor ministro? Avrebbe egli cos poca grazia e cos poca giustizia, nel suo portafogli, per negarti un permesso?
No, son certo che non me lo negherebbe; rispose Almerico. Ma  impossibile che io lo desideri. Il mio  un posto di fiducia, che non ha surroganti. Per me ci sono tutti i permessi immaginabili, e non ce n nessuno, perch io non vorrei domandarlo.
Capisco; disse il Buonsanti; capisco, e ti lodo. Non se ne parli pi.
Non parl pi, davvero, il buon cavaliere. E quando uscirono dal palazzo San Secondo (era lora, come sapete, delle confidenze scambievoli) non si ragion fra i due che della vittoria delluno e della sconfitta dellaltro.
Hai perduto, Montegalda; disse il Buonsanti. Hai perduto.
Ma!... proprio allultimora; rispose Almerico. Devi  esser sincero, e confessare che hai rischiato di perderla tu, la scommessa.
S, lo confesso; ma che ti giova? Non  che un punto, quello per cui si guadagna. Quel punto  stato per me, dolce amico, e tu mi pagherai la discrezione.
Saprai contentarti, mimmagino.
Vuoi dire che sapr esser discreto. La discrezione non hai mica da fissarla tu; rispose Buonsanti. Infatti, da dove  venuto luso? Dalla resa a discrezione, cio a discrezione del vincitore. Sicuramente, io posso mostrarmi discreto, e non domandarti, per esempio, un milione.
Ecco disse Almerico; avrei caro che tu mi domandassi il milione, e non una lira di meno. Io non potrei dartelo, e sarebbe finita.
Cos andarono celiando un pezzo; poi parlarono daltro.
Ah, prima che io mi dimentichi! disse il cavaliere Buonsanti, quando furono a mezzo il Corso. Tu devi farmi un piacere.
Anche due, se posso; rispose Almerico.
Puoi certamente. Si tratta di presentarmi al tuo ministro.
Che ci hai da fare?
Poca cosa: una raccomandazione, ed onesta, come puoi immaginarti.
Non ne dubito punto. Ma non posso servirti io, senza che tu tincomodi?
No, sai,  anche una buona occasione per far conoscenza. Me ne parli sempre tanto bene! e mi hai tanto decantata la sua cortesia!
S, davvero; rispose Almerico.  la cortesia fatta uomo. Se vuoi unora buona, capita dal ministro domani, verso le sei pomeridiane. Ha finito di lavorare e fa quattro chiacchiere con me, aspettando lora del pranzo.
Finito di lavorare! aspettando lora del pranzo, not il cavaliere Buonsanti.  certamente di buon umore. Verr dunque domani, alle sei. E grazie anticipate! 
Gran che! disse Almerico. Se fosse questa, la tua discrezione!
No, caro; rispose il Buonsanti. Per mia discrezione ci ho qualche cosa di pi. Te la caveresti con poco. La discrezione  una cosa che deve costarti una spesa, od altra forma di sacrifizio; ne convieni? Ora, una presentazione della mia persona al ministro, voglio sperare che non ti coster nulla, neanche un rimorso.
Che dici? Ora mi metto sul grave, replic Almerico, e ti dichiaro solennemente che mi onoro molto di una amicizia come la tua, e non meno di far sapere che la possiedo. Va bene cos?
Che capo ameno! esclam il Buonsanti. Sei allegro, stasera.
Ma s, rispose Almerico, ma s! La risoluzione della duchessa val bene una discrezione perduta. Questo viaggio la distrarr, forse anche la consoler. Hai tu mai osservato, Buonsanti, come si consola, chi parte?
Il cavaliere voleva soggiungere: e come  desolato chi resta? Ma si tenne, da prudentissimo uomo, la sua osservazione tra i denti. Era del resto una osservazione inopportuna, e non poteva attagliarsi ad Almerico di Montegalda.
...
.
...
8.
 Tra Roma e Parigi.
...
.
...
I preparativi delle signore non vollero che un paio di giorni, e questi due giorni piuttosto per la marchesa Terenziani che non per la duchessa di San Secondo. Donna Flora portava di molta roba, e il cavaliere Buonsanti, vedendo arrivare tutti quegli impicci alla stazione, osserv che la marchesa voleva fare una campagna in piena regola. 
Questo  un vero arsenale! dissegli. Si vuole espugnar Parigi. Avrete anche il parco dassedio, mimmagino!
Quanto a lui, era uomo, e le sue valigie erano presto fatte. Il vecchio soldato avrebbe potuto partire unora dopo ricevuto lavviso.
Almerico di Montegalda accompagnava i suoi amici alla stazione di Termini. Avendo licenza per tutta la giornata, deliber di accompagnarli un tratto di strada, fino a Civitavecchia; cortesia profumata, di cui gli furono riconoscenti le dame.
Lsciati sedurre; gli disse il Buonsanti, come furono l. Prosegui fino a Parigi.
Il dovere, caro mio! rispose Almerico.
Che dovere! Scrivo io un biglietto al guardasigilli, e non c pi doveri. Sai che  un uomo per bene, il tuo ministro? Un buon figliuolo, anzi, che ti mette in confidenza alle prime. Io non so gi pi quando ci siamo conosciuti; mi pare che siamo andati a scuola insieme, parola donore!
Te lavevo pur detto, che  un angelo! replic Almerico. Ma appunto per ci non bisogna abusarne.
Un mesetto, via! mormor il Buonsanti, ammiccando. Che cos un mesetto, davanti alleternit?
No, niente mesetto; disse Almerico. Relazioni, lettere confidenziali, questioni personali, delicatissime.... Chi lo aiuterebbe, in questi ufizi gelosi? Buon viaggio, mie signore! E comandino al loro segretario di mandarmi qualche volta le loro notizie.  un certo tomo, questo cavaliere Buonsanti! Ora mi fa carezze, ma poi!... Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Eh, meriteresti che non ti scrivessi affatto! rispose il Buonsanti, mentre i frenatori chiudevano gli sportelli. Ma prender ordini. Ciao!
Almerico stette ancora un paio di minuti ritto sul marciapiede. Poi la campana suon, la vaporiera fischi, le catene si tesero stridendo, il treno si mosse,  ed Almerico si lev il cappello, facendo il suo ultimo saluto. Passarono otto o dieci carrozze, e la linea si sgombr davanti a lui. Il treno della maremmana and via sbuffando e fumando, verso Tarquinia e Montalto.
Che fare, a Civitavecchia, quando non ci si ha da far nulla? e quando non ci si conosce nessuno? Almerico aveva molto tempo da annoiarsi, sotto la tettoia della stazione; non ne aveva forse abbastanza per una visita al porto. E neanche un giornale da leggerlo tutto, dal primo articolo allultimo avviso! Son quelle, per solito, le occasioni in cui si legge religiosamente anche una quarta pagina. Ma il cavaliere Buonsanti, oltre i giornali suoi, aveva insaccati anche quelli dellamico. Il povero Montegalda non possedeva neanche un orario, a cui confidar le sue noie. Entr al caff, sorseggi un ponce, e non riusc che ad ammazzare dieci minuti di tempo. Allora esc da capo sul marciapiede, e passeggi lento, taciturno, come una coppia di reali carabinieri, contando i lampioni, leggendo i numeri della portata sui carri delle merci, fantasticando sulle lettere strane scritte di rosso accanto o sotto quei numeri, non perdonando neanche ai nomi di lontane stazioni, segnati a matita su quei carri, da frenatori e facchini in esercizio di calligrafia. Dopo un secolo di quella occupazione mentale, e peripatetica insieme, giunse il treno che doveva ricondurlo a Roma. Le carrozze erano tutte quasi piene di viaggiatori, e il nostro Montegalda ebbe per gran ventura di trovarne una, dove non erano che tre prima di lui. Erano tutti e tre infervorati in una disputa, che toccava molti punti di politica parlamentare, programmi, discorsi, cose e persone; a farla breve, interessi del paese. Lemendamento, la questione pregiudiziale, la chiusura, la condizione del ministero, la legge di qua, la leggina di l; cera da averne la testa intronata. Per fortuna, nessun dei tre conosceva, o nessuno riconobbe, vedendolo, il segretario particolare del ministro guardasigilli; altrimenti, povero a lui! lo  avrebbero costretto a parlare, con quella poca voglia che ne aveva. Almerico si rannicchi nel suo angolo, e si volse al finestrino, per guardare il paese.
Come  triste, la campagna romana! Losservazione  vecchia, ma  anche vecchia la cosa. Ora, la desolazione  grande, sopra tutto da Civitavecchia a Roma. Pare che quel largo tratto della costa italiana fosse il prediletto dei Saraceni, nelle loro scorrerie secolari. Se sono essi che hanno fatto quel deserto, e senza mestieri di sabbie, bisogna dichiararli pi valenti a gran pezza del Simoun. Ma pensateci bene, e vedrete che non sono stati i soli, e che qualche figlio di cristiani ha tenuto il sacco ai seguaci di Maometto. La natura, senza dubbio, ci aveva avuto fin da principio la parte sua, foggiando quella costa grigia e giallognola, davanti a quel mare che leterno libeccio, o poco o molto che sia, non lascia mai tingere di turchino, e con quelle pietruzze ferrigne che spuntano, qua e l, Nereidi immote, quasi per dirvi, nel loro muto linguaggio: qui non c fondo dacqua, miei cari!
Che pensare, inoltre, di quelle stazioni di strada ferrata, senzombra di paesi, e nemmeno dalberi, che Iddio le benedica? Chi prender mai per alberi quegli eucalitti magri, allampanati, che hanno laria di compiangere il signor capostazione ed il signor capotraffico, sbadiglianti sul marciapiede? Davanti a quelle case gialle e solitarie, intorno a cui non  sorriso di aiuola, n fiorisce libisco, n fa pompa del suo grandocchio doro il girasole, passano i treni malinconici, e sembrano quelli di Geremia. Desolazione dellabominazione! Palo! Palidoro! S, metteteci pure la compagnia del nobilissimo tra i metalli; son sempre pali, e mai alberi. Poi, qua e l, ma a grandi distanze, negri casolari che sudano la miseria e la febbre da ogni screpolatura; qualche pezzo di terra smossa, qualche buca di pozzolana, degli abbeveratoi, degli stecconati, oh s, sopra tutto degli stecconati, con molti buoi dalle corna lunghe, assai lunghe, pi lunghe dun periodo del Guicciardini.  Amici buoi! neanche voi contenti allaspetto! La gente che passa e vede le vostre corna inusitate, simmagina che siate voi i bufali decantati, e fa latto di ammirarvi. Unico sollievo, in quella triste campagna, un errore di zoologia! Ma quando si penser alla botanica? Quando si spezzetteranno questi latifondi noiosi, e vigne ed orti e giardini daranno argomento di stupore pi lieto? O almeno, perch il tornaconto ci sarebbe, quando si dissoderanno questi maggesi, per piantarli a caff? Vi hanno fatto il conto, o signori, dopo una prima e felicissima prova; guadagnereste otto volte tanto. Ma  proprio vero che per mutarti faccia, o campagna romana, ci vorranno due generazioni di scialacquatori? O Dei.... Consenti, protettori di Roma! se non c altro da sperare, n previdenza di privati, n provvidenza di leggi, consentite voi che venga a fare il miracolo tutta una legione di vizi, tra nostrali ed esotici.
Io qui non avrei neanche mestieri di avvertire il benigno lettore che queste malinconie non mi appartengono in proprio. Io, gi, per dir le cose come stanno, non ho malinconie di nessuna specie; sto coi frati e zappo lorto. Erano queste, invece, le malinconie di Almerico di Montegalda, che passava, con la velocit media di cinquanta chilometri allora, e cionondimeno era assai triste. Che ci posso far io? Doveva esserci ne suoi tessuti un leggero spargimento di fiele; perci, come in simili casi pu accadere ad ogni fedel cristiano, vedeva pi giallo del vero.
Ora, perch i lettori hanno orrore della tristezza come la natura del vuoto, salteremo larrivo a Roma e il ritorno alle occupazioni quotidiane. Delle quali dir solamente, che Almerico si diede a lavorar pi che mai, offrendo occasione al suo ministro di scherzare su quella assiduit portentosa.
Per caso, Montegalda, aspettate una gratificazione? Badate,  per impiegati inferiori, e non per voi. A voi daremo una commenda, che diamine!  Ma non c proprio bisogno che lavoriate anche di sera. Che razza duomo mi diventate? Non pi passeggi, non pi teatri, non pi conversazioni.... Son tutte in campagna le vostre conoscenze?
Almerico sorrideva, ma seguitava a lavorare.
Non si maravigli, Eccellenza! dissegli una volta, rispondendo ad una di quelle esortazioni straordinarie. Anchio sono stato pigro; ma poi mi son vinto. Un giorno, quando mi vidi davanti una catasta di carte, una congerie smisurata di lavoro, scambio di abbattermi, saltai su come un capriuolo. Aspettate! gridai; ora vaccomodo io. E senza guardar pi a quella montagna, senza perder tempo a scegliere, incominciai a lavorare. Uno, due, tre giorni di lavoro fitto fitto, e la montagna pareva sempre alta egualmente; ma poi incominci anche lei a dar gi. Ed io a lavorare, a lavorar sempre, come un disperato, come un dannato, cinque, sei, otto giorni alla fila, cio fino a tanto che non ebbi sgombrata la tavola, mandando insieme con lavanzato anche quel soprappi che mi capitava via via. Che giorni furono quelli, Eccellenza! Non era una voglia di lavorare, la mia; era una rabbia, un furore. Mi persuasi allora di una grande verit. Lunica vendetta che luomo possa fare contro la ferrea necessit,  quella di prenderci gusto.
Vi faccio i miei complimenti disse il ministro.  un rimedio eroico. Lho usato ancor io, nei miei primi anni di avvocatura, ma non ci avevo mai ragionato su, come voi. Animo, ora, mio caro Almerico; lasciate lo scrittoio e venite a prender aria. Tanto, non ci sar pericolo che le montagne vi crescano davanti come allora.
E lo conduceva a fare una scarrozzata fuori porta Pia, o verso ponte Molle, procurando di distrarlo, se non per avventura di tenerlo allegro, con leterno romanzo della politica parlamentare.
Frattanto passavano i giorni. Ne erano gi trascorsi sei, dacch Almerico aveva fatta la gita di Civitavecchia, e nessuna notizia giungeva da Parigi.  Dovevano aver molto da fare, gli amici suoi, o quel diavolo di cavaliere laveva ancora con lui e voleva punirlo col suo silenzio ostinato. Oh, infine, che bisogno cera di aver lettere? Pas de nouvelles, bonnes nouvelles!
Beati loro, che se la passano allegramente! pensava Almerico. Lessenziale  che la duchessa dimentichi. E quellaltro di Napoli, che fa il morto! Oh, davvero, son sciocco, io, a darmi pensiero di lui. In fondo, siamo tutti sciocchi, quando pensiamo aglimpicci degli altri, come se fossero i nostri.  poi vero che siano cos gravi gli affanni del prossimo, come noi ce li figuriamo qualche volta? Il dolore morale  forse un affar di epidermide, come i geloni. Par di morire, tanto sono acute le trafitture. Ma poi, un cambiamento di temperatura, con qualche linimento di glicerina.... tout passe. Gi! ed anche tout lasse, et tout casse!
Pensava anche in francese! Ma s, lettori, e non ci vedete nulla di strano. Il suo amico Buonsanti era a Parigi, obbligato a parlare quella lingua con albergatori e camerieri, con tavoleggianti e cantinieri, merciai, giornalai, portieri, guardiani et omni genere musicorum. Qualche spruzzatina di francese ne suoi soliloqui romani era il meno che Almerico di Montegalda potesse fare per il commendatore Buonsanti di Carpigliano.
Alla fine del decimo giorno, Dei immortali! capit una lettera col francobollo azzurro della repubblica francese. Era tempo, perbacco! Almerico poteva gi pensare che fossero tutti morti, laggi.
Aperse la sopraccarta con una ingiusta impazienza; spieg il foglio, e incominci a leggere, dopo il Caro amico di rito, un verso di questa fatta: Mi affretto a scriverti....
S, davvero, gran fretta! borbott Almerico tra parentesi. Ma andiamo avanti.
Maffretto a scriverti, nel primo momento di libert, e temendo ancora che mi manchi il tempo per giungere alla fine. Se tu sapessi che da fare   il mio! Ma incominciamo dal principio. Ti dir che abbiamo fatto il solito viaggio lungo lungo. Trentotto ore di strada ferrata, caro mio, stancano un bue; figurati un uomo. Aggiungi un tempaccio; le signore avevano freddo; si stette sempre coi finestrini chiusi, appannati dalle solite cause fisiche, di cui ti far grazia.
Siamo giunti a Parigi di sera, e con una nebbia uggiosissima. Siamo smontati allHtel de Bade, sul nostro boulevard. Dico nostro, perch lo hanno dedicato a noi, Italiani. Ti raccomando lHtel de Bade, e la sua cucina; per la colazione sintende. Quando avrai occasione di venirci, domanda una costoletta con patate. Dio, che costoletta! E che patate! oro ammorbidito, mio caro. E poi, se vedessi come gli fanno sollevar la crosta, a quelle fette di patata! Ti pare di avere nel piatto dei piccoli croccanti. Ho domandato al cameriere come facevano ad ottenere quel doppio rigonfiamento, e mha risposto con aria misteriosa: cest le secret de la maison, monsieur! Bisogner crederlo, non potendo andarci a vedere pi addentro.
Eccoti del resto, la mia giornata parigina. Mi alzo per tempo: verso le otto. Scendo sul boulevard un po prima delle nove, per prendere una boccata daria.  lora in cui si spazzano le strade; la qual cosa ti porge argomento di correre a farti lustrare le scarpe. Io, seguitando la mia passeggiata, vado dal lustrascarpe che  sotto la galleria de lHorloge; bel luogo, pieno di botteghe di fiori e di ninnoli, e con un maestro di scherma il cui nome non promette niente di buono alla pelle degli avversari. Si chiama Gtechair. Ma andiamo dal lustrascarpe. Egli ti fa salire un alto gradino, ti fa sedere sopra un trono alto di velluto, dove hai il Figaro, il Gaulois ed altri giornali da scegliere. Leggi, vedi, e cinque minuti dopo senti un colpo di spazzola sul gradino del trono. Monsieur est servi ti dice il tuo ministro della pubblica lustrazione; e allora tu scendi dal trono, e vai da madame, per pagare al  suo banco la tenue moneta di venti centesimi, essendoti anche permesso di lasciarne cinquanta.
Finita quella operazione, dir cos, preliminare, esco da capo sul boulevard, fermandomi a tutte le vetrine, specialmente a quelle dei fotografi. Ci sono tutti i granduomini, mescolati a tutte le gran donne del tempo presente. I granduomini hanno nome e cognome; le gran donne non hanno che il nome di battesimo, se pure  quello, veramente, e non un nome di guerra. Inclino a crederlo un nome di guerra, perch tutte queste donne celebri hanno dei tipi damazzoni. Poi faccio unaltra fermatina davanti alle mostre dei librai: unaltra ancora davanti a quelle dei tappezzieri; unaltra ancora davanti a quelle dei venditori di quadri, dove larte moderna guadagna il suo pane, facendo esposizioni di croste. Dico per celia, sai, perch ci sono anche delle cose bellissime.
Mi dirai: e dal parrucchiere.... Ah, caro mio, ci sono stato una volta, ed ho subito ripreso a farmi la barba da me. Se vai da un parrucchiere per barba e testa, come canta Figaro nel suo recitativo, son tre lirette di prima spesa. Ti riducono allultimo figurino, lo capisco, ma tre lirette son troppe. E poi, non bastano ancora. Est-ce que monsieur ne veut pas quon lui fasse une lotion? Credi che si tratti di una lavata di testa, ed accetti. Allora il giovane va alla vetrina, prende una bella custodia tonda di bosso, gira il coperchio, ne cava una boccetta stupenda, lapre, e la mette l. Dabord, il vous faut une friction, pour degraisser les cheveux. Diamine! C dunque unaltra operazione preliminare? E vada per la frizione. Au Quinquina, naturellement? Monsieur ne voudrait pas dautre chose. Les proprits du Quinquina....
E qui una lezione scientifica, che va risparmiata. Intanto ecco unaltra boccetta. Ed ecco una spazzola nuova, per la lotion. Ed ecco un barattolo nuovo per la manteca, che si pu usare dopo la lotion. Ed ecco ancora non so che altro. Intanto loperazione  procede, e tu leggi un giornale, politico, faceto, illustrato, come ti pare. Il giovane ha finito, ti guardi allo specchio. Dio di misericordia, come sei bello! E nero, poi, neri i capegli, dun nero che incanta. O come? tu gridi. Ed io che non volevo tingere!... Il giovane ti guarda con aria di stupore. Monsieur a dsir une lotion? Ah,  vero, s, une lotion. Non lhai chiesta, lhai accettata, il che torna lo stesso. Du reste, vous tes si bien! Si jeune encore! Les cheveux blancs vous dparaient. Gi, era vero; quei capegli bianchi ti facevano scomparire. E ancora cos giovane! Il complimento ti va allanima, sorridi, e domandi il conto. Trente-sept francs, monsieur. Come? Cos caro? Oh, monsieur, pas trop cher, puisque cest garanti. Ajoutez que vous en avez pour dix lotions, au moins, cest- dire pour cinq mois, aprs quoi... vous savez ladresse, qui est ci-jointe. Voulez-vous emporter a, ou bien permettez-vous quon vous lapporte  lhtel? Sono cortesissimi, non c che dire. E te ne vai con quaranta lire di meno in saccoccia; ma nero, poi, nero, a quel dio! Credilo, Almerico, tu non sei cos nero; io non lo sono mai stato tanto, neanche a ventanni. Oh le risate delle signore, quando mi videro comparire! Temevo anche quelle delle persone di servizio. Ma qui non si ride. Gi, devono essere avvezzi a queste trasformazioni dei viaggiatori. Il cameriere che ci serve a colazione non ebbe neppur laria di avvedersi della mia. La cameriera non mi sorrise niente pi dellusato.  vero che mi sorrideva gi molto.
Oh, scusami! debbo lasciarti. Le signore mi chiamano, per andare al bosco di Boulogne. La giornata  passabile, e godremo tutto quello che si pu godere attraverso i cristalli. Dunque, addio, chiudo la lettera, salutandoti di cuore. Il tuo, ecc..
Ne sapeva molto, dopo aver letta quella prosa internazionale, il nostro Almerico! Voi gi immaginate quel che fece. Mand al diavolo il prosatore.
La seconda lettera, capitata cinque giorni dopo, incominciava cos: 
Doveravamo rimasti? Ah, in carrozza, per andare al bosco di Boulogne. Di questo ne avrai piena la testa. E daltre cose ancora, tutte descritte un migliaio di volte. Vuoi il pozzo di Grenelle, dove non si vede pozzo, n acqua? lHtel des Invalides? Non offre pi grande interesse, dopo che non fanno pi vedere le grenadier  la tte de bois. Devesser morto, il poveruomo, che aveva lasciata la testa a Waterloo. Eccone uno che non faceva uso della lotion di monsieur Louis della strada di Helder! Non vorrai, spero, che io ti descriva la tomba di Napoleone I. Gli han posto addosso un gran coperchio di pietra, che un gigante non alzerebbe; forse temendo che a quellaltro gigante non venga il ticchio di escire.  un uomo che amo. Sia storia o leggenda il suo genio militare, quelluomo ha messa a soqquadro lEuropa. E i Moreau, i Bernadotte, i Marmont, e tutti gli altri che una tarda critica ha voluto anteporgli, non avrebbero fatto la decima parte di quello che ha fatto egli, se anche fossero stati al suo posto. Ma ora la passione politica entra da per tutto, anche nella storia. Ah, purch non la mettano nella bisque aux crevettes e nella sle  la Normande! Due piatti, caro mio! cio una minestra ed un piatto, da leccarsi le dita; se fossimo antichi romani, ben inteso, e non si adoperassero cucchiai n forchette.
Ah, queste trattorie! Non ti puoi immaginare come pelano. Suppergi come da noi; ma con quanta differenza nel modo! Da noi, anche in un albergo di primordine, vorranno farti passare per fresco della giornata il pesce, o la pera, o il grappolo duva che ti mettono in tavola, mentre tu giureresti che  tutta roba del giorno innanzi, a volergli usare cortesia! Qui invece non ardiscono imbandirti dopo mezzogiorno la roba fresca della mattina. Tutto quello che mangi  dellultimo arrivo. Piuttosto che darti una vivanda o un frutto della sera innanzi, sarebbero capaci di trucidarsi con le loro proprie mani, come Vatel, il loro sublime esemplare. 
Capisco che tutto il segreto di questa freschezza  nella rotazione della derrata. La trattoria di primordine cede ogni mattina tutto lavanzo della sua mostra serale alla trattoria di secondordine. Questa, a sua volta, cede sul mezzogiorno lavanzo della sua mostra a quella di terzo; e cos via, dordine in ordine, lasciando a te la dolce sicurezza di mangiare anche in una trattoria di terzordine il pesce arrivato la sera innanzi dallHavre, o la pera colta nella giornata antecedente a Melun. Del quarto ordine non so. Forse c ancora il quinto ed il sesto: sicuramente c della gente che si contenterebbe del settimo. Ma queste sono miserie di tutto il mondo, pur troppo.
Ma si pu dar di peggio! borbott Almerico, leggendo quellaltra tantafra. Non ci ha proprio altro da raccontarmi?
Sintende che aveva risposto alla prima lettera, imparando anchegli larte sopraffina di non dir niente in quattro pagine di scritto. Qual  quel gentiluomo che non scrive le sue quattro pagine, quando la lettera  diretta ad una dama, o deve andare, od  probabile che vada, sotto gli occhi di una dama? La cosa  tanto naturale, che si  inventata a bella posta la carta di piccolo sesto, e con essa una certa calligrafia lunga, mezzo coricata, con filettature e svolazzi, a tutto spiano. Scorrete quelle linee con una facilit maravigliosa; siete giunti alla fine senza avvedervene, e quando vi pareva di avere appena cominciato. Ma le quattro paginette ci sono, tutte debitamente inchiostrate. Cos fanno anche i notai, senza lesinare, viva la faccia loro, sulla carta bollata. Ma io vorrei sapere come scrivono i notai, quando scrivono per s, in carta semplice. Ora, a farlo a posta, di amici notai non ne ho che uno; il quale non mi scrive mai; e non son donna, per innamorarlo di me. 
...
.
...
9. 
Chi ha perso paghi.
...
.
...
Alla prima risposta di Almerico replic la terza lettera del Buonsanti.
Vedo che a Roma, dopo lAida, non ci son pi buoni spettacoli. Poveri nostri Romani! Se non hanno un po di Carmen, non si ritrovano pi in nessun luogo. La cosa  antica quanto le Georgiche. Anche Virgilio Marone, se voleva divertirli, era costretto ad usare di quello spartito. Romana per oppida Carmen; ricordo di averlo tradotto in prima rettorica.
Vengano qua, i Romani; avranno spettacoli a bizzeffe. Laltra sera siamo andati alla Commedia Francese, alla casa di Molire, come dicono qui. Ho notato che c un gran rispetto per le fame stabilite, e alla centesima rappresentazione di un lavoro la stessa curiosit, quasi direi lo stesso entusiasmo che alla prima. Sai la ragione. Luditorio si rinnova ogni sera, e non ci sono abbonati per contender le repliche e glintroiti al poeta. Abbondano i forastieri, gente per solito civile, e sempre fresca di sensazioni artistiche.
Al Grand Opra poi, si pontifica a dirittura. Non per niente lo chiamano Acadmie Nationale de Musique. Lesecuzione musicale  qualche volta pari, qualche volta inferiore alle nostre, della Scala di Milano, o del San Carlo di Napoli; ma la decorazione scenica non teme confronti, e spesso si lascia indietro il meglio dei nostri primari teatri. E i prezzi? Bassini, mio caro. Figurati che una poltrona nellanfiteatro, dove le signore vanno in tutta gala, non costa che quindici lire.  vero che gli sportelli si aprono mezzora prima dello spettacolo, e c sempre  una coda di mille persone. Tu non puoi andar l, ad aspettar la fortuna, col rischio di non trovare il fatto tuo, specialmente se hai da condur signore al teatro. Ma per questo hai i bureaux de location, botteghini di rivendita, dove quel posto da quindici lire te lo dnno per sessanta, ad ogni ora del giorno.  caro, s, non lo nego; ma non fai coda; e sopra una pianta topografica del teatro, coi numeri corrispondenti ad ogni posto, puoi scegliere il luogo che ti pare; e ci val bene le sessanta lire che spendi. Iersera, per lappunto, ci eravamo slanciati, avevamo spesa legregia somma, felici del pensiero di assistere ad uno spettacolo, di cui i giornali ci annunziavano mirabilia magna. Ma vedi disdetta! Alle sei si ammala il tenore: non si pu ripiegare con altra opera; per conseguenza Relche, cio il famoso spettacolo che spesso si annunzia, e non si gode mai. Ce ne siamo vendicati, andando al Circo dinverno; ma questa mane, veduto lavviso dellOpra, che si restituivano i denari ai possessori di biglietti della sera innanzi, andai subito al mio bureau de location, per ritirare le nostre centottanta lire. Monsieur, ce nest pas ici; mi dice cortesemente limpiegato. Pour la restitution de largent il faut aller au guichet de lOpra. Ringrazio, e vado. Cento ottanta lire, capirai, non si perdono mica volentieri. Disgraziatamente cera un po di coda: almeno ottocento persone prima di me. Dopo una mezzora di aspettazione, con interiore attaccatura di moccoli, mi avviene di barattar parole con un vicino, gentilissima persona, che aveva da farsi restituire il prezzo di una sedia di platea: sette lire. Du moins je naurai tout perdu; mi dice il vicino. Jai achet a vingt francs au bureau de location. Come! esclamo. Non rendono il prezzo che si  pagato col? Non, monsieur; le bureau de location est cens acheter les billets aux mmes prix que vous et moi. Le bureau du thetre ne fait aucune diffrence entre ceux quil passe en bloc au bureau de location et ceux quil dbite lui mme. 
Dunque i miei tre biglietti danfiteatro? On vous rendra vos quarante-cinq francs, nen doutez pas. Seulement, ce sera un peu long. Vous voyez que de monde avant nous! Ah davvero? Ma il mio tempo vale di pi; rinunzio ai quarantacinque franchi. Comment! Mais cest de largent, a! Ebbene se non  per offendervi.... mettete questi quarantacinque insieme ai vostri sette. a fait cinquante-deux, monsieur. Onore allaritmetica! Il vicino accetta e mi ringrazia. Non ne franca le spesa, gli rispondo. Del resto, una buona lezione non si paga mai abbastanza.
Cos folleggiava nella sua lettera il cavaliere Buonsanti. Solo nel poscritto accennava alle sue compagne di viaggio. E con un verso, niente di pi: Le signore stanno bene, e ti ricambiano i saluti.
Ah briccone dun cavaliere! Non lo faceva forse a bella posta?
Unaltra lettera, venuta dopo i soliti cinque giorni, continuava le descrizioni e glinni a Parigi. Caro mio, debbo dichiararti che noi non abbiamo intesa la vita. Parigi  la vera patria delluomo: specie delluomo che invecchia. Qui non ci si avvede pi degli anni che passano; tutto distrae; tutto consola. Che dintorni, poi! Siamo stati a Saint-Germain-en-Laye, ed abbiamo pranzato nel padiglione Enrico IV, proprio al posto dove Anna dAustria, di romanzesca memoria, mise alla luce Luigi 14V, Luigi decimoquattordici, come diceva il mio maestro di storia, buonanima sua. Che dirti della Senna, fuor di citt? Par dessere sullOceano. Ad ogni passo unisola di Robinson. Non c pericolo di trovarci il cannibalismo in fiore? Si evita volentieri la costoletta, chiedendo un fritto di pesce, sempre squisito, e non si corre il rischio di mangiar lavventore del giorno innanzi.
E Versaglia! Ah, caro mio, che gran cosa, che mondo, che visibilio di grandi cose! Come sintende a Versaglia il gran re! Mi dicano quel che vogliono gli storichetti alla moda. Se non era un gran re, bisogna dire che ha saputo recitar bene la parte, e  senza uno straccio di suggeritore, perbacco! Vedi che contorno ci ha avuto! una nazione ammirabile di valore e di spirito; una nobilt fastosa e colta, un popolo che gli dava Corneille, Racine, Molire, Lafontaine, Bossuet, Larochefoucauld, ed altre piccolezze! Crudele con le donne! Sar. Ma non  forse da supporre che fossero troppo tenere loro? Anche la duchessa ne ha convenuto con me.
Ah, meno male! esclam Almerico.... Si parla un pochino delle signore.
Ci detto, prosegu la lettura.
Ne ha convenuto con me. Ho sempre pensato che la signorina della Vallire non avrebbe avuto tanti dispiaceri, se avesse amato un suo pari. O che voleva costei? metter le barbe sul trono? E la povera Maria Teresa, santa donna e legittima moglie, non avrebbe neanche dovuto avere il conforto di vederle passare, luna dopo laltra, tutte quelle illustri sciagurate? O perbacco, chi ha voluto andare dal carbonaio, si tinga! La Montespan non si discute nemmeno. Ambiziosa e interessata, ebbe tutto quel che voleva. O che meritava proprio di esser trattata coi guanti? Ma vedilo un poco, il mio re, quando trova una donnina di garbo, che lo ama per davvero e si contenta di stare nellombra! Egli vuole innalzarla, ed ella resiste a tutte le tentazioni. La povera Maintenon ha nemici tutti i romanzieri, dai quali per solito impariamo la storia francese di quel tempo.
Ha consigliato un grande errore, una grande ingiustizia, mi dicono. Ma  poi certo che labbia consigliata lei? Non  lei, a buon conto, che ha inventati i gesuiti. Ha chinata la testa davanti alla terribile Compagnia, come tanti e tanti, uomini e gran signori, che avrebbero potuto ribellarsi meglio di lei. Perch rovesciare su lei ogni colpa? Infine, un errore non basta ancora ad offuscare limmagine di una donna, che  bella, nobile e seria. Il re crudele lha amata, quantunque essa non gli abbia dato figli; lha rispettata, sopra tutto. Ecco una virt. 
Ma che mi salta in capo di difendere la signora di Maintenon? Ha forse bisogno delle mie difese costei, che pass la sua vita consolando infelici? Scarron, un povero poeta paralitico; Luigi 14, un povero re pieno dacciacchi, ma sempre simpatico a me, come a lei. Un re assoluto? Ah s bella forza! Ha servito a tavola il Molire; eccoti il suo dispotismo. Ha detto: lo Stato son io, ma a chi? Ad uno di quei parlamenti, che non piacquero nemmeno agli uomini della grande rivoluzione. Per me, ha fatto Versaglia, e basta. Versaglia io la sceglierei per mio dormitorio.
Povero amico! Ti ho seccato abbastanza, togliendoti per giunta alle tue belle dissipazioni romane. A proposito, ne sappiamo delle belline, sul conto tuo! Si dice che sei sempre in giro, come un leone in cerca di preda. Si aggiunge che fai una corte spietata a certa madama Lucrezia, che sta in fondo di piazza San Marco. Altri pretende di sapere che corteggi la moglie di Cesare. Bada, perdio! la moglie di Cesare non devessere sospettata. E poi quel povero ministro che lasci sempre cos solo!  una perla duomo, e tu ne abusi. Mi raccomando, dedica almeno qualche ora del giorno allo scrittoio; altrimenti finirai con perderci la mano. A proposito del ministro, se hai occasione di vederlo, offrigli la mia servit, te ne prego....
Almerico sent la celia e sorrise. Ma a tutta prima, vedendosi accusare di dissipatezza e di corteggiamenti, si era fortemente turbato. In verit non era un uomo, il Montegalda; era una sensitiva.
Quel giorno, come potete credere, egli port i saluti del Buonsanti al suo ministro. Loccasione di vederlo era l, non pi distante di un uscio.
Ah, bene! grazie! rispose il guardasigilli, ritornato allora da una seduta di Montecitorio. Che fa il commendatore vostro amico? Si gode la vita, non  vero? Gli si pu permettere, dopo che lha esposta tante volte in servizio della patria. Questi vecchi soldati, che uomini! Nel periodo eroico  han fatto, comera naturale, gli eroi; ora si riposano sugli allori mietuti, e fanno da vecchi tutto quello che non hanno potuto fare da giovani. Quantunque, soggiunse il ministro, c qualche eccezione da fare. Gli alunni di Marte non hanno mai tralasciato di sacrificare alle Grazie, tra una campagna e laltra; anzi, diciamo pure che non lasciavano sempre finir la campagna. Il Cinquantanove, per esempio,  stato unepopea tutta piena di episodi. E la critica li ha rimproverati al Tasso, nella sua Gerusalemme! Come si vede che non capisce niente, la critica! Vedete, conte! Io so di un bravo capitano che dopo la giornata di San Martino, scambio di andarsene a letto, pass la notte in casa del sindaco di Pozzolengo a descrivere la battaglia in versi francesi, per una gentil principessa polacca. Io ebbi la fortuna di leggerli nel salottino della signora. Si ha da credere? mi diceva lei. Il nostro eroe mi racconta che, marciando allassalto della Cascina Bianca, gett il mio nome in faccia ad un cannone austriaco, che tirava a scaglia contro la sua compagnia. Ricordo ancora questo verso, fra tanti che ne aveva scritti il capitano poeta: Je lui disais: Mathilde! Il rpondit: mitraille! Ma non divaghiamo. Salutatemi quel caro commendatore e ditegli che si diverta molto. Vorrei fare lo stesso ancor io. Ma non  permesso, pur troppo; io ho da invigilare lesecuzione delle leggi! Ah, se torno a nascere, Montegalda mio, se torno a nascere!...
Ebbene, se torna a nascere, Eccellenza, sar il guardasigilli del secolo venturo.
Grazie dellaugurio! Ma ci saranno ancora sigilli da guardare?
Ne dubita forse, Eccellenza?
Eh, caro conte! a veder la piega che piglia il mondo, c da scommettere che nel secolo venturo non ci sar pi n giustizia n grazia.
Era una giornata di nervi, ed Almerico rispett la piega che prendeva la filosofia del suo ministro. Anchegli, il nostro giovanotto, era nervoso la parte  sua. Che istoria lunga, quella di Luigi 14 e della signora di Maintenon! Francava la spesa di scriver lettere da Parigi.... e di leggerle!
Quasi in punizione della poca stima che ne faceva Almerico, per sei giorni alla fila fu interrotto lepistolario del cavalier Buonsanti. Allora, anche a costo di sentire che cosa pensasse lamico suo di Luigi 15 e delle sue invocazioni al diluvio universale, Almerico avrebbe voluto lettere di laggi. Ma il sesto giorno pass ed anche mezzo il settimo, senza che il corriere di Francia gli portasse ci che aspettava.
Se lho detto io! esclam.  felice chi parte!
Che centrava il Buonsanti, in quella felicit? Ma il nostro Almerico aveva detto cos, ed io riferisco testualmente.
A mezzo il settimo giorno, il ministro lo chiam nella sua stanza, lo fece sedere sulla poltrona dei seccatori, e gli disse:
Conte, voi dovreste farmi un piacere.
Che dice, Eccellenza? Mi dia un comando.
No, si tratta di un piacere, e voi potreste anche dirmi di no. Ma non me lo direte, io spero. Dovreste viaggiare.... per me.
In capo al mondo, Eccellenza.
Oh, non cos lontano, rispose il ministro; neanche alle colonne dErcole. Solamente a Parigi.
Almerico guard in faccia il ministro.
A Parigi! ripet, quasi temendo di aver male udito.
S; vi dispiace forse! Vorrei aver copia di certi atti del secolo scorso, che sono conservati nellarchivio del ministero di grazia e giustizia, a Parigi, e mi premerebbe anche di averli presto. Laggi non me li negheranno di certo; ma io non posso apparire noioso, sollecitando la spedizione. Una persona che se ne incarichi, e alloccorrenza si prenda la briga di trascrivere, pu farmi avere in otto giorni ogni cosa. Ora, voi lo sapete, ci son tre modi di  spender male i denari dello Stato, dando ad altri un incarico di questa fatta: o una somma abbastanza rilevante, alla cieca, col rischio di non essere servito, ma con la certezza di non vedere pi un soldo; o lindennit quotidiana secondo le competenze gerarchiche di un ufficiale dello Stato, che approfitta delloccasione per fare una passeggiata, e sa anche farla durare; o finalmente il rimborso delle spese, secondo una nota che lincaricato fa di sua testa, mettendoci il fiaccheraio a tutte lore del giorno, le cinque lire date al facchino, le dieci al portiere, e le venti alla cameriera dellalbergo. A proposito di questi incarichi straordinari, c una storia, nei ministeri (ma forse non  che una leggenda), di diecimila lire spese per mandare una commissione fuori Stato, e sapere ci che gi da un anno era stampato in un volume da due lire e cinquanta. Or dunque, e ritornando al caso nostro, noi non ci appiglieremo a nessuno di questi tre modi, signor conte. Voi mi farete il piacere tutto intiero, andando a Parigi per me, ma a spese vostre.
Grazie! proruppe Almerico.  un delicato pensiero.
Con uomini come voi non si pu fare altrimenti; disse il ministro. Ho pensato che avete bisogno di una piccola licenza, per riposarvi da tante fatiche, durate in questi ultimi tempi. Amo darvela ora, che il lavoro non  pi cos urgente. E perch voi neppur oggi la gradireste, colgo loccasione di uno studio che mi preme sia fatto da qualcheduno, e vi dico: volete farmi il piacere?
Eccellenza, rispose Almerico, voi nascondete sotto il velo della commissione un favore, ed  questo il modo di raddoppiare il prezzo. Ma se io non potessi andare a Parigi?...
Che? come? grid il ministro. Ditemi la ragione.
In verit.... balbett Almerico.  un caso tanto delicato!...
Quand cos non insisto. Ma voi, conte, mi  permetterete di dirvi che io credevo di meritare una confidenza.
Il povero Montegalda si pent di aver tirata fuori la delicatezza in mal punto.
Ed eccola, se il mio pensiero pu dare argomento ad una simile interpetrazione, eccola in poche parole, Eccellenza; dissegli. Ci ho degli amici, a Parigi, degli amici che sono andati da qualche settimana laggi.
Ebbene? Tanto meglio.
No, Eccellenza: nel caso mio, tanto peggio.
Qui il ministro non pot trattenersi dal ridere.
Ecco un ragionamento pi sottile dei miei di pocanzi; dissegli. Con voi, caro Almerico, non si pu giuocare dastuzia. Io dunque metter carte in tavola. Conosco uno degli amici vostri, ai quali accennate; voi stesso me lo avete presentato.  per lappunto il cavaliere di Carpigliano quegli che mha chiesta la licenza per voi, ricordandomi una promessa che io gli avevo fatta a voce. Ecco qua la sua lettera; soggiunse il ministro, prendendo un foglio sulla scrivana e spiegandolo sotto gli occhi del Montegalda; leggetela pure. Lamico vostro ha certi suoi interessi da curare in Piemonte, per la morte duna vecchia zia; deve lasciare per alcuni giorni Parigi; forse a questora ha gi ripassato il Cenisio. Ora voi sapete che lamico vostro accompagnava due dame, le quali non si possono muovere cos facilmente come lui, e che del resto non avevano nessuna ragione di muoversi, avendo fatto disegno di rimanere ancora un po di tempo laggi. Non c altri che il Montegalda mi scrive il cavaliere di Carpigliano non c altri che lui per tenere il mio posto; amico al pari di me della duchessa di San Secondo e della marchesa Terenziani; gentiluomo, onestuomo, la man di Dio, in questa congiuntura. Potrei volgermi direttamente a lui, ricordandogli che abbiamo fatta una scommessa e che egli ha perduta una discrezione. Ma perch egli potrebbe non pagarla, scusandosi con un caso di forza  maggiore, mi rivolgo a Vostra Eccellenza, che ama tanto il conte Almerico, che rispetto a lui mi ha fatta una gentile promessa, e la prego di dire allamico mio che la discrezione  questa, dun suo viaggio a Parigi. Non  un capriccio mio, ma una necessit; se anche non fosse tale, egli dovrebbe inchinarsi egualmente ed arrendersi. Chi ha perso paghi:  la legge del giuoco. Capite, Almerico? riprese il ministro, deponendo la lettera.  la legge. Ed io che veglio alla osservanza delle leggi, debbo anche far osservar questa a voi, sebbene la discrezione non abbia ancora il suo articolo corrispondente nel Codice civile.
Almerico cap che il ministro era stato bene informato, messo a parte dogni segreto, dal suo amico Buonsanti. Laccenno alla gentile promessa dimostrava chiaramente che tra il cavaliere di Carpigliano e Sua Eccellenza si era parlato a lungo di lui.
Ma io.... si prov egli ancora a rispondere.
Almerico! esclam il ministro, mozzandogli le parole in bocca. Non so come n perch lautorit ministeriale si trovi impegnata in questo negozio. So che vi amo come potrebbe amarvi un padre. E da padre vi dico: siete un gentiluomo, avete perso, pagate. Infine,  una licenza che vi d, poich lavete ad ogni modo meritata, e ve la d insieme con una commissione, la quale, per gran novit, non costa un soldo allo Stato. Vi aiuto a fare il debito vostro di cavaliere, e faccio un buon affare per giunta.
A quelle argomentazioni non cera da replicare pi altro. Almerico di Montegalda accett la licenza e la commissione a Parigi.
Le sue valigie furono presto fatte. Prese la commissione, si conged dal suo ministro, e part, senza mandare avviso del suo arrivo al Buonsanti.
Perci, immaginate la sua maraviglia, quando egli, smontando dal treno dItalia alla gare de Lyon, trov il Buonsanti che lo aspettava sul marciapiede. 
Tu qui? esclam, dopo averlo abbracciato. Come sapevi?...
Caro mio, rispose laltro, ridendo, abbiamo i nostri referendarii, e in alto luogo, come ti  lecito di argomentare.
Io ti credevo gi partito; riprese Almerico.
Avrei dovuto partire, infatti, fin da ier laltro; disse il Buonsanti. Ma non ho saputo risolvermi, lasciando le signore sole in un albergo. Sicuro che saresti venuto, ho preferito aspettarti. Ma tu mi vedi qua in abito da viaggio. Non rientro neanche in Parigi. Ti metto in carrozza e me ne ritorno dentro, ad aspettare il mio treno. Ors, dunque, vieni; consegna la tua sacca da viaggio a questo giovanotto, ed usciamo.
Almerico lo segu, in mezzo alla calca dei viaggiatori. Sulla piazzetta della stazione, un po lungi dalla fila degli omnibus, stava una vettura di rimessa, aspettando. Verso questa vettura andava il Buonsanti. Due figure apparvero allo sportello, due figure appaiate e digradanti in prospettiva, come su certe medaglie a due teste; e nella prima di esse, alla mezza luce della sera, Almerico riconobbe il profilo della duchessa Serena. Il giovanotto si accost, grandemente turbato, come potete immaginarvi. In verit, non aspettava tanto. Ma egli, se era modesto, non era meno intelligente, e pot spiegarsi la presenza delle dame laggi, pensando che avevano accompagnato il cavaliere, per dargli il buon viaggio.
Le due signore accolsero lietamente il Montegalda. La Terenziani, amabile ciarliera, dopo aver stretta la mano dAlmerico, disse al Buonsanti:
Cavaliere, faccio ammenda onorevole. Avevate ragione voi.
Grazie; rispose il Buonsanti. Ma guai a me, non  vero? guai a me, se il nostro Montegalda non giungeva stasera. Sarei passato ai vostri occhi per un cattivo negromante, che non sa far gli scongiuri. 
Il Montegalda, argomento di quel discorso, non cap nulla, e non domand di essere informato della cosa. Egli guardava davanti a s, naturalmente confuso, come il viaggiatore che per la prima volta arriva in una grande citt. Un fattorino, col berretto gallonato, gli si accostava in quel mentre, domandandogli lo scontrino per ritirargli il bagaglio.
Consegnalo pure a questo giovanotto; gli disse il Buonsanti, vedendo che Almerico rimaneva perplesso.  un fattorino dellalbergo, e ti porter le tue robe laggi. Frattanto tu accompagnerai le signore. Come vedi, entri in servizio fin dora.
Almerico aveva cercato un pochino, e finalmente trovato il biglietto nel suo portafogli. Non gli restava che di obbedire al Buonsanti, e di salire in carrozza. Il buon cavaliere lo aiut in quella difficile impresa, e richiuse poi lo sportello.
Adesso, signore mie, dissegli, buona sera e buona permanenza.
Buon viaggio! disse di rimando la duchessa, stendendogli la mano. Cinque giorni, non  vero?
O sette; rispose il Buonsanti. Dipender dal notaio di Carpigliano. Ma sicuramente non pi di sette giorni. Se potr sbrigarmi prima, tanto meglio. Non son niente contento di lasciare questo soggiorno. Ora vado; ma al ritorno, voler.
Le signore salutarono ancora il Buonsanti; Almerico rispose con qualche frase scucita alle raccomandazioni dellamico, e ad un cenno di questultimo il cocchiere sferz i cavalli. Buona sera! buon viaggio! e la carrozza si avvi per la discesa, verso la piazza di Mazas; donde, piegando verso la Senna, e costeggiandola un lungo tratto, and a cercare la strada di Rivoli.
Eccovi dunque a Parigi, Montegalda! esclam la marchesa Flora, vedendo che Almerico, nella sua confusione, non riesciva ad attaccare il discorso. Sapete che non lo speravamo?
E perch, signora?
Perch pensavamo al vostro gran da fare. Il  cavaliere, invece, era sicuro del fatto suo, ma senza volerci dire le ragioni della sua certezza. Stamani ancora, non vedendo vostre lettere, si era detto al cavaliere: voi fate i vostri preparativi di partenza, ma il vostro amico non verr, a cambiare la guardia.
Cos poca fede avevate in me, Donna Flora! rispose Almerico, non osando estendere il discorso alla duchessa di San Secondo.
Eh, ve lho detto; replic la Terenziani. Non avevate dato un cenno del vostro arrivo. Aggiungete che noi non sapevamo di quali scongiuri si fosse servito il cavaliere, per farvi venire a Parigi.
Marchesa, mi fate torto; disse Almerico. Non occorrevano scongiuri; bastava il desiderio.
Eppure, a Civitavecchia non vi era bastato.
Allora, non avevo licenza dal ministro. Ora lho avuta, ed eccomi.
Serena non prendeva parte alla conversazione; ma era presente, e linterno della carrozza era pieno di una luce viva, da non confondere con quella che mandavano dentro i lampioni, accesi allora allora lungo la calata del fiume; n solamente di luce viva, ma anche duna fragranza arcana e penetrante, che non era quella dellasfalto parigino.
Ma tutto ci, ripigliava la marchesa, non ci spiega ancora come vi siate risoluto di partire, voi, cos attaccato ai sassi di Roma.
Signora, rispose Almerico, il nostro cavaliere mi ha scritto che doveva allontanarsi per alcuni giorni, chiamato da affari urgenti di famiglia, e che gli doleva di lasciar le signore sole allalbergo di Baden. Per la prima volta in vita mia mi son veduto utile a qualche cosa nel mondo. Finora, soggiunse egli, mezzo ridendo e mezzo sospirando, non mi ero fatto unidea molto chiara del perch fossi nato. 
...
.
...
10.
 Giornate di sole.
...
.
...
Possiamo ben dire che Almerico di Montegalda  giunto in porto, quantunque Parigi non sia ancora un porto di mare, come Marsiglia, Genova e Napoli. A proposito di Napoli, dobbiamo ricordare che laggi  andato da un pezzo il conte Massimo di Riva. Ma si pu dire chegli sia in porto egualmente? Vediamolo, anche a risico di ritornare qualche passo indietro. Fortunatamente i passi del narratore, e quelli del lettore per conseguenza, non sono i passi del camminatore, e si fanno comodamente, in un batter docchio, senza muoversi dalla scranna.
Forte della sua maravigliosa invenzione, Massimo era partito da Roma. A quella invenzione, per altro, ci pensava il meno che poteva; su quel punto critico della sua vita amava far notte, non pure agli occhi degli altri, ma ancora ai suoi occhi medesimi. Non avendo nessuno ai fianchi per sentirsene a parlare, avendo pregato lamico Montegalda di non gliene scrivere, era nella felicissima condizione di tacerne anche a s stesso. Ma spesso gliene tornava alla mente il pensiero, e Massimo lo discacciava, alzando le spalle, scuotendo la testa, fremendo, come farebbe, punto dai ferri delle banderuole, un toro infuriato.
Giunse a Napoli, e Napoli lo calm. La regina del Sebeto  una grande Sirena. Come resistere al suo canto? Come pensare alle tristezze, nella gaia confusione del suo regno?
C un luogo di Napoli, la bada di San Martino, sotto il castello di SantElmo; c un punto della bada, il Belvedere, con un terrazzino alto, a capo di un lungo corridoio. Di lass vedete tutta Napoli,  sdraiata ai vostri piedi: tutta Napoli, meno i quartieri di Chiaia e Mergellina, che son nascosti dal contrafforte di Pizzo Falcone, e che ad ogni modo lo sporto delledifizio monastico non vi consentirebbe di vedere: tutta Napoli popolosa, mezzo patrizia e mezzo plebea, offrente ai vostri occhi una immensa testuggine di tetti e di terrazzi, donde vi sbucano qua e l campanili, palme, aranci dai frutti dorati, e oleandri dalle rappe vermiglie. Pi in l, sulla vostra diritta, si stende il gran golfo turchino, con lisola di Capri che rosseggia nel fondo. Davanti a voi, oltre il gran colmo della citt, si allarga la valle dei Paduli, chiusa dagli immani fabbricati rossastri dei Granili, nelle cui vicinanze san Gennaro sta preparato, in atto di arrestare le lave del Vesuvio, caso mai volessero rovesciarsi dalla parte della citt prediletta, che custodisce il suo sangue. Anche il terribile vulcano  laggi, non troppo lontano, davvero, e tuttavia (tanto a Napoli  artista anche il cielo!) gi velato ai vostri occhi duna gratissima tinterella dazzurro sperso.
Affacciati a quel grande spiraglio di vita, vi par di essere tra cielo e terra, immersi in una pace profonda. Ma, subito dopo, qualche cosa di strano vi giunge allorecchio: un rumore sordo dapprima, poi a mano a mano pi chiaro, che sale, cresce, e si diffonde, come una sinfonia rossiniana. Cesser? Niente affatto, crescer ancora dellaltro, e vi parr da un momento allaltro di dover presto sentire, non pi quel confuso grido, ma voci e frasi distinte.  Napoli, tutta Napoli, laggi; Napoli che parla, gesticola, grida, canta, suona, si lagna, si rallegra e vive; smisurato alveare, dove le api sono creature umane, e il ronzo continuo, incessante, ha suono di cateratta. Per un tratto la cosa vi d gusto, poi incomincia a turbarvi, mentre durate a star l, sul terrazzino solitario, e finisce con intronarvi gli orecchi, come un concerto di musica dotta. C modo da pensare altro, lass? E laggi, nellalveare, che manda ai luoghi eccelsi un cos grande frastuono,  peggio che mai; bisogna vivere di quella vita, dimenticar tutto il resto.
Sentite il parere di un uomo da nulla: se avete un dolore da dimenticare, correte a Napoli, dopo aver scelta sullorario delle strade ferrate la via pi spedita. Laggi il dolore vi passer, fosse pure il dolore di denti, che certi filosofi hanno sentenziato essere il peggiore fra tutti. Perfino il pensiero della morte, che riesce uggioso a tanta brava gente, perde molto della sua tristezza sotto il cielo di Napoli. Nelle regioni medie e nelle settentrionali, la malinconia di quel pensiero ha in s qualche cosa del freddo che vi pare di dover sentire nella buia dimora. A Napoli, con quel caldo estivo, con quel tepore invernale, vi  gi risparmiata quella anticipazione di brividi. Se poi avete una gioia da conservare, un affetto da ravvivare, portatelo con voi a Napoli. Sar, non sar, ma c da scommettere che ve ne dimentichereste, lasciandolo, puta caso, a Domodossola. Amico, od amica, secondo che siate lettrice o lettore, la vostra gioia vi segua. Laggi potrete ossigenarvi insieme; sarete allegri, espansivi, felici; poi, per tutto il rimanente della vita, ricorderete quei giorni. Anche lodor daglio di basso Porto, e quello dostriche di Santa Lucia, ritorneranno a voi trasformati in quintessenza di rose.  piacer vero, e veramente sentito, quello che lascia grata memoria di s.
Miss Madge, o bionda fanciulla, o fiore americano dalle forme eleganti e dai vivaci colori! Il sole di Napoli villuminava, vinondava tutta, e non metteva in evidenza la pi piccola menda sulla vostra superficie di porcellana di Svres. Ma che porcellana vado io ricercando? Eravate un bel fiore metallico, finamente smaltato, di quelli che lindustria moderna ha trovati, gareggiando con la natura e con larte ad un tempo: uno di que fiori che fanno venire la voglia matta di brancicarli e di romperli, almeno di sbreccarli un tantino sugli orli. Ci sono di questi desiderii nellammirazione, di queste folle nellamore.
Massimo guardava, ma non toccava. Il fiore americano  era un fiore animato, e non avrebbe permesso tanta confidenza di ammirazione. Ma egli sospirava, respirava, aspirava; ed era felice, correndo qua e l, sempre in compagnia di miss Madge. Erano viaggiatori ambedue; erano a Napoli tante cose da vedere, che due persone come loro, anche senza vincolo di parentela, potevano benissimo andar di conserva, per ricevere le medesime sensazioni. Guai, se nel ritrovo della sera, a pranzo, o alla distribuzione del th, uno di loro avesse raccontato di avere ammirata una cosa che dallaltro non fosse stata veduta egualmente. Ci sarebbe stato da morire dinvidia, da schiattare di gelosia: almeno almeno da farci una cattiva nottata.
In quelle corse quotidiane, cera anche da stancarsi. Ma niente affatto! Miss Madge, fiore americano e metallico, non si stancava mai. Alla mattina erano escursioni a Posilipo, a Capri, a Pozzuoli, a Cuma, a Baia, a Miseno, oppure a Portici, ad Ercolano, a Pompei, a Castellamare, a Sorrento, al Vesuvio; si vedevano ruderi, case antiche, grotte, laghi, solfatare, vulcani, e magari sandava pi in l, a visitare qualche tempio greco, o qualche repubblichetta medievale lungo le rive del golfo Salernitano. Poi, quando le corse mattutine non erano cos lunghe da occupare tutta la giornata, si visitavano chiese, palazzi, giardini e musei. Dopo il pranzo, in carrozza, e via per il corso di Chiaia e di Mergellina, godendo il fresco della sera e la sfilata dei ricchi equipaggi. Da ultimo, la fermata dei gelati, in piazza del Plebiscito, e per ultimissimo un po di musica, o di Pulcinella, nei piccoli teatri, che bisognava vedere.
Infine, era una festa continua degli occhi, unorgia dello spirito, ma altres uno strapazzo enorme di nervi e di tndini. Ma che? il fiore metallico non sentiva nulla di nulla; a tarda sera appariva ancor quello del mattino. Che fibra maravigliosa! Ed anche la mamma, Dei buoni! Quella non si poteva paragonare  ad un fiore; ma neanche si voleva fargli torto, paragonandola ad uno struzzo, ad una giraffa. Questi animali si citano per dare unidea della sua forza di resistenza, in un clima come quello. Del resto, non son io che li cerco, i paragoni;  il conte di Riva che li ha trovati. Questo vi parr dal canto suo un mancar di rispetto alla sua futura suocera; ma io non so proprio che farci. Del resto, a scusare i pensieri, soccorrevano gli atti. Massimo era assai cortese, cerimonioso, ossequente con mistress Eliza, che suo marito chiamava familiarmente Assy, ed egli decorava sempre del titolo di milady.
Quella mamma, del resto, non era di quelle che pensano ancora a s, avendo gi delle figliuole da marito. Difettava di fantasia, la buona mistress Eliza, e la sua vita intellettuale era scarsa. Spesso pareva che non pensasse nemmeno. Come certi organismi inferiori, in cui il tronco materno non sembra sopravvivere che per servire di sostegno e di guardia alla prole, cos mistress Eliza non viveva che per miss Madge, per quel bellissimo fiore, di cui si riduceva ad essere la stipula protettrice. Figuratevi che quando andavano fuori di citt, la fredda e taciturna madre portava col suo anche lo scialle che doveva riparare la personcina elegante della sua stupenda figliuola. Inseparabili, naturalmente, vedevano ed ammiravano le medesime cose; ma era miss Madge che dava il segnale della maraviglia. Ambedue si mostravano riconoscenti al loro gentil cicerone: miss Madge con un sorriso incarnatino, rugiadoso e luminoso, donde sbocciava un veramente? deliziosissimo: mistress Eliza con un asciutto beautiful che non oltrepassava la chiostra dei lunghi denti bianchi e delle labbra sottili come due listerelle di pergamena.
E mister Montgomery Lockwood? Il granduomo, il re di denari, decorato da Massimo del titolo di Sir, non si divertiva in Napoli al modo delle sue donne. Le accompagnava ancora nelle corse lunghe,  allaperto; ma, per le gite in citt, si era presto seccato di veder chiese e palazzi. Nella reggia dei Borboni, e a Capodimonte, loro estiva dimora, gli avevano dato noia quei pavimenti di legno gentile, cos tersi e lucenti, dove non si vedeva pur lombra duna di quelle utili cassette, piene di segatura, che nella sua patria si mettevano in tutti gli angoli delle case, perfino nei salotti, e a Washington nellaula magna del Congresso! Meno male a Pompei! Anche nel tempio dIside e nella casa di Pansa, si poteva fumare, segnando di spruzzi moderni i lastroni e i tesselli venti volte secolari.
Perci il signor Montgomery Lockwood amava stare allaperto, e soleva fare le sue pi lunghe fermate al caff del Palazzo Reale, lunico caff napoletano, dove, per la condizione del luogo, si potesse star seduti comodamente di fuori. Col sedeva il cittadino della libera America, fumando i suoi eterni trabucos e bevendo birra nel cospetto dei cieli. A Napoli, birra? Sicuramente. Ci sono anche degli Italiani che trovano gusto in questo fermento di luppoli (quando son luppoli!) nelle regioni del sole. Iddio li confonda in questa vita, se anche  disposto a perdonarli nellaltra.
Fumava, adunque, il nostro personaggio, e frattanto formava davanti a s un arcipelago. Le sue donne andavano attorno con Massimo; e poi, quando avevano girato abbastanza, sapevano dove trovarlo; l, davanti al caff, con le spalle al muro, la testa ripiegata sul petto, gli occhi grigi affondati sotto le ispide ciglia, le lunghe gambe accavalciate luna sullaltra, terminate da due lunghissimi piedi.
Miss Madge aveva sfoderata a Napoli una nuova virt; se pure non  pi giusto il dire che laveva anche a Roma, e la esercitava liberamente, ma lungi dagli occhi di Massimo. A Roma il conte di Riva non aveva occasione di accompagnare le signore Lockwood nelle loro escursioni. Or dunque sappiate che miss Madge aveva studiato il disegno, e portava sempre attorno albo e matita, per fissare sulla carta  le sue impressioni dal vero. Con tante fotografie, ripetute a migliaia desemplari, dogni monumento e dogni scena della natura, quella fatica poteva parere sprecata. Ma no; miss Madge voleva esprimerlo a modo suo, il ricordo, con la sincerit del suo sentimento e la ingenuit dellarte sua. Spesso non erano che poche linee; ma le linee tracciate dalla mano di una bella ragazza, si sa, valgono tutte le fotografie della terra.
Napoli  tutta nel colore; le disse un giorno il conte di Riva. Perch non dipingete, miss? La cosa vi riescirebbe a maraviglia.
Veramente?
Ve lo assicuro. Col vostro ingegno, in pochi giorni colorireste come il nostro grande Morelli.
Non lo far; rispose miss Madge. Il colore insudicia troppo le mani.
E guardava, cos dicendo, le sue, che erano bellissime. Anche Massimo le guardava, e gli facevano dimenticare la poca perizia della disegnatrice. Che importavano gli errori di prospettiva, quando erano fatti da quelle mani gentili? N solamente queste guardava, ma ancora quella graziosa testina, e quel collo di cigno, su cui scendevano scherzando i bei riccioli doro.
Una volta, al Museo Nazionale, al pian terreno, nella galleria delle statue, davanti al torso delicatissimo di Psiche, il giovane innamorato fece osservare molto giudiziosamente a miss Madge che lattaccatura del collo e la curva dellmero erano pari, nella statua ed in lei. Il lettore indovina lavverbio e linterrogazione con cui rispose la bionda americana al complimento del suo cavaliere. Quasi sarebbe inutile di soggiungere che ella arross dal piacere.
Veramente, per dir come lei, veramente miss Madge vedeva volentieri il signor conte di Riva? S, confessiamolo pure, assai volentieri. Era sempre un tal po compassata negli atti, duretta nellespressione, ma sorrideva, e lo stesso carattere esotico di quel sorriso era una grazia di pi, agli occhi innamorati di  Massimo. A Pompei la gentile americana ebbe un moto di viva gratitudine, che pot parere una dichiarazione tanto fatta. In una casa della via di Mercurio, era una grande fontana, dove la nicchia, le colonne, i capitelli, il fregio, il timpano, ed ogni altra parte della membratura architettonica, sincrostavano di conchiglie e pietruzze vivamente colorate. Miss Madge si maravigliava che quelle conchiglie cos brillanti ed intatte fossero durate mille ottocento e pi anni l dentro. E Massimo, quantunque non fosse nato Vandalo, ebbe la barbarie di spiccare cinque o sei conchiglie, per farne un presente a miss Madge.
Ah, come siete gentile! esclam la fanciulla.
E lo guard, arrossendo, e strinse in atto di riconoscenza quella mano che le offriva il prezioso ricordo.
Per unaltra di quelle frasi, per unaltra di quelle strette, Massimo avrebbe compiuta lopera del Vesuvio, distruggendo Pompei.
Pi in l, nella casa del Fullone, egli aveva scoperto, o per lui lo aveva scoperto una guida compiacente, un deposito di sapone. A vederlo, in un anditino cieco, sotto una scaletta di fabbrica, pareva un cumulo di terriccio, o di cenere.
Vedete, miss? dissegli, conducendo la fanciulla a guardare l dentro. Questa cenere che vedete, non  cenere:  sapone. Pare che gli antichi Romani non conoscessero il sapone in pezzi formati, ma che lo usassero in polvere. Questo qua leva la schiuma bianchissima, e ripulisce le mani in un modo maraviglioso.
Madre mia, disse la fanciulla, rivolgendosi a mistress Eliza, lo senti? Sapone degli antichi Romani! e superiore a quello di Windsor! Amerei portarne un saggio alle mie amiche.
Il conte di Riva non se lo fece dire due volte. Preso un giornale che aveva comperato quella mattina alla stazione di Napoli, fece un grosso involto di quel terriccio grumoso, e lo cacci in una tasca  della sua spolverina. Ritornata nel pomeriggio allalbergo, miss Madge prov subito il sapone degli antichi Romani e lo trov eccellente. Era dunque naturale che ne desiderasse una maggior quantit, per distribuirne un pugno a tutte le sue amiche degli Antipodi. E perch a Pompei si and parecchie volte, essendoci molto da vedere e molto da consegnare nelle pagine del famoso albo, il provveditore di sapone pompeiano ne raccolse tanto da riempirne poi, a Napoli, una sacca da viaggio.
Come siete gentile! gli disse ancora una volta miss Madge, mentre erano in un salottino dellalbergo, aspettando mistress Eliza, che finiva di abbigliarsi per la scarrozzata serale.
Signorina,  ben poca cosa! rispose Massimo. Vi obbedisco assai volentieri, lo sapete. Sebbene, soggiunse egli, sospirando, questa volta, lobbedienza mi faccia esser triste.
Triste! esclam la fanciulla. E perch?
Perch pensate di fare un presente alle amiche; segno evidente che meditate di ripassare lAtlantico. Ed io.... ne morr.
Veramente?
Non lo credete? Chi vha conosciuta, miss Madge, non pu vedere pi altro, nel vecchio Mondo.
Allora, si pu far meglio che morire; rispose giudiziosamente lei.
E che cosa? domand Massimo, accostandosi.
La fanciulla arrossiva, forse, di aver dimostrato tanto giudizio.
Ma.... che so io? balbett ella. Viaggiare. C tanto da vedere sulla terra! Non siamo noi per ci venuti in Europa?
E si ferm, guardando maliziosamente il signor Massimo.
Finite, miss, ve ne prego; dissegli.
Finite voi, signor conte; rispose ella, mentre apriva, richiudeva e tornava ad aprire il suo ventaglio giapponese.
Il conte Massimo si prov a dire il resto. 
Mi date licenza, mormor egli, di venire.... in America?
Miss Madge sorrise, arross ancora; e poi, con la sua ingenuit birichina, gli disse:
Signor conte, lAmerica  grande,  ospitale. Non c bisogno di licenza, per visitarla.
Ah! grid Massimo infervorato.
Il frusco duna veste si ud e la porta della camera attigua si aperse. Massimo aveva gi afferrato lalbo della signorina, che era posato sulla tavola.
Che c? domand mistress Eliza, entrando nel salottino.
Ammiro i disegni di miss Madge; rispose Massimo. Questo, per lappunto,  la verit vera.
Non  pi dunque tanto necessario il colore! osserv miss Madge.
Incomincio ad esserne persuaso, signorina. Tutto ci che fate  ben fatto; tutto ci che dite  ben detto; tutto ci che volete.....
Calmatevi, conte! entr a dire mistress Eliza. La mia figliuola non vorr niente, non avendo ancora let e lo stato di volere.
Losservazione era giusta, e il conte di Riva sinchin.
Non la guastate un po voi, coi vostri elogi? ripigli la signora Lockwood, temperando con quella mezza spiegazione la severit delle sue prime parole.
Signora, io dico quel che sento; rispose Massimo. Per altro,  tanta saviezza in voi, che io amo obbedirvi tacendo, anzi che insistere nella espressione dei miei giudizi artistici.
Italiani! disse la signora Lockwood, tentennando la testa. Italiani! sempre esaltati!
E rise, la brava signora, a modo suo, mettendo in mostra la doppia fila di perle.... occidentali.
Ogni sera, gi ve lho detto, si andava al corso delle carrozze nella Villa Nazionale e lungo la riviera di Chiaia, Mergellina e Posilipo. Quella  veramente una delle maraviglie di Napoli, e per il quadro e per la cornice, cio a dire non solo per il  numero e la variet degli equipaggi, ma ancora per il luogo stupendo in cui la passeggiata si svolge. Il signor Montgomery si degnava di accompagnare qualche volta le signore; ma pi spesso lasciava andar solo il conte di Riva, non piacendogli molto di tenere accostate al sedile quelle sue lunghissime gambe e di trattenere le sue boccate di fumo, coi rispettivi amminicoli. Mistress Eliza stava in contegno come una moglie di Pari; sembrava che pontificasse. Il fiore metallico si contentava desser grazioso, come sempre, e sorridente, sebbene con un po pi di misura. E madre e figlia chiedevano spesso al conte di Riva il nome delle signore napoletane che si vedevano passare, in quei loro equipaggi fastosi, con tanto di livrea. Chi  questa? chi  quella? chi  quellaltra? Volevano saper tutto, e Massimo non poteva sempre appagare la loro curiosit. Qualche nome aveva imparato a conoscerlo, ma faceva spesso delle grandi confusioni, e pi spesso inventava. Quella  la duchessa di Melito; quellaltra la principessa dOttaiano; questa la duchessa del Vallo; questaltra la duchessa di Montemignano. Ecco lAltavilla; due carrozze pi indietro la Francavilla.... E cos di seguito, arricchendo di sempre nuove ville la Villa Nazionale e il corso di Chiaia.
Tutte duchesse? domandava mistress Eliza.
S, tutte, o quasi.
Allora tornava in campo il discorso sui gradi di nobilt. Il nostro Massimo doveva rifarsi sempre da capo, e spiegare che i titoli di nobilt, specie per quanto riguardava il loro ordine gerarchico, avevano avuto un valore in altri tempi, sotto la monarchia assoluta. Soggiungeva, nondimeno, come la regola soffrisse anche allora le sue brave eccezioni. Cerano stati, per esempio, e duravano ancora, dei titoli di conte che non si abbandonavano pi, in certe famiglie principesche e ducali, ed anzi primeggiavano su titoli di grado apparentemente superiore. Per non uscire da Napoli, cerano i conti di Locri, che possedevano i ducati di Montemignano  e Castroforte. Il padre era conte di Locri, i figli erano duchi. Morto il padre, diventava conte il figliuolo, lasciando il suo titolo ducale al rampollo, gi nato, o nascituro che fosse. Anche a Roma si vedeva qualche cosa di simile, cio il caso dun figlio principe, mentre il padre non era che duca.
Questo  meno grave; diceva il signor Montgomery Lockwood, che prendeva parte assai volentieri alle araldiche discussioni della sua signora con Massimo. Da duca a principe la distanza non  tanta, come da duca a conte.
Pure, rispondeva Massimo, questa distanza che vedete voi, Sir Montgomery, non esiste pi. I titoli di nobilt, rimasti come ricordo storico, si pareggiano tutti.
Scusate, caro amico; ribatteva il Lockwood. O la nobilt non conta pi nulla, neanche come ricordo storico, o principe e duca valgono un po pi di marchese, e molto pi di conte e barone. Ne convenite?
Ho il dispiacere di non poterlo ammettere. Avrei anche altri argomenti da opporvi.
Sentiamoli, caro amico, sentiamoli.
Ma vi annoieranno.
No, vi assicuro. Si viaggia per istruzione, e bisogna saper tutto.
Al conte di Riva non piaceva molto di dover servire con la sua dottrina araldica alla istruzione dei signori viaggiatori. Ma si trattava del padre di miss Madge, e bisognava adattarsi. Del resto, tentando di far penetrare le sue idee nella dura testa del signor Montgomery, egli difendeva un pochino la propria causa.
Secondo lui, due esempi erano convincenti: quello della nobilt genovese e quello della nobilt veneziana. Le dame dei patrizi di quelle due grandi Repubbliche italiane avevano diritto di tabouret alla corte di Luigi 14, cos puntiglioso in materia di cerimoniale. Nei ricevimenti di Versaglia, esse venivano dopo le principesse del sangue, e sedevano  alla presenza della Corte, sebbene non fossero decorate di titoli feudali, mentre stavano in piedi tante mogli di duchi e marchesi. Soltanto alcuni patrizi genovesi, perch possedettero feudi imperiali fuor dei confini della loro repubblica, aggiunsero qualche volta il titolo marchionale di essi feudi al nome della loro famiglia; dondera avvenuto che alla caduta di Genova sotto il dominio dei re di Sardegna, volendosi foggiare i titoli del patriziato genovese sullo stampo di quelli della nobilt piemontese, paresse pi comodo a tutti i nobili di Genova assumere il titolo che gi possedevano alcuni tra loro. Similmente la nobilt di Venezia, poich la repubblica di San Marco era caduta sotto il dominio dellAustria, aveva fatto suo il titolo di conte, che era il pi illustre negli Stati di Terraferma, e niente inferiore a quello di marchese. Infatti, che voleva dire marchese, se non conte di Marca, ossia di confine? Nobili genovesi e nobili veneziani erano forse discesi di grado, assumendo quei titoli? o men pareggiati tra loro? No davvero: lessenziale non era nel titolo feudale e gerarchico, ma nel carattere storico, nella importanza antica delle rispettive famiglie. A Roma, per esempio, in mezzo a tanti principi, nepoti di papi, le vere famiglie storiche erano pochissime, discendenti dai vecchi baroni del medio evo: i Savelli, i Colonna, i Caetani, gli Orsini, e quattro o cinque altri. Finalmente, e sempre a Roma, cerano titoli di duchi e principi che risalivano a dugentanni, a cento, e taluni stentatamente a cinquantanni di data.
Capisco, capisco; rispondeva mister Montgomery Lockwood. Ma questi sono casi speciali. E voi, conte di Riva, a che et risalite?
Poteva essere una impertinenza; certo era una domanda temeraria. Ma il signor Lockwood si prendeva spesso e volentieri siffatte libert di linguaggio.
Massimo, adunque, pass tranquillamente sopra questaltra mancanza di galateo, e rispose. La sua famiglia era antichissima. I genealogisti ci avevano  veduto un ramo dei famosi conti di Trevigi, che poscia si erano chiamati di Collalto: nobilissima gente, gi chiara innanzi il Mille, illustrata da frequenti parentadi con famiglie principesche di Germania, e tuttavia potentissima a Vienna per uffici ed onori.
Bene, benissimo! esclam mister Lockwood. Non sapevo che i Riva fossero cos alti, e ve ne faccio i miei complimenti.
Fateli ai nostri consanguinei di Collalto; rispose Massimo, arrossendo un pochino. Tutte queste grandezze appartengono ai Collalto, non al ramo collaterale di Riva.
Il signor Montgomery cap di aver commesso un errore. Ed era gi molto, da parte sua.
Comunque sia, replic egli, avete un bellalbero. E conterete ancora, mimmagino, i vostri grandi capitani, nella famiglia, i vostri diplomatici, i vostri cardinali.
S, per lappunto; disse laltro, respirando.
Anche dei Dogi? ripigli mister Lockwood.
No, nessun Doge; rispose Massimo, nuovamente impacciato.
Come? Niente Dogi? E siete nobile veneziano?
Veneto, non veneziano.
Non  lo stesso?
No, sir Montgomery. Siamo nobili di Terraferma, quantunque antichissimi. Venezia, nel 1297, per il colpo di Stato del doge Pietro Gradenigo, oper la Serrata del Maggior Consiglio, e capirete....
Che cos questa Serrata?
Una legge per cui quanti appartenevano in quellanno al Maggior Consiglio, o ci avevano appartenuto nei quattro anni precedenti, dovessero dallora in poi appartenerci inamovibilmente, non lasciando posto ad altri. Cos, essendo il doge eletto dai membri della Quaranta, ne venne che nessuno pot pi giungere a quellaltissimo grado, se non era di quel patriziato ristretto.
Un tiranno, questo Gradenigo! esclam il  signor Lockwood. Egli ha cos impedito ai vostri antenati di dar dei dogi a Venezia, e alle loro dame di aver diritto di tabouret alla corte di Francia.
Tutte anticaglie, del resto! disse Massimo. Ora non valgono pi nulla;  la ricchezza che vale.
Non lo dite, mio caro! A buon conto, son titoli, e uno stemma e una corona decorano bene un sacco di dollari.
Cos rispondeva mister Lockwood, e il conte di Riva non fu poco maravigliato di sentir parlare a quel modo un re di denari, cittadino della libera America. Ma infine, se quello amava gli stemmi e le corone, egli, conte di Riva, poteva mettere una cosa e laltra a decorare la sua carta da lettere. Lo stemma di Massimo era bello e vistoso; aveva anche dato negli occhi a Miss Madge, che ne aveva voluta la spiegazione in termini araldici. I conti di Riva portavano interzato in banda, doro, dargento e di rosso, e il capo dellImpero, come indizio di concessione imperiale e di benemerenza ghibellina.
...
.
...
11.
I terzi incomodi.
...
.
...
Ma un altro e nuovo amico aveva maggior lusso di araldica, agli occhi dei Lockwood. Costui portava dargento, con un leone azzurro, coronato doro, caricato nel cuore duno scudetto di rosso, alla croce dargento, e il capo di Francia, dazzurro, coi tre gigli doro. Scambio della corona comitale, che cimava lo scudo di Massimo, portava corona marchionale, e con tanto di mantello di porpora, foderato di vaio. 
Chi era costui? Vi contento subito: era il marchese Gerolifi di Monte Carmelo. E come era entrato nella intimit dei Lockwood? Anche questo si pu dire in poche parole. Mister Montgomery lo aveva conosciuto in casa del Mapleson, suo banchiere, e ventiquattrore dopo la fatta conoscenza, il marchese di Gerolifi di Monte Carmelo aveva portato i suoi due biglietti di visita ai Lockwood, consegnandoli, con la piega di rito, al portiere dellalbergo. Mister Lockwood aveva chiesto a Massimo un cenno delle usanze italiane, in materia di visite e di biglietti di visita. Massimo non aveva potuto ricusarglielo. Cos, per opera sua, il Creso americano aveva ricambiato la cortesia; e due giorni dopo il marchese Gerolifi di Monte Carmelo si era presentato ad ossequiar le dame allalbergo. Belluomo, non pi giovane, ma ben conservato (Massimo soggiungeva: e ben restaurato!), cortesissimo, con unaria di gran signore, anzi di sovrano in vacanza, il marchese Gerolifi piacque molto a mistress Eliza. Che si fa celia? Una corona marchionale! e il mantello di porpora, foderato di vaio! e i gigli di Francia! Per concessione, si capisce. Ma lo scudetto di Savoia, nel cuore del leone! Perch doveva essere di Savoia, e non daltra famiglia. E messo l dentro significava un certo grado di parentela. Il Gerolifi, destramente interrogato, non disse di s, ma non disse neanche di no. Cose antiche! Chi se ne ricordava, oramai?
Non vi dir una cosa strana, annunziandovi che il personaggio piacque poco al conte di Riva. Quando si  innamorati, ogni nuova figura d noia, nel piccolo mondo in cui abbiamo concentrati tutti i nostri pensieri, dimenticando le cure e i desiderii, le vanit e le ambizioni del grande. E lo aveva tirato egli in casa, quel marchese Gerolifi! Perch, infatti, era egli, Massimo, che aveva istruito lamericano intorno agli usi italiani, in materia di biglietti di visita. Ma s! Se non fosse stato lui, sarebbe stato un altro: il banchiere Mapleson, per esempio, a cui il  signor Lockwood si sarebbe certamente rivolto per consiglio. Ebbene, fosse pure cos: glielo avrebbe potuto dire il banchiere: che sciocchezza era stata la sua, dinformarlo cos minutamente egli stesso? A buon conto, sarebbe stato anche possibile che il banchiere avesse altre usanze, e non vedesse la necessit di un cos pronto ricambio di cerimonie. Ah noioso Gerolifi, con quella sua corona marchionale! e con quel signor Montgomery, poi! con quel cittadino della libera America, che non studiava niente, che non aveva bisogno di studiar niente, e nondimeno si occupava con tanto amore di notizie araldiche!
Un giorno, allora del th, Massimo aveva avuto occasione di fare uno sperticato elogio dellAmerica settentrionale. Beato paese nuovo! Le vecchie razze europee erano andate a rifarcisi, a prender laggi nuovo vigore e bellezza. Capirete che a questo punto del suo inno, Massimo mand una languida occhiata a miss Madge. Paese nuovo, s, bisognava insistere sullaggettivo. Laggi non si era portato nessuno dei sopraccapi della vecchia Europa: n le grandi signorie ereditarie dInghilterra, n le contee di Pomerania, n le grandezze di prima classe della Spagna, n i ducati dItalia: a farla breve, nessuna tra le forme dellaristocrazia e del feudalismo, che guastavano il vecchio mondo. Era laggi una grande espansione, un rigoglio di vita giovane, la poesia del lavoro, la ricchezza, la libert. Gran cosa, la libert, figlia della nativa eguaglianza, madre della fraternit, fonte di tutte le virt, custode e dispensiera di tutti i beni del mondo!
Mister Lockwood ascoltava e sorrideva.
Ebbene, mio caro, gli disse, come quellaltro ebbe finito, fatevi cittadino degli Stati Uniti.
Massimo aveva dato un balzo sulla sedia.
Sotto il vostro patrocinio, sir Montgomery, grid egli allora, quando vi piacer!
Badate, giovinotto! riprese il signor Lockwood, continuando a sorridere. Anche quando  sarete cittadino americano, vi chiameranno il signor conte. E voi non perderete lorgoglio del vostro titolo, vedendolo apprezzato anche laggi; e farete dipingere il vostro stemma, la vostra corona, sugli sportelli delle vostre carrozze. Chi ne ha diritto nella vecchia Europa, trapianta assai bene e volentieri questi ricordi nella vergine America. I titoli son sempre titoli, anche dallaltra parte dellAtlantico.
Ma non ci son re per distribuirne, tra voi.
 vero, ci manca il re. Ma credete che non nascer, un giorno o laltro? Mio caro amico, voi siete entusiasta, e vedete le cose attraverso il prisma della vostra immaginazione italiana. Ma tutto il mondo  paese, e gli umori degli uomini, come tutti gli altri liquidi, posti in comunicazione tra loro, tendono a prendere uno stesso livello. LEuropa invidia a noi le nostre miniere doro e dargento, i nostri grandi depositi di petrolio, le nostre ricche foreste, e quelle immense vie commerciali che sono i nostri fiumi. Noi invidiamo alla madre Europa quelle antiche istituzioni che a voi sembrano tanto fastidiose.
Massimo non poteva riaversi dallo stupore, udendo quei ragionamenti alleuropea. Una cosa, per altro, lo rallegrava: il consiglio di mister Lockwood. Fatevi cittadino degli Stati Uniti. E come aveva sorriso maliziosamente, dicendolo! Il vecchio americano aveva dunque indovinato il segreto del suo cuore? e non mostrava di sgradire lomaggio che si faceva alla bellezza di miss Madge? Ah, meno male! Se cos pensava il padre della bellissima fanciulla, si poteva anche passargli qualche eresia di discorso. Ma bisognava parlare, far la domanda. S, un giorno o laltro lavrebbe fatta, ma dopo aver tastato il terreno con mistress Eliza. Per quanto vedesse di non essere sgradito compagno, non poteva dimenticare che era un compagno di viaggio, e che in viaggio si suol correre, cos nella scelta delle relazioni, come sulle rotaie delle strade ferrate. A tentare unapertura di quella fatta, ci voleva una bella dose di coraggio: anzi, diciamo meglio, daudacia.  Massimo era ricco, ma non esageratamente: ricco per una gran citt di provincia. Un paio di eredit che aspettava, lo avrebbero fatto ricco per una citt capitale. Ma che cosera tutto ci, a petto duna miniera dargento? Egli non conosceva le fortune dei Lockwood che per sentita dire; ma cos a occhio e croce poteva credere che miss Madge fosse venti volte, e magari quaranta volte pi ricca di lui. Quello era un guaio. Massimo non poteva mettere sullaltro piattello della bilancia che il suo stemma e la sua corona di conte. Un bel peso, se mister Lockwood pensava quel che diceva! Ma proprio allora che la contea gli avrebbe fatto giuoco, Massimo si vedeva capitare nei fianchi un marchesato. Gerolifi! Monte Carmelo! Nomi sonori, troppo sonori! E donde veniva quel marchesato del diavolo?
Voi che siete forte di storia, gli disse una sera mister Lockwood, diteci un poco che nobilt  questa dei Gerolifi di Monte Carmelo.
Non ne so nulla; rispose Massimo.
Come? E siete italiano?
Sir Montgomery, vi prego di considerare che io sono delle provincie settentrionali, e faccio gi molto a raccapezzarmi tra le mille e una famiglie storiche di lass. Conosco poco la nobilt delle due Sicilie, tanto pi numerosa della nostra, per cagione dei tanti governi che si son seguiti in questa parte dItalia. Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnuoli, Borboni.... c da confondersi. Del resto, il casato di cui mi chiedete ha unaria tutta egiziana.
Egiziana! esclam mistress Eliza. Come  possibile?
Lo dice il nome, che sa di Geroglifici; replic Massimo, contento di avere scagliata la sua freccia. Piuttosto mimpaccia un pochino quella giunta di Monte Carmelo.
 in Terrasanta osserv miss Madge. Forse il titolo risale al tempo delle Crociate.
A prima vista pare cos; disse Massimo, inchinandosi. Ma non dimentichiamo, signorina,  che ci sono in Italia i frati Carmelitani, e che ogni loro convento ha il suo Monte Carmelo. Se il nome vien di l, la nobilt dei Geroglifici potrebbessere molto recente.
Dimenticate la croce di Savoia; entr a dire mister Lockwood.
Ah, sir Montgomery! Vi prego di considerare ancora che ce ne son mille, di famiglie nobili, che portano di rosso alla croce dargento, ed altre mille che portano dargento alla croce di rosso. Poi la croce di Savoia  caricata nel cuore di unaquila. Questa dei Gerolifi  caricata nel cuor dun leone.
Erano in questi discorsi, quando capit, lupus in fabula, il marchese Gerolifi. I Lockwood continuarono a parlare daraldica, con gran noia di Massimo, che vide il nuovo venuto farsi liberale della sua erudizione alle dame. Il Gerolifi era espertissimo nella materia, e in mezzora di parlantina sciorin davanti a miss Madge tutto un trattato sullarte del blasone, colori e metalli, partizioni, pezze onorevoli, figure, armi di padronanza, di successione, di adozione, di concessione, e via discorrendo. Numer le principali famiglie dei Sedili di Napoli e del reame di Sicilia, e trov ancora il tempo di blasonare lo scudo del conte di Riva, suo buon amico, facendogli complimento per il capo dellImpero, che denotava grandi benemerenze della sua casa verso la fazione ghibellina. Udito poi da miss Madge che i conti di Riva erano una diramazione dei Collalto, prese a magnificare questi ultimi, lagnandosi garbatamente che avessero abbandonato il loro primitivo nome di Trevigi, che ricordava i fasti della gioiosa Marca Trivigiana.
Il conte di Riva l per l fu contento, udendo esaltare la sua famiglia, e miss Madge richiamarne in campo le illustri parentele. Ma di parentele sue proprie il Gerolifi ne aveva da citarne a diecine. Tutti i primi nomi di Napoli erano collegati per qualche vincolo al suo. Passando in rassegna solamente i tre ultimi secoli, con molta disinvoltura,  senza insisterci punto, il marchese di Monte Carmelo si dimostrava consanguineo di tutta laristocrazia delle Due Sicilie.
Interrogato dal curiosissimo signor Lockwood, venne da ultimo a discorrere sullorigine del suo casato. I Gerolifi si erano chiamati in principio Gerosolimi, o Gerosolimiti, come discendenti di antichi pellegrini e guerrieri di Terrasanta. Ma il nome si era sformato in processo di tempo, e la sformazione incominciava ad apparire in atti notarili del 1300. A Monte Carmelo uno de suoi maggiori aveva resistito lungamente alle armi vittoriose di Saladino, dopo il mal esito della seconda crociata; donde il titolo era venuto alla famiglia, e riconosciuto da tutti i principi cristiani. Da quel tempo i Gerolifi non si erano mai lasciata fuggire nessuna occasione di combattere contro i figli di Maometto; e quando la Palestina fu perduta irremissibilmente per la Chiesa latina, essi avevano dato quasi ad ogni generazione uno dei loro allordine dei cavalieri di Rodi, che poscia erano diventati cavalieri di Malta.
Tutto questo racconto, sebbene fatto con molta discrezione, faceva restare a bocca aperta i due coniugi Lockwood. Una considerazione di mister Montgomery urt maledettamente i nervi al conte di Riva. Il marchese Gerolifi aveva chiuso il suo discorso con queste malinconiche parole: Oramai, son glorie morte, e non si tengono pi in conto che come ricordi di famiglia.
Ah, un bel nome e con tanti ricordi, aveva esclamato mister Lockwood, val bene una miniera dargento!
Briccone dun Montgomery! Pensava egli dunque di regalare un altro cittadino alla libera America?
I poveri conti di Riva, che non avevano difeso nessun Monte Carmelo contro le forze soverchianti di nessun Saladino, rimasero male, nella persona del loro ultimo discendente, per due giorni alla fila. Miss Madge se ne avvide e volle chiedere spiegazione di quel malumore. 
Che avete? dissella a Massimo. Perch siete cos triste?
Quel Gerolifi mi turba; mormor egli; mi rende la vita infelice.
Veramente? Ma  un compitissimo cavaliere.
Con voi, miss!
Ed anche con voi, conte Massimo. Ha perfino blasonato il vostro stemma, e fatte le lodi del vostro casato.
Ah s! Poteva provarsi a fare altrimenti! Il mio casato  modesto, ma storico.... il suo.... mi pare un romanzo.
Via! esclam la fanciulla. Non siete buono, questoggi.
Sono geloso; rispose Massimo.
Veramente?
S, veramente, verissimamente.
Miss Madge a tutta prima sorrise; ma poi, a grado a grado, si fece seria. Il conte di Riva, notando quel mutamento, incominci a temere dessere andato troppoltre. Voleva parlare, ma ella non gliene diede il tempo, e and a rifugiarsi sotto le ali materne. Per tutto quel giorno non gli diede pi occasione di parlarle da solo a sola.
Il giorno seguente, mentre erano al Museo Nazionale, al piano superiore, nella galleria dei quadri. Massimo trov il buon momento per bisbigliarle:
Sempre in collera, miss?
Io? esclam la fanciulla, con aria di stupore. E perch? contro chi?
Ah, siete cattiva! mormor Massimo, vedendo chella non voleva ricordarsi. Ed io che vi amo tanto!
Temette l per l di vedersi dare una voltata di spalle. Ma la signorina Madge non cedeva a questi impeti subitanei di sdegno meridionale europeo.
Signor conte, dissella, con accento tranquillo, ma un tantino sarcastico, c un proverbio, al mio paese....
E si ferm a mezza strada, come se volesse con  la sua sospensione dare maggior forza a ci che si prometteva di soggiungere.
Quale? domand Massimo allora.
Bel fuoco divampa: buon fuoco  sotto cenere; rispose la fanciulla.
E sia, replic Massimo, ma dopo aver divampato.
La fanciulla non disse altro. Le sue cognizioni in materia di fuoco non le permettevano forse di ribattere la sentenza del suo interlocutore. Il quale, con tutta la sua vittoria di parole, rimase anche pi male dei giorni antecedenti. Credete pure che aveva un diavolo per occhio.
Quel giorno i Lockwood erano invitati a pranzo dai Mapleson, nella loro villa di Posilipo. Fino allora mister Montgomery, col pretesto delle corse al Vesuvio, a Sorrento, a Cuma, e via discorrendo, si era schermito da quella gran noia dei pranzi solenni. Ma oramai le grandi escursioni erano state fatte: al nuovo e formale invito non si poteva dire di no.
C il giardino, del resto; osserv giudiziosamente mistress Eliza. Voi, caro amico, salvo nellora di tavola, potrete passeggiare, fumare e.... respirare liberamente.
Massimo, adunque, per una mezza giornata era libero. Triste libert, che lo costringeva a pranzare e a passeggiare da solo! Ma al cattivo umore, quando si  impadronito di noi, questi momenti di libert, vere interferenze di luce, non fanno male: aiutano qualche volta a dissiparlo, per via di smaltimento.
Purch i Mapleson non avessero invitato a pranzo anche il Gerolifi! Ma!... questo poteva darsi benissimo. Il signor Lockwood non lo aveva conosciuto per lappunto in casa del suo banchiere, quelluggiosissimo tra tutti i marchesi della cristianit?
Che cosa farete voi della vostra libert? aveva chiesto la signora Eliza al conte di Riva, nellatto di prender congedo da lui.
Milady.... scriver delle lettere; rispose Massimo. 
Benissimo! Ne avrete anche molte da scrivere. Noi vi facciamo perdere tanto tempo, ogni giorno!
Ah, che dite mai? Tempo guadagnato, milady, a stare nella vostra amabile compagnia!
Il complimento era portato dalla necessit; non fioriva spontaneo. Comunque, mistress Eliza lo ricompens con un sorrisetto. Ahim, non era un sorriso di miss Madge.
E poi, soggiunse la signora Lockwood, spero che vi vedremo al corso di Chiaia.
Massimo ringrazi la signora; quantunque a dirvi tutta la verit, egli avrebbe amato assai pi che linvito gli fosse stato fatto dalla sua graziosa figliuola. Ma la bella dai capegli doro, dai raggi filati, non diceva nulla, non esprimeva nulla, in quel punto. Non gli stava gi sostenuta, come unitaliana avrebbe fatto in una simile occasione; spegneva la luce de suoi occhi, e allora, buona notte! il viso della graziosa americana era muto come il suo labbro. Care donnine dogni paese, come siete brave voialtre, quando vi prende il capriccio di far disperare il prossimo!
Il conte di Riva pranz dunque da solo, sforzandosi di parere gaio ai suoi commensali della tavola rotonda. Non ci vedrete contraddizione, io spero, tra i commensali e la solitudine sua. Si  soli ad una tavola dalbergo, quando non si ha la propria societ. Tutti gli altri commensali sono pranzatori della medesima ora, coi quali  gi molto che si scambi un cenno del capo, quando si son veduti a quellora per otto giorni di seguito. A questi ultimi desiderava di apparire gaio quel giorno, affinch non lo prendessero per un ragazzo abbandonato, per un cane sperduto.
Finito il pranzo, esc subito dallalbergo, e and a fare una scarrozzata in Toledo. Di l, a piedi, si avvi per Chiaia, lentamente, guardando le botteghe, e giunse finalmente alla Villa, dove si ferm in vicinanza dellentrata, come tutti gli altri eleganti giovanotti, per vedere i cavalli, le livree, gli equipaggi  e le dame. Era l da parecchi minuti a piuolo, quando si sent mettere una mano sulla spalla.
Massimo! gli disse una voce, accompagnando quellatto di grande familiarit.
Il conte di Riva si volse e riconobbe il personaggio.
Oh, Memmo! dissegli. Tu qui?
Era infatti Don Memmo Savelli, suo amico di Roma. Non avrete gi dimenticato che Massimo era stato padrino in una quistione tra il Savelli e il Riccoboni, avendo anche la fortuna di rappattumare quei due vecchi amici. Don Memmo veniva per lappunto da Roma, e si disponeva a fare un giretto nelle Puglie, per vedere certi suoi fondi. Ne aveva anche laggi, e un vecchio castello per giunta, nelle vicinanze dAtripalda. Ma non si passa da Napoli senza fermarcisi almeno un paio di giorni; e Don Memmo aveva fatto disegno di rimanere anche una settimana, per vedere tutte le novit di quegli ultimi anni.
Massimo in sulle prime temette che quellaltro gli parlasse della societ romana e di certe cose su cui egli non voleva tornare. Da un mese che era a Napoli, le aveva dimenticate cos bene! E adesso capitava Don Memmo, a rinfrescargli la memoria! Gli avrebbe incominciato a parlare del Montegalda, poi.... poi di chi sapete. Pensando a queste cose, il conte Massimo tremava. Ma il Savelli era pieno di prudenza; forsanche era scarso di memoria; fatto sta che non tocc nessun tasto spiacevole. Parl invece e lungamente di Napoli. Era giunto nella mattina e sentiva un gran bisogno di sfogare la sua ammirazione, specie per tutti i cambiamenti che erano stati fatti in quella parte signorile della citt.
Veramente, non erano tutti cambiamenti in meglio. Ma il giudizio dipendeva dal modo di considerare le cose. Il corso di Chiaia antico era pi rumoroso, pi pittoresco, nella sua confusione. Oramai, ridotto nei viali della Villa Nazionale, senza le dissonanti compagnie di carri e carretti che passavano per la  via provinciale, era diventato una cosa molto elegante, pi elegante del bosco di Boulogne, a Parigi. Nondimeno, aveva perduta la sua curiosa impronta napoletana, e tutta la bellezza naturale che gli era data in altri tempi dalla gran scena del golfo. Verissimo che si poteva anche andarci, sulla strada antica, a Mergellina, al palazzo di Donna Anna Carafa, a Posilipo. Del resto, una trottata fin l, tutti gli equipaggi solevano farla. Ma perch il vero corso signorile era nella Villa, addio lunghe andate e lunghi ritorni, col facile incontro, la comodit di una lunga guardata e di un lungo saluto. Tutto non si pu avere ad un tempo; pazienza! Cos comera diventato, e dimenticando le usanze anteriori, il corso di Chiaia era bellissimo. Don Memmo lo gradiva assai pi di quellaltro, a Roma, nella eterna Villa Borghese, co suoi alti e bassi, co suoi stecconati, e con la inevitabile umidit della sera.
Don Memmo non parlava di nessuna cosa che potesse dargli noia. Era dunque un ottimo compagno per quelle ore disoccupate. I due amici stettero insieme a chiacchiera, vedendo passare le carrozze. Il Savelli ravvis qualche conoscenza di Roma, e salut. Massimo, dal canto suo, vide passare la carrozza dei Mapleson, tirata da quattro cavalli, niente di meno! e il Savelli ammir quelle due stupende pariglie di rovani, in quella che Massimo salutava le dame. Mistress Eliza rese il saluto con un mezzo inchino; miss Madge non fece che un cenno impercettibile degli occhi; mister Montgomery salut a mano aperta e soggiunse ad alta voce: Addio, conte!
Il Savelli, quasi sarebbe inutile il dirlo, aveva salutato per consenso, vedendo latto di Massimo. N altrimenti fece caso di quella apparizione; non mostr neanche di aver riconosciute le americane, la cui presenza, per la bellezza di una tra loro e per la notizia della miniera dargento, aveva fatto chiasso in Roma, tanto da non poter essere ignorata da un giovanotto della buona compagnia. 
Poco dopo giungeva il Gerolifi, e si fermava a discorrere col conte di Riva. Questi fu lieto di vederlo capitare dalla parte di Pizzo Falcone, anzi che da quella di Posilipo: segno che il marchese di Monte Carmelo non era stato a pranzo dai Mapleson.
Ma dopo questo primo senso di piacere, Massimo ne ebbe un secondo, e fu di noia. Gli toccava infatti di presentare scambievolmente i due personaggi. Ne avrebbe fatto volentieri di meno; ma sarebbe stata una villana, e Massimo non poteva risolversi a commetterla.
Il signor marchese Gerolifi di Monte Carmelo; dissegli allora. Don Memmo Savelli, barone di Monte Savello.
I due personaggi, che gi aspettavano quella doppia esposizione di generalit, si salutarono, molto cerimoniosamente: poi subito attaccarono discorso. Evidentemente si riconoscevano di giusta misura lun laltro. Il Gerolifi, del resto, assai disinvolto cavaliere, sfoder tosto la sua amabilit di sovrano in vacanze. Era anche un belluomo, col suo occhio nero e grande, il suo volto roseo dorato e i baffi neri, fin troppo neri, ammagliati con garbo.
 una fortuna per me di conoscere il signor duca di Palombara; dissegli, soggiungendo quel titolo, come per mostrare che conosceva la storia di casa Savella. Godo anche di questa occasione, la quale mi permette di ricordare che una Savelli, Donna Barbara, gran letterata, e tra gli Arcadi Amarilli Tiburtina, spos nel 1774 un duca di Santa Maria, mio bisavolo paterno.
Rammento benissimo questa gloria della famiglia; rispose Don Memmo, stendendo la mano al marchese Gerolifi. E mi stimo fortunato di riconoscere un consanguineo.
Diavolo dun Gerolifi! Era dunque consanguineo di tutto il genere umano?
Pochi minuti dopo pass ancora lequipaggio del Mapleson. Il marchese Gerolifi fece il suo saluto alla  grande, il saluto delle occasioni solenni, a mezzo arco di cerchio.
Savelli mio, dissegli, poich la carrozza fu passata, ecco un fiore che Napoli ha rubato a Roma.
Ah, s, la Lockwood; mormor il Savelli. Mi ricordo, infatti, di aver veduta questa famiglia a Roma.
Un fiore di bellezza, di bont, dintelligenza! riprese con la sua abbondanza di frase il Gerolifi. Non  vero, conte?
Massimo, cos interrogato, assent del capo; ma con una voglia matta di mandare a quel paese tutta la discendenza dei Gerolifi di Monte Carmelo.
Frattanto il Savelli, messo in sulla via dalla parlantina del suo interlocutore, aveva preso a dirgli, con lo stesso suo tono confidenziale:
Ne parlate con un grande entusiasmo, marchese! Per caso, avrei io salutata con voi una futura parente?
Ah, ah, mi fate ridere! rispose il Gerolifi. Ecco limpossibile di tutti glimpossibili.
E perch, di grazia?
Per una ragione semplicissima: la mia ascrizione allOrdine sovrano di San Giovanni di Gerusalemme.
A quelle parole, proferite con grande solennit, Massimo aveva rizzato lorecchio.
Voi siete cavaliere di Malta? esclam.
Non ve lho detto, mio caro conte? riprese il Gerolifi. Credevo che oramai lo sapeste. Ad ogni modo, ve lo dico ora: son cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, comunque vi piaccia chiamare il vostro servitore ed amico.
Me ne congratulo con voi; disse il conte di Riva. Ma in che lesser cavaliere di Malta potrebbe impedirvi il matrimonio? Ci son forse pi voti?
Altro! replic il Gerolifi. E voti solenni.
Cos, dunque, il vostro bel nome.... si spegner con voi? 
No, caro amico. Vive ed ha figli il mio fratello maggiore, il duca di Santa Maria.
Qui, se Massimo non abbracci il marchese Gerolifi di Monte Carmelo, cadetto della casa ducale di Santa Maria, credete pure che fu per riguardo al luogo pubblico, e per timore di far ridere la gente.
...
.
...
12.
Tempo grigio.
...
.
...
Dopo quella scoperta del cavalierato di Malta, il conte Massimo ebbe un istante di felicit, e di felicit tanto pi profondamente sentita, quanto pi gli giungeva inaspettata, fra i sospetti e i timori di quegli ultimi giorni. E che scappate di allegrezza, da quella profonda felicit! Non erano sicuramente pi vivaci n meglio colorite le fiammate di zolfo, dallo sfiatatoio del cratre di Pozzuoli. Con che gusto matto pensava egli allora al domani! Perch, infatti, gli era sembrato di capire che mister Montgomery Lockwood, ad onta di tutte le dimostrazioni araldiche di lui, anteponesse i marchesi ai conti: preferenza di nessuna importanza, se si fosse trattato di ogni altro cittadino della libera America, ma importantissima, e grandemente pericolosa, trattandosi del padre di miss Madge. Ah, ah, povero signor Montgomery! Egli non aveva ancora una giusta idea di ci che fossero i cavalieri di Malta. Con che gusto matto si sarebbe incaricato egli, Massimo di Riva, dellufficio amorevole distruirlo in proposito!
Glorioso, trionfante, Massimo non sent neanche il bisogno di correre quella sera allalbergo. Notate, del resto: era la prima volta che passava la giornata lontano dai suoi compagni di viaggio, e Massimo non credette fosse conveniente di presentarsi  allora del th. Il Gerolifi non aveva parlato di andare allalbergo, per fare una visitina che era passata oramai in consuetudine; e Massimo non ne parl nemmeno lui. Stette adunque con lamico Gerolifi e con Memmo Savelli; passeggi lungamente con ambedue, facendo poi una bella fermata al caff dellEuropa, ritrovo serale di tutta la giovent elegante. Si ritir molto tardi, e i due compagni di passeggiata lo accompagnarono allalbergo. Tanto, era tutta strada, anche per Don Memmo; e il marchese Gerolifi di Monte Carmelo avrebbe poi accompagnato questultimo, cinquanta passi pi in l, ritornandosene a casa sua per la riviera di Chiaia.
Quando fu allalbergo, non era pi ora di bussare dai Lockwood. Massimo scrisse alcune righe in fretta sopra un biglietto di visita, e questo biglietto consegn al cameriere, perch lo portasse la mattina seguente a mister Montgomery, insieme col suo caff nero; poscia si ritir nel suo quartierino, consolandosi di non aver data la buona notte a miss Madge, col pensiero di quella nobilissima istituzione che era lordine antico ed accetto dei Cavalieri di Malta.
Ah, s, veramente egli amava quella bionda fanciulla. E le gioie del futuro, come gli passavano gloriose davanti agli occhi della fantasia! Trascorrere nel mondo, ricchi, belli e felici, come in un cocchio doro, e con tanto daureola dintorno, che sogno maraviglioso! Perch questa  consuetudine in noi, anche quando lesperienza vorrebbe insegnarci il contrario: noi pretendiamo di godere nelleternit quella gioia sperata, che  un punto luminoso, ma un punto unico, un istante, un attimo, nella vita delluomo.
Ma il conte di Riva non doveva per allora fermarsi a raccogliere le ammonizioni dellesperienza. Sognava, sognava bene, e chi sogna bene non ama svegliarsi.
Il sole, puntualissimo principe, apparve dai monti Amalfitani, stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo. Ma il conte di Riva non si svegli per lui dal suo sogno. Venne pi tardi a  risvegliarlo il cameriere, portandogli la risposta di mister Montgomery Lockwood. Massimo gli aveva domandato, nel suo bigliettino, che cosa contavano di fare le signore nella mattina seguente, per essere anchegli ai loro ordini; e mister Montgomery gli rispondeva: nessuna decisione  stata presa; si risolver allora di colazione; felicissimi di concertare con laiuto del vostro consiglio.
Non cera niente di strano; era anzi naturalissimo che, trattandosi di andare in giro per Napoli, o per i dintorni di Napoli, si aspettasse il consiglio di Massimo, accompagnatore costante. Ma per quella volta gli parve dessere un gran personaggio! tanto  vero che le cose pi naturali e le pi comuni possono parere straordinarie e maravigliose, secondo il momento in cui le vediamo, o secondo il colore degli occhiali che la nostra fantasia, miope graziosa, ha voluto inforcare. Lo dice anche un proverbio spagnuolo:
Todo es segun el color
Del cristal con que se mira.
Il conte di Riva si vest in fretta, and a farsi bello, pi bello del solito, poi capit nel salottino dei Lockwood. Miss Madge era l, seduta accanto alla finestra, leggendo, in attesa della madre, che finiva di abbigliarsi, e del babbo, che era andato a fare la sua passeggiata mattutina alla Villa.
Non vi abbiamo veduto, iersera! gli disse la fanciulla.
Le parole potevano essere di rimprovero; ma laccento non cera. Miss Madge parlava italiano, ma non dava colore alla frase.
Signorina! esclam Massimo, mettendo egli in una sola parola tutto il colore che sarebbe potuto bastare al pi lungo dei discorsi. Fu un giorno di pena, quello di ieri. Doveva essere intiero. Ed io lo segner tra i nefasti.
Veramente?
E gli sorrise, miss Madge, gli sorrise, mormorando  il suo deliziosissimo avverbio. Ah, il sole, apparendo dai monti Amalfitani, e stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo, non era pi bello di lei in quel punto.
Poco stante, capit mister Montgomery, e dopo di lui mistress Eliza.
Vi abbiamo veduto alla Villa; disse il Lockwood. Perch non siete venuto a prendere il th?
Perdonate, sir Montgomery! Avevo trovato un amico di Roma, e mi ero trattenuto a discorrere con lui; rispose Massimo. Poi capit il marchese Gerolifi, e dovetti presentare luno allaltro. Sincominci a chiacchierare, e si fece tardi, non potendo io pi liberarmi dalla compagnia, del resto piacevolissima. Quel marchese Gerolifi  un cos grazioso discorritore!
Ah, davvero? esclam mister Montgomery.
Certamente! Ho conosciuto in vita mia pochi uomini la cui conversazione fosse tanto piacevole come quella del signor marchese di Monte Carmelo.
Gli siete diventato molto amico; not mistress Eliza, che non aveva mai sentito parlar Massimo in tal modo del Gerolifi.
Milady, che debbo dirvi? rispose il conte di Riva. Io non ho luso di giudicar gli uomini alla prima. Li studio molto attentamente, e quando li ho conosciuti, la mia amicizia ha fondamento sicuro nella stima che meritano. Il marchese di Monte Carmelo  un perfettissimo gentiluomo.
E di buona nobilt; soggiunse mister Montgomery.
Eccellente; replic Massimo. Pu aggiungere al suo titolo quello dei duchi di Santa Maria. Sotto questo nome, che appartiene di diritto al ramo primogenito, i Gerolifi hanno bellissime pagine nella storia del reame di Napoli.
Oh! disse lamericano, col suono gutturale e lungo, che rende cos importante e fa parer cos piena di significato la interiezione sulle labbra del ceppo anglo-sassone. 
Quelloh! voleva dire, per esempio, al signor conte di Riva: Caro amico, in verit, mi fate stupire.  la prima volta che io vi sento parlare con tanto calore del nostro bravo Gerolifi. Che cambiamento  avvenuto in voi, da un giorno allaltro?
Ma quelloh! poteva anche non dir nulla di ci, ed esprimere soltanto un sentimento di soddisfazione, per il reame di Napoli.
Comunque fosse, mister Montgomery si era fermato l, e Massimo non ebbe modo di aggiunger altro al suo inno. Con che gusto avrebbe conchiuso: il nostro Gerolifi  cavaliere di Malta! Il signor Lockwood avrebbe fatto un altro: oh! Miss Madge avrebbe esclamato: veramente? Ed egli allora si sarebbe fermato con molta compiacenza a spiegare che cosa fossero i cavalieri di Malta, quali i loro uffici, quali i voti che pronunziavano, entrando in quella vecchia religione. Ma loccasione di fare tutti quei discorsi manc, e il conte di Riva sent la inopportunit di venire a quei particolari, senza averne un appiglio.
E cos, diceva intanto mistress Eliza, siete andato a passeggio, col nuovo amico di Roma.
S, milady, col vecchio amico; rispose Massimo, cambiando destramente laggettivo. Mi era capitato tra i piedi, e non potevo liberarmene. Lo avevo anzi presentato al marchese di Monte Carmelo, e la conseguenza fu questa, che si dovette rimanere tutta la sera insieme.
Ah, ricordo che eravate in tre, alla Villa Nazionale; disse mister Montgomery. Ed era quel signore alto e bruno?
Per lappunto.
Romano, avete detto. Chi ?
Un Savelli.
Savelli! esclam lamericano. Aspettate! Colonna.... Orsini.... Caetani.... Mi avete detto i nomi delle pi antiche famiglie di Roma. E tra queste c anche la Savelli, non  vero?
Verissimo; potete dire la pi antica, perch   citata nella storia prima di tutte le altre. Ha dato due papi, nei primi secoli della Chiesa, e questi papi furono anche santi. Ma a voi questo particolare importer meno, sir Montgomery....
Oh! importa moltissimo; rispose il Lockwood. In Germania abbiamo conosciuto un discendente di Lutero. Tutte illustrazioni! Stanno bene, in famiglia. E questo principe Savelli  venuto a Napoli?
S, di passaggio. Va nelle Puglie, dove ha qualche possessione. Credo che parta domani.
Che peccato! esclam mister Montgomery. Se si fosse fermato, avreste potuto presentarmelo. Amo tanto le famiglie storiche della vostra bella Italia!
Massimo incominci a pentirsi di aver magnificate le grandi famiglie storiche dItalia, in confronto alla poca nobilt dei Gerolifi. E pi ancora incominci a pentirsi di avere accennato quellincontro del Savelli alla Villa Nazionale. Con quei cittadini della libera America era molto pericolosa laraldica. Per fortuna il Savelli doveva partire. Non cos presto, comegli aveva detto a mister Montgomery; ma infine, giorno pi, giorno meno, sarebbe sparito, e non era il caso di fare la presentazione duno dei quattro o cinque pi antichi nomi dItalia al padre di miss Madge, della bionda divina.
Quel giorno si doveva andare a Pozzuoli, che unaltra volta i Lockwood avevano veduto passando, senza fermarsi, avviati comerano a Cuma e al Capo Miseno. Ma il conte di Riva pens che si sarebbe passati per Chiaia, e che cera pericolo dincontrare il Savelli. Propose adunque di fare una gita ad Ischia. Ma il signor Lockwood non voleva per quel giorno mettersi in mare. Aveva anche da vedere il suo amico Mapleson, che gli proponeva lacquisto di due bei quadri antichi, per il suo salotto di Baltimora.
Ebbene, osserv Massimo, allora, ecco una ragione di pi per non andare nemmeno a Pozzuoli. Voi, sir Montgomery, andrete dal signor Mapleson; io accompagner le signore a vedere il Tesoro  di San Gennaro. Sar una gita in citt, e ci ritroveremo allora del pranzo.
Mi conviene; rispose mister Montgomery.
Conveniva anche alle dame. Mistress Eliza amava molto le pietre preziose, le oreficerie, le stoffe antiche e i merletti: tutte cose che sicuramente avrebbe vedute nella cappella del Tesoro. Miss Madge avrebbe potuto ammirare dei quadri di Luca Giordano, un pittore col quale ella aveva un punto di somiglianza, artisticamente parlando. Un punto solo, per verit, e non il migliore. Luca Giordano era stato dai suoi contemporanei decorato del soprannome di Luca Fa presto, e la bella biondina tirava gi i suoi disegni sullalbo, con una rapidit portentosa.
La giornata fu buona. Si and al Duomo e si ritorn allalbergo, senza aver veduto ombre pericolose, od altrimenti moleste.
Ma pi tardi, quando capit il marchese Gerolifi a far visita, Massimo ebbe la noia di sentir parlare da capo del suo buon amico Savelli. Ed era mister Lockwood, che lo rimetteva in ballo, accennando ancora allincontro e al saluto del giorno innanzi, sullingresso della Villa Nazionale. In verit, io vi dico, quel cittadino della libera America aveva la mana dei titoli, dei privilegi e di tutte laltre malinconie della povera Europa.
Il marchese di Monte Carmelo non mostr di dolersi duna conversazione che tendeva a glorificare gli assenti. In ci, veramente, era superiore al conte di Riva. Bella forza! pens questultimo. Egli  cavaliere di Malta. Comunque fosse, il Gerolifi lod grandemente il suo amico Savelli, ricordando ancora una volta, con nobile compiacenza, i vincoli di parentela che stringevano la sua famiglia a quella di Don Memmo. E quando il signor Lockwood, nella sua ingenua tenerezza per le grandi famiglie storiche, ebbe detto al marchese Gerolifi: dovreste presentarcelo, il cavaliere di Malta rispose prontamente:
Ci avevo gi pensato, e volevo appunto parlarne  al conte Massimo, per procurarmi questo piacere insieme con lui. La nostra parentela coi Savelli  antica e lontana, oramai; la mia amicizia col suo ultimo rappresentante  di ieri soltanto, e ne son debitore al conte di Riva.
Ma... balbett questi, schermendosi. Sar difficile, per ora. Il nostro amico va nelle Puglie.
Non ancora, mio buon Massimo, non ancora; rispose il Gerolifi. Ho fatto io il miracolo di trattenerlo.
Davvero? E in che modo?
In un modo semplicissimo. Quando abbiamo accompagnato voi allalbergo, siamo andati oltre chiacchierando, verso la Riviera di Chiaia. Si parl, naturalmente, del troppo breve soggiorno che Don Memmo voleva fare tra noi. Che diamine! gli dissi. Ci non va bene. Un proverbio, che ha ricevuta la sanzione dal tempo, comanda a tutti i viaggiatori: vedi Napoli e poi mori. Qui non si vuol pi la morte del viaggiatore; gli si domanda almeno di veder Napoli; e non si chiama vederla il restarci tre giorni. Neanche si pu dire di averla veduta, quando ci si capita dopo cinque o sei anni di assenza, com per lappunto il caso di Don Memmo Savelli. Di questo egli ha dovuto convenirne con me. Gli ho poi ricordato che egli ha qui dei parenti, oltre i duchi di Santa Maria. Il principe di Serra Grimalda  suo alleato, perch figlio di una Savelli. Tutti i Palombara di qui sono parenti dei Savelli alla quarta generazione. Non gli pareva necessario di fare una visita?
Massimo avrebbe mandato volentieri a quel paese tutti i Palombara, tutti i Serra Grimalda della terra e il marchese Gerolifi per giunta. Oh andate a fidarvi dun cavaliere di Malta!
Tutte illustre parentele! esclam il signor Lockwood. E siete cos riescito a trattenerlo?
S, ha dovuto arrendersi a discrezione; rimarr un paio di settimane. 
Da bravo, dunque, presentateci il vostro amico. Mi ha laria di un gentiluomo.
Oh, per questo, rispose il Gerolifi, lo  fino alla punta dei capegli. Domandatene al conte di Riva, che lo ha tra i suoi amici migliori.
Massimo, cos tirato in ballo, rispose con un cenno del capo.
Abbiamo anche parlato dei signori Lockwood; proseguiva intanto il Gerolifi. Io gli avevo chiesto come mai non avesse conosciuta questa rispettabile famiglia, nel suo passaggio a Roma....
Ah s! interruppe il signor Lockwood. Mi maraviglio anchio di non aver conosciuto il principe Savelli.
La maraviglia  reciproca; rispose il Gerolifi. Ma egli diede una spiegazione della cosa, osservando che sir Montgomery Lockwood aveva fatto una troppo breve sosta nella eterna citt.
Oh, ci ritorneremo! Dopo Napoli e Palermo, ci ritorneremo sicuramente; replic mister Lockwood, decorato dal marchese Gerolifi del titolo di Sir.
E forse non solamente da lui, ma anche da Don Memmo Savelli. Non riferiva egli, infatti, un discorso di Don Memmo? E Massimo, che aveva fatta egli la maravigliosa trovata, se la vedeva sfruttare dagli altri. Era proprio il caso di ripetere con Virgilio: Sic vos non vobis mellificatis apes!
Siamo dunque intesi; ripigli il signor Lockwood. Voi ci presenterete il principe Savelli.
Barone, sir Montgomery! not Massimo, che sentiva lamericano gi per la terza volta risciacquarsi la bocca con quel titolo di principe. I Savelli sono baroni.
S, baroni romani; ribatt il signor Lockwood. Me le avete insegnate voi, queste cose, mio caro conte Massimo. I baroni romani son tutti di l dal Mille, e se il mondo fosse finito nel Mille, sarebbero morti baroni. Ma il mondo non  finito, ed essi hanno ancora avuto il tempo di diventar conti, marchesi, duchi, principi, ed anche grandi di  Spagna. Ho notato, soggiunse lamericano, ho notato, leggendo lalmanacco di Gotha, che i principi romani son tutti grandi di Spagna.
Non tutti, veramente, ma una gran parte s; corresse discretamente il marchese di Monte Carmelo.
 del resto una particolarit di minor conto; osserv Massimo, sforzandosi di dare alle sue parole un tono accademico. Son grandi di Spagna, ma non hanno avuto dogi in famiglia.
Ci hanno avuti dei papi; ribatt il signor Lockwood. E alcuni di essi ci hanno anche avuto dei santi.
Ah, questo  innegabile; disse il conte di Riva, inchinandosi allevidenza.
Del resto, il signor Lockwood non faceva che ricordare le sue stesse lezioni. In una sola cosa il cittadino della libera America non si era voluto piegare alla dottrina del conte di Riva. Nellammettere la piena eguaglianza dei titoli di nobilt, mister Montgomery, peccatore ostinato, seguitava a credere nella gerarchia. Che tenesse un conte superiore ad un barone, poco male! Ma egli teneva un marchese superiore ad un conte, e questo era un guaio; teneva un duca od un principe superiori a un marchese e ad un conte, e questo era intollerabile senzaltro. Povero Massimo di Riva, che i suoi antenati avevano tenuto alla misura di conte, con nove perle in vista, e neppur lombra di un doge!
Le dame tacevano, lasciando al capo della famiglia il carico di quella conversazione, che dava tanta noia al signor Massimo. Delicatezza, od istinto, consiglia certi silenzi alle donne? Le due cose si confondono spesso, tanta  la sottigliezza loro; e la psicologia e la fisiologia non arrivano a sceverarle, nella traccia sinuosa dei loro incerti confini.
Frattanto il signor Massimo aveva un diavolo per occhio. E a proposito di diavoli, quale fra i tanti aveva condotto a Napoli il Savelli, per cacciarglielo tra piedi? Di sicuro, in tutto ci che era avvenuto, non aveva ombra di colpa Don Memmo. Si va a Napoli  come in ogni altra citt, per semplice diporto, e Don Memmo ci aveva anche la ragione naturalissima del viaggio nelle Puglie. Quando si  in Napoli, non  meno naturale che sullora del passeggio si vada anche alla Villa Nazionale. Fin qui non cera nulla a ridire. Tutto il resto, poi, era avvenuto per colpa di Massimo. Gran sciocchezza, la sua, di presentare il marchese Gerolifi al nuovo venuto! Maggior sciocchezza, di citare i Savelli come una delle primissime famiglie storiche italiane, ad un uomo tanto desideroso di fumo quanto era provveduto di arrosto, come quel signor Lockwood, re di denari e possessore duna miniera dargento!
Era egli, conte di Riva, che aveva tirato in casa dei Lockwood il gran signore romano! Era egli, che, uscito a mala pena di sospetto per uno, apriva la porta ad un altro!
Vi parr strano, ma questo pensiero lo calm. Virt di analogia! Luomo, gi lo sapete,  un animale superstizioso e cabalista per eccellenza. Or dunque, il nostro Massimo pens che aveva temuto tanto del Gerolifi, e che il pericolo di un pretendente, di un rivale, gli era svanito ad un tratto. Temeva tanto del Savelli, e non doveva egualmente svanirgli quel nuovo pericolo? Ma s; la cosa era chiara, andava pari pari come la regola del tre. Infine, il Savelli non era noto a tutta Roma per i suoi corteggiamenti da Don Giovanni? E questi non erano tali da escludere ogni idea matrimoniale? Don Memmo aveva una avversione profonda contro ogni vincolo eterno. Quante volte non gli aveva sentito dire: i Savelli finiranno con me!
Non cera dunque da temer tanto; anzi, non cera da temere affatto. Il primo dei sospettati, il Gerolifi, non poteva; il secondo, il Savelli, non avrebbe voluto. A premunirsi contro il pericolo di un terzo pretendente, Massimo voleva fare la sua brava domanda di matrimonio.
Era un gioved, giorno eccellente per ogni impresa che debba essere tentata in buon punto. Ma  disgraziatamente quel giorno era anche trascorso mezzo. Occorreva dunque rimandare lattacco. Ma il domani era un venerd, giorno nefasto tra tutti. Nel sabato, adunque, nel sabato avrebbe aperto il suo cuore a sir Montgomery, messo un termine a tante incertezze proprie, a tante debolezze pericolose di quel ricco plebeo.
Al pari di Massimo non era superstizioso il Savelli? O forse aveva il venerd per un giorno fortunato? O forse non pensava affatto al calendario? Comunque fosse, Don Memmo Savelli si lasci presentare in venerd. Bel giovanotto, alto, bruno, tutto dun pezzo, piacque molto al signor Lockwood.
Come si vede che  romano! esclam questi, parlando al conte di Riva. C in lui il tipo degli antichi dominatori del mondo.
Massimo avrebbe voluto temperare un pochino quegli ardori di romanit: parlar dinnesti servili, della Grecia e dellAsia minore; poi dinvasioni barbariche, di Vandali, di Goti, di Bisantini, di Longobardi e simili altri elementi perturbatori; poi delle condizioni particolarmente infelici di una citt discesa a poche migliaia dabitanti, e dovuta rinsanguare con nuovi e ripetuti arrivi di Toscana. Ma il signor Lockwood non gli avrebbe dato retta. Tutto bene, quel che voi dite, gli avrebbe risposto quellostinatissimo uomo ma questi Savelli sfuggono alla vostra statistica. Non mi avete detto voi medesimo che le memorie della loro famiglia risalgono al terzo secolo dellEra cristiana? Massimo pens queste cose, e si astenne prudentemente da una serie di osservazioni critiche ancor pi pericolose dogni entusiasmo. Infine, non voleva aver laria di temere. Egli era il conte di Riva, perbacco!
Le dame fecero lieta accoglienza al nuovo venuto, ma senza folle di gente nuova. Mistress Eliza era compassata per indole, e le sue articolazioni avevano anche poca elasticit di movimenti. Miss Madge, nella sua condizione di fanciulla, non poteva apparire niente pi espansiva, ed era gi molto quando esciva dal  suo veramente? per arrisicarsi ad una frase formata. Anche il Savelli fu molto misurato nelle parole e negli atti; non and in visibilio per la conoscenza dei Lockwood, non rimase in estasi davanti alla unica erede duna miniera dargento. Checch ne pensi il signor Massimo, conte di Riva, e geloso feroce, il romano moderno ritiene ancora molto de suoi antichissimi progenitori; egli conserva per intanto la loro bella gravit. Niente lo stupisce; niente gli par superiore a s stesso. Era ben romano quel Don Camillo Borghese, che non mostr di aver perduta la testa per laltissimo onore dimparentarsi con Napoleone Bonaparte, primo console, poi imperatore dei Francesi ed arbitro dei destini dEuropa. Forse gli parve naturalissimo desser cognato al grande uomo. Men naturale dovette parergli che il grande uomo non facesse di lui un re di corona. Saspettava un trono, il bravo Don Camillo; e non ebbe che uno straccio di prefettura; come a dire una derisione, un affronto!
Presentato in venerd, Don Memmo fu subito invitato ad una gita per il sabato. Si andava allisola di Capri. Niente noioso, quel Savelli! Non ebbe laria di voler disturbare nessuno. Stette tutta la giornata a far conversazione col vecchio Lockwood, che non era sempre piacevole. Massimo pot credere che il suo amico romano avesse un gran rispetto per tutti i diritti acquisiti.
Una gita allisola di Capri non si racconta pi, dopo tante descrizioni che ne son state fatte, in libri di viaggi e romanzi. Chi non sa che si parte da Napoli in piroscafo, o direttamente per lisola, o per la spiaggia di Sorrento, donde poi vi porta alla marina di Capri la famosa barca postale di Don Michele Desiderio? Dalla marina di Capri alla grotta Azzurra non si va che in piccole barche, ognuna delle quali  capace di tre viaggiatori. Veramente potrebbe contenerne di pi; ma c una ragione fortissima per restringere il numero a tre persone, anche lasciando lantica e proverbiale dellomne trinum  est perfectum; e la ragione fortissima  questa, che entrando nella grotta bisogna coricarsi in fondo alla barca, non essendo lingresso pi alto dun metro sul livello dellacqua.
La distribuzione di sei viaggiatori in due squadre non cost nessun dispiacere al conte di Riva. Don Memmo pareva attaccato ai panni del signor Lockwood, e il marchese Gerolifi si attacc facilmente per quella occasione ai panni di tutti e due. Massimo rimase con le signore, e senza aver dovuto fare il menomo sforzo. Fin qui, tutto bene; e fu anche meglio, allorquando, costeggiata un tratto la rupe e veduta apparire la bassa apertura, per cui doveva entrare la barca, i viaggiatori dovettero accoccolarsi sotto il capo di banda. In quel punto la guancia di Massimo (e quasi potremmo dire il suo labbro) si ritrov naturalmente sopra una mano di miss Madge. Ci fu uno sfioramento lieve lieve, che non doveva esser poi contro le leggi di una garbata flirtation, e che ad ogni modo era giustificato dalla incomoda postura del conte di Riva. Voi mi direte che il signor Massimo avrebbe potuto piegarsi da unaltra parte, dovera mistress Eliza. Lo so anchio, che avrebbe potuto; ma forse non ci pens, e dovendo piegarsi, segu ciecamente listinto, quel benedetto istinto che ci tien di qua o di l, secondo che una parte mette pi conto dellaltra. Anche miss Madge, benedetta fanciulla, perch era rimasta con quella mano distesa?
Si dolse ella dellatto? Voglio creder di no. Era una cosa da nulla, e poteva attribuirsi al caso, cieco anche lui, come  cieco listinto. Del resto, la bionda fanciulla aveva altro da pensare in quel punto. Entrata l dentro con un po di terrore, era rimasta presa da una grande maraviglia. E non gi per lampiezza della grotta. Il barchettaiuolo aveva un bel dire che la vlta era alta tredici metri, e lacqua profonda quindici, che la lunghezza della grotta era di cinquantatr e la larghezza di trentadue. Quelle misure potevano strappare qualche oh! al labbro di  mistress Eliza; ma la sua bella figliuola non ascoltava neanche, colpita comera dalla bellezza dello spettacolo, affascinata dal colore azzurro che prendeva ogni cosa fuor dacqua, e dal colore dargento che aveva ogni cosa entro lacqua, perfino limmagine sua, riflettendosi, fuori dal capo di banda, in quel magico specchio.
Nei luoghi topici dogni escursione ci sono le consuetudini inveterate, le esperienze inevitabili, obbligate in chiave. Sulla via di Pozzuoli, e presso le stufe di San Germano,  una piccola grotta, celebre per le sue esalazioni di gas acido carbonico, dove fanno entrare un povero cagnolino, per darvi lo spettacolo di una passeggiera asfissia, e per dimostrarvi che se il cane  lamico delluomo, luomo non  altrimenti lamico del cane. Nella grotta Azzurra di Capri vi dnno volentieri laltro spettacolo, fortunatamente pi umano, del marinaio che si butta nellacqua, e nuota un pochettino sotto i vostri occhi. Cos quando  sottacqua, come quando ne esce fuori, il nuotatore vi offre la grata illusione di un pesce rivestito di scaglie dargento.
Vedete! esclam miss Madge, osservando il palombaro, che si era buttato in acqua per lei. Pocanzi lo abbiamo veduto color di rame, dalla marina di Capri alla Grotta; qua dentro era dacciaio brunito; ora  dargento. Pare un Dio marino.
E voi, miss?... mormor il conte Massimo. E voi, con quei capegli doro, e con quella figura dolcemente azzurrina, sembrate una Dea del mare, la pi bella tra le figliuole di Nettuno; se non forse Venere istessa, quando apparve la prima volta dalle spume dellOceano.
Vi fo grazia della risposta di miss Madge (una risposta che oramai conoscete), e vorrei tenere per me il suo divino sorriso. Ho sempre amato un bel sorriso, anche quando lanima non era bella egualmente. Qui poi non  il caso di far distinzioni, poich niente ci offre argomento a credere che lanima di miss Madge non fosse bella come la sua bocca. 
Mister Montgomery Lockwood vedeva largento nellacqua, e sebbene non si trattasse che di una immagine, di un riflesso ingannatore, possiamo dire che fosse nel suo proprio elemento. Il marchese Gerolifi faceva da Cicerone, ed essendo napoletano, da Cicerone pro domo sua; anchegli, adunque, si ritrovava nel proprio. Don Memmo Savelli era calmo; fu calmo, impassibile, per tutta quella giornata di Capri. Non maravigliarsi di nulla, era questo il suo programma. Infine, non era egli romano? E non si poteva supporre, pensando allantichit della sua stirpe, che uno de suoi maggiori fosse vissuto a Capri, fin dai tempi dellimperatore Tiberio?
Sono molto contento di Capri; disse il signor Lockwood, ritornando quella sera a Napoli.
Frattanto, perch il sabato era stato dedicato allisola di Capri, Massimo non pot colorire il suo disegno di parlare a quattrocchi col signor Lockwood. La domenica, poi, fu destinata ad unaltra corsa fuor di citt. Si andava a Pozzuoli, per vedere il suo magnifico anfiteatro e il tempio di Serapide, con le sue colonne bucate dai molluschi litofagi, di cui  fatta menzione in tutti i trattati di geologia per le scuole.
Don Memmo fu ancora della brigata: con che gusto per Massimo, lascio immaginare a voi. Ah perch il Savelli non era anche lui cavaliere di Malta? Il conte di Riva, per verit, pensava spesso allavversione di Memmo per lo stato matrimoniale, e ricordava volentieri la frase di lui: i Savelli finiranno con me. Ma questi conforti non gli bastavano ancora: un cavalierato di Malta per quellinevitabile amico gli avrebbe fatto pi comodo.
Lalbergo della Bella Venezia, doverano andati a pranzo, diede occasione di un mezzo trionfo e di un gran dispiacere al conte di Riva. Mistress Eliza aveva notato, prendendo argomento dal nome dellalbergo, che ancora non erano stati a vedere la citt delle lagune.
Come, signora? esclam il Gerolifi. Avete  veduto Torino, Genova, Milano, nellItalia superiore, e non siete giunti a Venezia?
No, siamo invece discesi nella Toscana, per veder Pisa e Firenze. Litinerario  stato fatto da mio marito.
Seigneur et maitre! ripigli il Gerofili, sorridendo. Ma io gi capisco che sir Montgomery, dopo aver veduto Palermo, vorr risalire per la spiaggia Adriatica fino a Ravenna e Bologna. Di l, veduta Ferrara e il suo maraviglioso castello, proseguirete per Padova e Venezia. L, poi, signore mie, avrete un ottimo cicerone, la perla dei ciceroni, nel nostro buon amico, il conte di Riva.
Quella era una gran cortesia del marchese Gerolifi, che con poche parole buttate l a caso, offriva al conte Massimo un eccellente appiglio per fare accanto a miss Madge tutto il giro dItalia. Massimo ringrazi il cavaliere di Malta con una occhiata amorevole. E subito, cogliendo la palla al balzo, fece di Venezia una pittura stupenda. Venezia non era men bella di Roma e di Napoli; era una bellezza daltro genere, circondata dalle acque, vera perla del mare. Quei miracoli di architettura che nel mezzogiorno dItalia si vedevano in tanta parte distrutti, erano rinnovati e freschi a Venezia. Larte bizantina non si vedeva in piedi che l, nella basilica di San Marco; larte gotica e quella del Risorgimento offrivano i loro pi graziosi esemplari nei palazzi del Canal Grande, sulla riva degli Schiavoni, sulla piazza monumentale di San Marco, sulla famosa piazzetta. Il palazzo dei dogi, da solo, era un mondo di maraviglie. E qui molto Byron, per dar colore al discorso. Non ignorate che il conte di Riva, dopo aver fatta la conoscenza di miss Madge, si era dato a rileggere tutte le opere di lord Byron, lautore prediletto della bionda americana.
Miss Madge ascoltava con molta compiacenza, gustava gli accenni veneziani del poeta, attraverso le descrizioni del prosatore.
Ah! mormor ella, levando i suoi begli occhi al cielo. Vedrei volentieri Venezia! 
E ci andremo, figlia mia, ci andremo; disse il signor Lockwood, con accento di promessa solenne. Dovreste venire anche voi, signori miei; soggiunse egli, volgendosi al Gerolifi e al Savelli. Questa sarebbe una scappata per voi, e un gran piacere per me.
Il marchese di Monte Carmelo non poteva allontanarsi da Napoli, ed espresse con molto garbo il rammarico che sentiva, di non poter accettare una proposta cos bella, cos onorevole, cos degna dei pi caldi aggettivi. Don Memmo Savelli era pi calmo e pi sobrio nellespressione dei suoi sentimenti. Egli rispose brevemente:
Perch no? In vostra compagnia, caro amico, si pu fare anche questo.
Qui il conte di Riva sinquiet per davvero.
Ma che gli salta in testa? pens. Di seguirci dappertutto? Sar io condannato a vedermelo tra piedi per tutta leternit?
Ah no, conte Massimo! non per tutta leternit. In queste cose le grandi parole non servono. O gi luno, o gi laltro: resta nella posizione chi ha vinto, e leternit non ci ha nulla a vedere.
Ma intendiamoci bene: queste cose il conte Massimo le intendeva, senza mestieri delle nostre osservazioni critiche. La sua esclamazione interiore, con tutta quella forma iperbolica, non esprimeva altro che un gran timore di dover lasciare a Don Memmo Savelli il benefizio della eternit sullodata. Gli accresceva il timore quella medesima calma olimpica del principe romano; gli schiudeva orizzonti paurosi quel caro amico che egli non sera mai arrischiato di dire a mister Lockwood, e che Don Memmo Savelli aveva messo fuori con tanta prontezza, con tanta facilit di discorso familiare. Caro amico! che si fa celia? Bisogna esser molto sicuri del fatto suo, per chiamare in tal forma il padre di una bella ragazza, il possessore di una miniera dargento.
Tutto ci non va bene; dissegli ancora tra s. Ho veramente indugiato troppo a parlare.  Ma, Dio santo, chi poteva prevedere queste noie? Ci metteremo buon ordine. Oh, se ce lo metteremo! Il signor Savelli mi dir donde ha preso questo caro amico e il diritto di servirsene.
Miss Madge, per altro, non era niente mutata con lui. Quel giorno, fosse il pensiero di Venezia, o la poesia di lord Byron, Massimo trionfava ancora con lei, ne otteneva qualche frase gentile, oltre il solito avverbio. Don Memmo, poi, non aveva punto laria di contendergli la compagnia n la conversazione della fanciulla. Andava sempre col vecchio, e lasciava a lui la sua bella figliuola. Non a lui solo, veramente! non a lui solo, poich cera anche la mamma, e non mancava, tratto tratto, laccompagnatura del cavaliere di Malta.
Curiosa brigata, del resto! Quella bionda fanciulla, decorata di quel babbo e duna miniera dargento, si trascinava dietro, satelliti costanti, un conte, un marchese, un principe. Vedute da vicino, sembrano cose da nulla; ad una certa distanza, e ragionandoci su, fanno senso. Se verbigrazia quei tre signori avessero portate in capo le rispettive corone dei loro biglietti di visita, ci sarebbe stato da filosofare, e da ridere, filosofando, a vedere quei tre satelliti coronati, che descrivevano la loro orbita intorno ad una bella massa dargento.
...
.
...
13. 
Come fu? come non fu?
...
.
...
La notte che segu alla gita di Pozzuoli, il conte Massimo non pot chiuder occhio. Era fortemente irritato contro il mondo e contro s stesso. Voleva escire ad ogni costo da quello stato dincertezza in cui era vissuto fino a quel giorno; cercava le vie,  senza trovarne una buona; mulinava cento disegni, uno pi strambo dellaltro. Ora chiedeva un abboccamento a sir Montgomery, e tremava di averlo chiesto; ora aveva un dialogo con miss Madge, da cui non poteva cavar altro che un dolcissimo ma oscurissimo avverbio. Ritornava al babbo di lei, e ne aveva molte dichiarazioni damicizia, ma tanti se, tanti ma, che avrebbero levato di speranza il pi ostinato dei postulanti. Ah, egli la intendeva bene la ragione di tutti quei se, di tutti quei ma, del signor Montgomery Lockwood. Era una ragione araldica! Il conte di Riva non gli pareva abbastanza alto nella gerarchia del patriziato italiano, per ottenere la mano della figlia dun minatore americano. Con mistress Eliza il conte Massimo era pi fortunato. Brava donna, quella signora Lockwood; ma unoca, Dei immortali, e non avrebbe salvato Massimo, come le sue sorelle del vecchio Mondo avevano salvato una volta il Campidoglio. Mistress Eliza poteva poco sullanimo duro del minatore. Da giovane, forse, era stata bella, e amata, per conseguenza, ed ascoltata; ma per allora, diventata una giraffa.... Badate, o lettori, non le invento io, tante bestie;  il signor Massimo, nella sua notte tormentosa. Vedeva tutto nero, il signor conte di Riva, tutto nero! e sotto quel cielo di Napoli, cos sereno e bianco nelle sue notti divine! Ma forse il cielo di Napoli non ha mai avuti e non avr mai i sopraccapi del signor conte di Riva.  alto, prima di tutto, cos alto, che nessuna gerarchia umana pu offenderlo; inoltre, le bellezze sovrane non ha avuto da cercarle, perch son giunte a lui, desiderose de suoi sorrisi immortali, da Clodia Metella ad Emma Liona. Massimo di Riva non era per verit in una condizione cos bella, per essere egualmente sereno. E come mai era venuto a mettersi in tante difficolt? Perch non aveva colto il primo momento, lunico buono, per parlare ed essere ascoltato, quando i suoi dolci americani gli avevano detto: venite a Napoli con noi?
A giorno chiaro, il conte Massimo rise un pochino  dei suoi timori della notte. Ma il suo era un riso superficiale, e sentiva di convulso. Quella doveva essere la sua grande giornata. Non era necessario farsi coraggio, molto coraggio, per attaccare quel benedetto discorso con mister Lockwood? Proprio uno dei tanti discorsi che aveva abbozzati nella notte, e che gli erano riesciti tutti cos male! Perdio! male o bene che dovessero riescire, non si doveva indugiare dellaltro. Voleva parlare, voleva averne lintiero. Avrebbe lasciato andar le dame col marchese Gerolifi; magari con Memmo Savelli; ma avrebbe dato battaglia a sir Montgomery; e battaglia campale.
Si vest, e and fuori a prender aria. Per far ora, e per dare un pochino di elasticit alle sue fibre, entr allHaman, novit balnearia parigina, da poco tempo introdotta anche a Napoli. Ma le sudate del Laconicum e il tragitto a nuoto nella gran vasca dacqua fredda non valsero a calmarlo: gli accrebbero in quella vece la tensione dei nervi.
Riprese la via del Chiatamone e del Giardino dInverno, pass davanti allAlbergo, senza pure alzar gli occhi, e prosegu verso la Riviera di Chiaia, andando a fermarsi davanti al portone di una casa elegante, ridotta ad albergo, ma senza insegna, e gradito ritrovo di gran signori in viaggio, che amano avere il loro bel quartierino, senza lapparato e le seccature della vita dalbergo.
 in casa il principe Savelli? domand Massimo al portiere gallonato, che era escito dalla sua loggia per fargli riverenza.
S; disse il portiere; ha preso ora il suo caff. Ma non riceve ancora.
Fategli passare questo biglietto e vedrete che mi ricever; disse Massimo allora. In caso diverso, mi far sapere a che ora potr ritornare.
Lasseveranza del visitatore vinse la ritrosa del portinaio. La corona di conte e lo stemma, veduti sul biglietto di visita, lo fecero correre. Pochi minuti dopo egli discendeva le scale, dicendo a Massimo: 
Eccellenza, degnatevi di salire. Il signor principe vi aspetta.
Don Memmo si degnava anche lui, venendo sul pianerottolo per fare accoglienza allamico.
Oh, che fortuna! esclam, mentre stendeva la mano.
Si accorse allora che Massimo era molto serio, e la mano distesa per offrirsi descrisse un giro sapiente nellaria, come per indicare la strada. Don Memmo frattanto sorrideva, ma dun sorriso interrogativo. Sapete pure che c anche questa forma di sorriso, tra i molti della buona societ, che debbono naturalmente servire ad ogni maniera di casi.
Don Memmo, incominci Massimo, appena fu entrato, vorrei avere un colloquio, e piuttosto lungo, con voi.
Lesordio fece senso a Don Memmo. I due amici si davano ordinariamente del tu. E il conte di Riva passava di schianto a dargli del voi! Novit, dunque, e novit di mal augurio. Ma niente paura, il principe Savelli si strinse nelle spalle, ed accett quella variante, senza discuterla.
Vi ascolter; dissegli. Ma voi mi sembrate molto inquieto, stamane.
Or ora ne udrete la ragione; replic il conte di Riva.
Sedete, ad ogni modo; ripigli il Savelli. Sedete, prima di tutto. Si pu sedere, anche dandosi del voi.
Il voi, rispose Massimo,  la forma di discorso che si conviene ancora ad un certo grado di conoscenza, ed anche, se volete, dintimit. Il tu non  che dellamicizia, e della fede scambievole. Posso io aver fede in voi, Savelli? Non fate voi la corte a miss Lockwood?
No; rispose pronto il Savelli.
Veramente no? disse il conte di Riva. Potreste giurarmelo?
Il Savelli aggrott le ciglia, e stette alquanto sopra di s, guardando il suo interlocutore. 
Ah, sentite, signor conte; riprese egli poscia, con accento severo. Vi ho detto di no, perch non  vero, e non ho potuto resistere al primo sentimento, che fu quello di respingere un vostro erroneo giudizio. Avrei dovuto custodir meglio la mia dignit, rispondendovi.... che non rispondo. Ma basti di ci: attribuite il mio no alla schiettezza naturale dellanimo, ed anche ad un resto damicizia, di intimit, di consuetudine, di tutto quel che vorrete. Ed ora ditemi voi: con che diritto mi fate certe domande?
Massimo rimase un istante perplesso.
Vi ho per un gentiluomo.... dissegli.
Lo sono, e me ne vanto; rispose Don Memmo.
Io dunque vi credo; soggiunse Massimo. Ma che debbo io pensare di ci che avviene? Amo miss Lockwood; per lei son fuggito da Roma.... ho dimenticato ogni cosa....
E non fu bene; osserv freddamente il Savelli.
Perch?
Il perch lo sapete; lo sentite voi stesso, poich riconoscete di esser fuggito. Vi si faceva il pi felice degli uomini.
E non era vero; grid il conte di Riva.
Me ne accorgo ora; riprese Don Memmo. Perch, infatti, la dama.... di cui non dir il nome n il titolo,  di quelle che si amano per tutta la vita; poich esse, come son fatte per ispirar lamore pi forte, comandano ancora il rispetto pi grande a chi le avvicina. Comunque, vi si credeva un uomo felice. Nessuno ha turbata la vostra felicit. E ce nerano, ne converrete con me, ce nerano moltissimi che avrebbero potuto invidiarvela, molti che avrebbero potuto contendervi il posto. Non lo hanno fatto, e voi avete creduto che fosse per timore. Troppa sicurezza, conte!... Lasciatemi dire tutto quello che penso, come lo dite voi: troppa sicurezza era la vostra. Ed ora v piaciuto di cambiare. Non eravate il felice che tutti credevano, ed io non insister  su questo punto, poich la vostra lealt e il fatto istesso lo dimostrano. Eravate in quella vece innamorato della signorina Lockwood. Anche questo  dimostrato dalla vostra confessione leale. Ma ditemi: con quali speranze?
Perch mi domandate ci? Con quale diritto? grid Massimo, che era stato gi troppo ad udire la predica.
Il Savelli sorrise, vedendo che il cavaliere, sceso in giostra con lui, perdeva le staffe.
Non ho nessun diritto, in verit! dissegli, continuando a sorridere. Non lo avevate neppur voi, a farmi una domanda consimile. Riconosciamo sinceramente di essere due matti.
E sia! rispose Massimo. Ma io.... sono un matto furioso.
Voglio sperare che non lo sarete con me; replic tranquillamente il Savelli. Se parlate da amico, e solamente da amico, ci sar modo dintenderci. Altrimenti, no.
Il conte di Riva stette pensoso un istante, considerando il pro ed il contro dellalternativa di Don Memmo. Poi, ravveduto a mezzo, gli disse:
Voi mi domandavate pocanzi quali fossero le mie speranze?
S, rispose il Savelli, con quella sua calma maravigliosa, e se permettete rinnovo la domanda. Avete voi una promessa?
No; disse quellaltro.
O allora?... esclam egli, accompagnando le parole con un gesto di trionfatore.
Allora.... rispose Massimo, messo alle strette, allora io perdo il lume della ragione. Son venuto a Napoli.... perch mi hanno detto di venirci. Non pare a voi che un invito cos formale.... quando si ha una figliuola da marito....
Ahim! interruppe il Savelli. Voi, caro mio, fate i conti senza gli usi americani, che non conoscete niente pi di me; fate i conti senza le  costumanze di viaggio, assai pi libere e sciolte di quelle della vita sedentaria, nel proprio paese, nella propria citt. Se non avete altri.... argomenti.... (e voleva dire: moccoli, il trionfante Savelli; ma si trattenne in tempo) se non avete altri argomenti, potete far conto di non esser neppure escito da Roma. Vi concedo, per altro, che se voi avete dalla vostra il cuore di miss Madge....
Lho sperato; disse Massimo.
 gi qualche cosa; ripigli il Savelli. Di solito, queste speranze non nascono senza aiuto di parole. Voi avete detto, miss Madge vi ha risposto....
No; interruppe Massimo. Ella non ha avuto da rispondermi, perch io non ho detto nulla di molto chiaro. Certi discorsi aperti non si fanno senza averli incominciati prima col padre.
Vi lodo, signor conte; disse il Savelli. E perch non li avete incominciati col padre?
Stavo per farlo, quando voi siete capitato. Introdotto da me, diventato compagno nostro a tutte le ore del giorno, siete stato, ne converrete anche voi, un elemento perturbatore.
Ma non il solo, conte, non il solo. C anche il marchese Gerolifi, non lo dimenticate.
Che! quello  cavaliere di Malta.
 vero; riprese il Savelli; e voi ragionate benissimo. Ma perch presentar me, elemento perturbatore?
 il mio torto; ma potevo io pensare che foste mai un pretendente, voi, nemico giurato del matrimonio?
Giurato!  un po troppo; rispose Don Memmo. Avevo unopinione. Si pu cambiar dopinione.
Ora, dunque? la cambiate ora?
Ora.... o unaltra volta, non importa cercare. Stabilisco il mio diritto. Che volete, conte mio? Si deve pur mettere un fine, alla propria giovent e a tutte le graziose folle che laccompagnano. Ci si stanca dogni cosa, alla lunga; perfino della libert! 
Perci, chiese Massimo, volendo metter egli alle strette il suo avversario, vi atteggiate a pretendente presso i Lockwood? Chiederete la mano di miss Madge?
No, nel senso che voi immaginate; rispose Don Memmo. Sentite, conte; ho incominciato con la sincerit, e con la sincerit voglio finire. Non chiedo io.... son chiesto.
Qui il conte di Riva diede un balzo sulla seggiola.
Come? grid egli. Voi chiesto?  nuova!...
Negli annali del mondo, sia pure; rispose placidamente Don Memmo. Quantunque, badate, mio caro! gli annali non dicono, non possono dire ogni cosa. Quanti sono i matrimoni combinati per offerta, nel vecchio mondo e nel nuovo! Le grandi alleanze di famiglia, come le grandi operazioni commerciali, si trattano con molta delicatezza, per via dintermediarii....
Ma qui non ne vedo, intermediarii! esclam Massimo. Se pure non  stato il cavaliere di Malta....
No, niente Malta. Non accusate quel povero Gerolifi, cos garbato nella sua galanteria, cos misurato in ogni suo atto, che vive in societ stando sulla vita e sempre in guardia, come se fosse sul tavolato di una sala di scherma.
Non accusiamo il Gerolifi; rispose Massimo. Voi mi direte allora come sia andata la faccenda.
In un modo semplicissimo, quantunque possa parervi strano. Il signor Montgomery ha fatto egli stesso le prime aperture. Pare che sia luso, in America. Ieri, nel bel mezzo dellanfiteatro di Pozzuoli, mentre voi, con le dame e col marchese Gerolifi eravate scesi a visitare i sotterranei, mister Lockwood mi ha sparato il suo colpo a bruciapelo. S, caro mio, quellottimo gentiluomo mi ha invitato a fare una passeggiatina in America.
Come ha invitato me! disse Massimo. Anche a me, sui primi giorni del nostro soggiorno in Napoli, egli ha fatto questo discorso. 
Benissimo! esclam il Savelli. Quasi quasi ci sarebbe da credere che il signor Lockwood fosse un agente di emigrazione. Ma sentite il resto, e vedremo poi se combiner con tutto quello che egli ha detto a voi. Il nostro amico deve ritornare agli Stati Uniti, ma non fa conto di rimanerci. Vuol liquidare in due anni, al pi, le sue grandi fortune.  stanco di lavorare,  sazio di arricchire. Gli piace immensamente lItalia. La nostra patria, per sua confessione,  un paese privilegiato. Tutto  fatto, da voi si  degnato di dirmi. Qui solamente si capisce e simpara la bellissima arte di non far niente. Io lho capita, lho imparata in due mesi, e non desidero altro che di venire ad esercitarla nella vostra gran Roma. Basta, soggiunse Don Memmo, lasciamo le chiacchiere e veniamo al punto essenziale della conversazione. Il signor Montgomery, dopo avermi preso per il braccio, e quasi parlandomi allorecchio, mi fece questaltra confessione sincera, che un genero come me gli andrebbe moltissimo. Io, capirete, rimasi di stucco. Avevo indovinato lanimo suo, ma non potevo immaginarmi che dovesse venire cos presto a mezza spada. Aggiungete che avevo indovinata la vostra passioncella per miss Madge, e mi pareva strano che a questora non aveste parlato. Infatti,  una cosa strana, stranissima, che siate giunto a questoggi, senza fare un passo decisivo.
Aspettavo ancora qualche giorno; disse il conte di Riva, un po stordito dalla parlantina del Savelli, ma pi da quel tegolo che gli rovesciava sul capo la stravaganza del Lockwood. Capirete.... non si fanno questi discorsi senza pensarci molto. Io non sono ricchissimo....
Neppure io lo son tanto da aspirare a venti, trenta, forse quaranta milioni di dote. E glielho detto, sapete? glielho confessato candidamente. Che importa? mi ha ribattuto il degno signor Lockwood, ficcando a dirittura il suo braccio sotto il mio. Voi siete ricco per due, ed io son ricco per venti.  Debbo forse andare a cercare uno che sia ricco per venticinque? Non badiamo, per carit, a queste miserie. C da ridere, non  vero? soggiunse Don Memmo. Il signor Lockwood ha proprio detto: miserie!
Massimo non aveva nessuna voglia di ridere, e per non tenne bordone alla ilarit del Savelli.
E voi, dissegli, dopo un istante di pausa, che cosa gli avete risposto?
Che ci avrei pensato, perbacco! Sentivo tutto lonore che mi faceva; ma in verit non ne sarei stato degno, se avessi accettato con tanta prontezza il largo partito che egli mi offriva. Ero confuso. Si poteva esser confusi per molto meno. Gli domandavo perci di lasciarmi un po di tempo, per raccapezzarmi, e per ringraziarlo degnamente pi tardi. Allora il signor di Montgomery si stacc da me, mi guard in faccia e mi disse: Patti chiari, principe mio! Vi ho parlato da uomo per cui il tempo  moneta. In tutte le cose mie son sempre andato diritto al fine, e cos pure ho amato di fare con voi, perch mi piacete moltissimo. Quello che io vi ho detto sia pure per non detto, se la cosa non vi torna. Voi ci pensate, naturalmente, ed anche prendete le vostre informazioni. Il signor Mapleson  il primo banchiere di Napoli. Egli conosce lo stato della mia casa. A Roma, poi, mi conoscono i Flaminii, gli Spada, i Marignoli, gli Schmid, Krger e compagno, e a farvela breve tutti i banchieri primarii della citt. Se la cosa vi conviene, voi gi conoscete lanimo mio ben disposto per voi; mi fate la vostra domanda, io laccolgo, e non vi resta pi che di piacere a mia figlia, come piacete a me. Di mistress Lockwood non vi parlo neanche; ella vede con gli occhi di suo marito.
Massimo era sconfitto, senza speranza di tornare alla riscossa.
E siete rimasti cos? domand.
Cos; rispose il Savelli.
Liberi, dunque? 
Liberissimi.
Potete dire di no, riprese Massimo, o non dir nulla, che sar come un no.
Potrei benissimo; replic il Savelli; ma per una liberalit del signor Lockwood, della quale io non vorrei approfittare. Del resto, sentite, signor conte, io vi fo una proposta da gentiluomo, anzi meglio, da galantuomo. Volete battervi con me? Lo far, per compiacervi, ma senza trovarci nessun gusto, perch non ho da prendere pi, n da voi, n da altri, i miei sproni di cavaliere. Un duello, se vorrete, ci sar sempre tempo a farlo; ma io, che non lo fuggo, non lo desidero; credo anzi che sia, nel caso nostro, una cosa ridicola. Fate meglio: inoltrate, come si dice in lingua ufficiale, la vostra brava domanda. Io vi prometto di stare in disparte. Se il vecchio mi chiede parere (e lo far certamente, dopo il discorso di ieri) io gli rispondo che siete un partito eccellente e per tanti rispetti superiore a me. Infine, caro mio, vi son debitore di questa cortesia, perch voi eravate primo sullorma. Se dopo ci egli sincoccia a non volervi per genero, la colpa non sar mia. E voi, cavaliere come siete, non vorrete mica condannare miss Madge a morir fanciulla, perch lavranno ricusata a voi!
Allora, disse Massimo, andando diritto in fondo al pensiero di Don Memmo, sarete voi, che la sposerete?
Mio Dio! non lo so; rispose languidamente Don Memmo. Io sono capriccioso, e non posso dirvi oggi quel che far domani, in materia di sciocchezze. Ma voi pensate al patto che vi offro.  leale, e risponde con molta liberalit, con molta benevolenza, alle intenzioni quasi feroci con cui siete venuto a farmi visita. Pensateci dunque. Siamo qui, luno davanti allaltro, come i Francesi e glInglesi alla giornata di Fontenoy. Arrivati a cinquanta passi dalla linea francese, gli ufficiali inglesi salutarono, levandosi il cappello, e al saluto inglese risposero con pari cortesia gli ufficiali delle guardie francesi.  Allora milord Hay grid: Signori delle guardie francesi, tirate! Il conte di Hauteroche rispose: Signori, non siamo mai i primi, a tirare; tirate voi! Allora glinglesi fecero una scarica, che mise fuori di combattimento ventitr ufficiali e trecento ottanta soldati. Non c male, come vedete; soggiunse il Savelli. Io dunque non vi dico nemmeno, come in queste occasioni si suole: chi ha pi polvere spari; vi offro di sparare per il primo.
Se siete sincero.... balbett il conte Massimo.
Voi dubitate ancora? disse il Savelli. Ebbene, in questo caso, non pi parole. Esciamo, cerchiamo un paio damici, andiamo al Vomero, ai Bagnoli, dove vorrete, e facciamo una cosa ridicola, dopo la quale nessuno di noi potr presentarsi pi ai signori Lockwood.
Avete ragione; rispose Massimo. Scusate! Accetter il primo partito. Ma voi mi prometterete almeno una cosa.
Quale?
Di rimanere un giorno fuori di scena.
Anche due, conte. Aspetter le vostre notizie. Se la risposta del signor Lockwood sar quale la desiderate, o tale da lasciarvi una fondata speranza, io me ne andr nelle Puglie. Se non lo sar, vedete la mia larghezza, andr egualmente; ma libero io di ritornare, e lasciando ancora a voi la facolt di tentare la prova, in virt della massima: chi ha pi polvere spari.
Grazie! disse il conte di Riva.
Ah, sia lodato il cielo! esclam allora Don Memmo. Voi fate giudizio. Vedete, Massimo, che io non sono quel cattivaccio che voi immaginavate, insidiatore della vostra felicit, o dei diritti che credeste di averci.
Vado; disse il conte di Riva, desideroso di metter fine a quella scena, che ancora non distingueva bene se fosse girata a suo vantaggio, o a suo danno.
Il Savelli lo accomiat con garbo signorile, non  potendo con dimostrazioni di affetto, e cerimoniosamente lo accompagn sulle scale; quindi rientr nel suo quartierino, stropicciandosi allegramente le mani.
Non ci sarebbe mancato altro che un duello inutile! pensava egli frattanto. Ora se la intenda un po lui col signor Montgomery, che vuol regalarmi la sua miniera per forza. Miss Madge  una bella ragazza, e vale anche il sacrifizio della nostra libert. Ma sono ben sicuro io che ella non veda il conte Massimo pi volentieri di me? Ecco qua, dunque: ci che il mio rivale otterr oggi, facendo il maggiore sforzo possibile con le sue batterie, sar un ottimo elemento di prova per me.
Massimo non faceva di questi ragionamenti. Massimo, per dirvi la verit, non ragionava affatto. Gli passava per la mente di aver guadagnato un gran punto, ed anche di non aver guadagnato nulla; ma era una coscienza oscura e confusa. Infine, il Savelli restava inerte, ed egli, Massimo, poteva operare. Se il signor Lockwood aveva manifestato un suo pensiero a Don Memmo, la signorina Lockwood non aveva ancora manifestato il suo a nessuno. Le preferenze di miss Madge non potevano essere diverse da quelle di suo padre? Ma a chi avrebbe egli parlato prima? al padre o alla figliuola? Non lo sapeva ancora; non lo cercava nemmeno. Aveva la giornata davanti a s, e la sorte per condurlo. In questa confusione di pensieri and verso lalbergo, non vedendo nulla, neanche una frotta di persone che facevano circolo intorno a due suonatori di piazza, davanti allingresso e sotto le finestre dei Lockwood.
Sal al primo piano e buss alluscio del quartierino occupato dai suoi compagni di viaggio. Entrate! disse una voce argentina, che gli fe battere il cuore. La sorte lo favoriva; miss Madge era sola nel salottino, accanto alla finestra, donde si mosse, per salutare il conte di Riva.
Buon giorno, signorina! dissegli. E la mamma? 
 ancora nella sua camera; rispose la fanciulla. Non ha passata bene la notte!...
Oh Dio! ammalata?
No, niente di grave. Era un po stanca della gita di ieri.... con quel sole!...
Capisco; disse il conte Massimo. Infatti se ne lagnava un poco, mentre salivamo allAnfiteatro. Speriamo che qualche ora di riposo le giovi. E voi, miss, niente stanca? Sempre forte ed alacre come Diana.... a cui somigliate tanto!
Veramente? Avete conosciuto Diana?
S, come  stata raffigurata dai grandi scultori di Grecia. Sapete, signorina, che per dare unimmagine alle loro divinit, gli artisti greci andavano a cercare le pi perfette creature.
Benissimo! esclam miss Madge, ridendo. Venite a sentire questi cantatori. Mi diverto tanto anche senza capirli. Voi mi direte che cos questa povera Cicuzza.
Cicuzza! chiam il conte Massimo. Ah s,  il titolo duna canzoncina popolare. Una scioccheria, veramente. Si racconta la storia di una fanciulla che  stata presa dai Turchi, perch si lasci cogliere a passeggio lungo la spiaggia del mare.
Frattanto, i suonatori ambulanti, vedendo la giovane coppia che si era affacciata alla finestra, riprendevano lena, uno con la chitarra, laltro col suo passagallo e con la voce, attaccando non so bene se lultima o la penultima strofa della canzone. Qualunque fosse, il ritornello era sempre il medesimo:
E come fu? come non fu?
Povera figlia, contalo tu.
Quel ritornello, gi tanto ameno nelle parole, annegava nella sua onda melodicamente canzonatoria ogni tristezza di racconto; e miss Madge rideva, e col suo accento anglo-sassone si provava a ripeterlo, canterellando sottovoce.
Il conte di Riva gitt uno scudo dargento al  suonatore, che gli diede dellEccellenza e del principe a tutto spiano.
Lo avvezzerete male; disse miss Madge.
 piaciuto a voi, signorina; rispose Massimo. Non gli avr dato mai abbastanza.
Veramente?
Veramente, e col cuor sulle labbra, perch voi.... siete un angelo. Vogliate ascoltarmi, signorina. Posso io confidarvi un mio segreto?
La fanciulla lev gli occhi a guardarlo; arross, vedendolo cos infervorato, e scosse ripetutamente la sua bella testina.
No, no; rispondeva frattanto.
Perch, signorina? Perch mi negate la prima grazia che io vi domando?
Perch, signor conte, io non posso sentir segreti, non potendo custodirne.
Neanche di persone amiche?
Neanche.
 triste; riprese il conte Massimo. Ma potr almeno confidarlo a vostro padre? Mi date licenza di far ci?
La fanciulla rimase un istante perplessa.
Per darvi licenza, rispose poscia, dovrei conoscere questo segreto. E siccome non posso saper nulla....
Qui, senza finire la frase, miss Madge si riaffacci alla finestra, sperando di potere con quellatto troncare egualmente il discorso.
Siete molto severa, stamane! mormor Massimo, offeso e contristato da quella durezza.
Son quella di tutti i giorni, rispose miss Madge, non voltandosi che a mezzo.
No, permettetemi di dirlo; replic il giovanotto; eravate pi buona con me, nel tempo passato. A Roma, per esempio!... Napoli vi ha cambiata, miss Madge!
Questo non  bello n per Napoli, n per me; disse miss Madge. Voi mi fate pensare che a Roma io abbia potuto parere unaltra da quella  che credo di essere sempre stata. Signor conte, vi prego!... Voi non siete buono, questoggi.
Ah, io? io non sono buono? Non siete voi, che vi siete mutata? mormor Massimo, con accento damarezza. Ma come fu, ve lo domando con le stesse parole che pocanzi vi piacevano tanto sulle labbra dun povero cantastorie, come fu che il vostro amico devoto, il vostro servo obbediente, ha perduta la vostra grazia?
Il conte di Riva credeva di averla intenerita, o almeno almeno di averla disarmata, con quellaccenno alla canzone di piazza. Ma niente gli valse.
Dite piuttosto come non fu; rispose miss Madge; perch io non ho avuto nulla da mutare, e non ho nulla da dire. Aggiungete che non ho servi, io; non ho altri amici che quelli di mio padre.
Cera da andare in collera, non vi pare? Davanti agli occhi di Massimo pass come una nube; e in quella nube si addensavano tutti i ricordi di due mesi di folla, gli atti continui di una amorosa servit, che doveva parergli accettata, poich era ricambiata da gentili sorrisi e da una dolce intimit di consuetudini. Ahim! consuetudini di viaggio! intimit di strada ferrata! sorrisi di tavola rotonda!
Capisco... rispose il conte Massimo, non potendo pi reggere a tanta freddezza. Capisco benissimo. Il barone Savelli  il nuovo sole, che si  levato sullorizzonte di Napoli.
Miss Madge fece un gesto dimpazienza, e si spicc dalla finestra, con impeto subitaneo.
Permettete! dissella. Credo che mia madre abbia bisogno di me.
Signorina!... perdonate!... vi prego, vi supplico, rimanete un istante... un solo istante!...
Ed era per inginocchiarsi, il pentito. Ma lAmerica non vide lumiliazione dellEuropa, poich miss Madge era andata risolutamente verso un uscio, lo aveva aperto, ed era sparita, richiudendolo dietro di s. LEuropa, nella persona del conte Massimo  di Riva, sent il bisogno di sfogar le sue collere, e stracci con le sue dita convulse un fazzoletto di tela batista.
Ah, perdio, era dura! e per un semplice accenno al Savelli, a quellultimo venuto, che miss Madge conosceva a mala pena, e da cui non aveva avuto che riverenze cerimoniose, mentre egli, conte di Riva, si era dedicato a lei con tanta servit cavalleresca! Il conte di Riva rimase un pezzo nel salottino, aspettando che la fanciulla ritornasse, pentita anche lei di averlo trattato con tanto rigore. Ma la bionda americana non ritorn, e Massimo esc disperato.
Mille idee, tutte feroci, gli passavano per la mente. Non si sarebbe gi fermato a stracciar fazzoletti, n a sfogar la sua rabbia contro gli oggetti inanimati. Volti duomini, avrebbe sfregiati; petti, e petti di traditori, avrebbe squarciati. Ah, Don Memmo Savelli, lavreste pagata voi, quella fuga!...
Ma infine, vediamo, non poteva anche essersi ingannato? La colpa di quella fuga non poteva esser sua? Quando era entrato nel salottino, miss Madge gli aveva sorriso, come al solito; gli aveva dato la mano con la stessa intimit degli altri giorni. La dolce consuetudine non appariva punto mutata. Ad uno de suoi complimenti, ad una delle sue galanterie, miss Madge aveva risposto: veramente? Era poco, s, ma era tutto quello che la bella biondina soleva dire di pi vivo, in simili circostanze. Ebbene, di che si doleva egli dunque? Di un ritegno naturalissimo, rispettabilissimo in lei? Poteva ella accogliere una confidenza come quella che egli le aveva annunziata con tanta solennit? Dandogli licenza di fare quella confidenza al babbo, non avrebbe avuto laria di riceverla anticipatamente ella stessa? E poich egli aveva insistito, poich aveva fatta una scena di gelosia, non giustificata da veruna leggerezza di lei, poteva miss Madge rimanersene fredda? non fare quel che aveva fatto?
Il ragionamento andava, non faceva una grinza. Poteva esser falso, poteva esser vero; lessenziale  era di assicurarsene, tenendo la via pi diritta, per rintracciare la verit. Ora, la via pi diritta era quella del Chiatamone, che, seguitando per Santa Lucia e per la salita del Gigante, riesciva alla piazza del Plebiscito e al caff di Palazzo Reale.
...
.
...
14. 
Il resto del carlino.
...
.
...
Mister Montgomery era l, seduto al suo solito posto, col suo gran sigaro ai denti, il suo bicchier di birra daccanto e il suo arcipelago intorno: un arcipelago che non impediva ai venditori ambulanti di accostarsegli tratto tratto, per offrirgli la loro mercanzia, scatole di cartone, incrostate di nicchi marini, orecchini di lava del Vesuvio, corni di corallo contro la jettatura, libriccini di amena e scorretta letteratura, n ai piccoli lustrascarpe di presentargli la cassetta, accompagnando latto col loro piangoloso: Eccellenza, vulte?
Oh, caro amico, siete voi? grid il signor Lockwood, alla vista del conte. Posso offrirvi qualche cosa?
No, grazie, sir Montgomery; non prenderei nulla; rispose Massimo; ho la bocca amara.
Un bicchierino di ginepro, allora; ripigli il signor Lockwood.  indicatissimo.
Grazie, non mi sento di bere.
Voi avete dormito male, caro amico! Siete anche molto pallido.
 vero, ho dormito malissimo; replic Massimo. E mi pare che dovrei farvi un certo discorso, per rimettermi un poco.
Un discorso, a me? Fatelo subito.
Voi non mi giudicherete un impertinente, poi?
Come? che centra limpertinenza? Spero bene  che non vorrete offendermi; disse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad un sorriso di caimano.
Che dite, sir Montgomery? Per quanto riguarda le mie intenzioni, la cosa  impossibile affatto. Ho un gran rispetto per voi e per tutta la vostra cara famiglia. Solamente questo rispetto mi aveva trattenuto fin qui dal parlarvi di cosa che a me preme assai, ma che potrebbe non premere a voi n punto n poco.
Fate conto che possa premermi, rispose il signor Lockwood, e parlate.
Ma.... disse il conte, perplesso. Questo, in verit, non sarebbe il luogo pi adatto. Siamo in mezzo a due usci.
Verissimo; andiamo dunque al largo. Si potr bene discorrere passeggiando?
Certo, replic Massimo, ed io vi ringrazio, sir Montgomery, dellincomodo che vi prendete per me.
Oh, niente, niente! esclam il signor Lockwood, sciogliendo lintreccio delle due grandi seste che servivano molto bene alla sua locomozione, ma che spesso impacciavano i suoi riposi.  anche bene di muovere un poco le gambe. La gran piazza del Plebiscito  fatta a posta per questo esercizio. Non vi dar noia il sole?
La domanda non era fuori di luogo. A quellora la piazza del Plebiscito era tutta inondata di luce, un vero lago di sole.
Non importa: suderemo; rispose Massimo, sforzandosi di sorridere. Purch la cosa non dispiaccia a voi! Io, del resto, ho gi un sudor freddo alla fronte, dovendo parlarvi di ci che mi preme. E per cominciar subito, vi rammenter un discorso che mi avete fatto a Roma, con la vostra solita bont. Mi diceste allora, in un salotto dellalbergo del Quirinale, alla presenza delle vostre gentili signore: conte, volete venire a Napoli con noi?
Mi ricordo benissimo di avervi detto ci;  rispose il signor Lockwood. E vi dico oggi egualmente: volete venire a Palermo? Se non conoscete quella citt, o se vi piace di rivederla, ecco unoccasione come unaltra. Voi siete un gentleman, uneccellente compagnia. E poi, in viaggio, pi si , pi ci si diverte.
Non era la risposta che Massimo avrebbe desiderata; ma infine, poich il signor Lockwood non aveva certe delicatezze di pensiero, bisognava contentarsi di un complimento come quello.
Grazie; riprese Massimo allora. E mi avete anche detto un giorno: venite con noi agli Stati Uniti.
Sicuro; replic lamericano.  un paese da vedere. Noi siamo pur venuti nel vecchio Mondo! Perch non verreste voi nel nuovo? Luomo deve istruirsi, quando ne ha i mezzi, e il miglior modo distruirsi  quello di viaggiar molto, di osservare, di paragonare.
Ebbene,  anche questa la mia opinione, sir Montgomery. Io verr a Palermo, e verr anche in America. Ma ditemi, ora, soggiunse Massimo, con voce tremante, posso io sperare che il conte di Riva, mio zio paterno, e il marchese di Villabruna, mio zio materno, gli unici parenti che mi rimangono e dei quali io sono lerede, saranno bene accolti da voi, se verranno a chiedervi per me lonore che ambisco.... di esser considerato da voi come figlio?
Ah, finalmente, era detta! Massimo respir, dopo aver messo fuori quella stentatissima frase.
Il signor Lockwood sicuramente si aspettava qualche cosa di simile. Tutti i preliminari della conversazione di Massimo accennavano ad un attacco di quel genere, e lamericano, appunto perch immaginava di dover giungere fin l, aveva facilmente accettato di muover le gambe. Ma si ferm, quando Massimo ebbe finita la frase, si ferm su quelle lunghe gambe, guard il suo compagno di passeggiata e gli disse:
Ma come, signor conte?... Io sono troppo onorato....  non incomoder mai due persone cos degne, che abitano tanto lontano di qua.
Sir Montgomery, non dovete voi fare una gita a Venezia? ripigli il conte Massimo. Essi, in tal caso, non avranno da fare un lungo viaggio, per giungere a voi. Ma, non pensiamo per ora allincomodo dei due nobili vecchi. Son io che intanto vi prego, e vi domando, con molta temerit, ma con pari devozione: posso io sperare che mi avrete per figlio?
Una adozione! borbott mister Lockwood. Sapete bene che ho gi una figlia.
E di fatti, rispose timidamente Massimo, se non vi dispiacesse troppo....
Capisco, s, capisco: mi domandate la sua mano.  un modo di dire; ed anche molto grazioso! rispose quel padre, con aria di somma benignit. Ma voi giungete tardi, per questo; mi rincresce di dirvelo, giungete tardi.
E perch?
Perch.... sono impegnato, caro amico, impegnato.
Col principe Savelli?
Ah, lo sapevate! E come?
Non lo sapevo; rispose Massimo. Mi  passato per la mente.
Vi faccio i miei complimenti per la vostra penetrazione; disse il signor Lockwood. S, caro mio, cos ; questo principe mi conviene. Ha un bel nome vecchio, di quelli che piacciono a me. Sar una debolezza, ma gi, chi non ha le sue? Sar una debolezza, ed io non voglio nasconderla ad un amico come voi. Savelli.... con due papi in famiglia e principe.... Era proprio il fatto mio. Non ha che sessantamila lire dentrata, ma che importa?
Anche questo sapevate?
Certamente; io so tutto quello che mi conviene di sapere. Son partito da Roma avendo in portafoglio una lista di tutti i principi e duchi scapoli della vostra capitale, con la cifra totale delle loro fortune a riscontro dei nomi. Non si sa mai! bisogna  essere preparati a tutto! Il signor Savelli, adunque va poco pi su del milione; sottosopra,  come voi, caro amico. Voglio concedere che un giorno voi sarete anche pi ricco, ereditando dai vostri due zii. Se vivono molto, e seguitano a far risparmi, potrete andare sui tre milioni; ed  una bella sostanza, in mano ad uno che sappia farla fruttare. Vi raccomando di essere accorto. Ma gi, questi sono discorsi fuori di luogo, con voi che volevate parlarmi daltro. Mio caro conte, che cosa debbo dirvi di pi? Giungete tardi.... giungete tardi!
 dolorosa! grid Massimo. Uno strano timore mi aveva trattenuto finora. Ah, sir Montgomery! io non sapr darmene pace.
No, caro amico, dovete darvene pace.  poi vero che se foste giunto prima la cosa sarebbe andata secondo il vostro desiderio? Non abbiate rimorsi; io voglio essere schietto con voi. Capirete, mio caro, che tanti milioni.... non li ho veramente fatti io; li ha fatti la fortuna, che mi ha messo sulla strada di una miniera. Non ero ricchissimo; anzi, per un minatore, per un armatore di laggi, potevo dirmi povero, quando sono entrato nellimpresa. La miniera, dopo aver dato grandi speranze agli azionisti, non le giustific. Erano tutti disanimati; si parlava gi di smettere un lavoro che assorbiva tante migliaia di dollari ad ognuno di noi. Solo fra tutti ebbi fede, o cedetti ad un capriccio, dategli quel nome che volete. Comprai sottomano tutte le azioni, e quando le ebbi comprate mi ritrovai povero, pi povero di Giobbe. Cattivi giorni furono quelli, cattivi giorni, mio caro. Vorrei avervi veduto ne miei panni, allora. Vi giuro io che avreste dato della testa nei muri.
Perch, poi? disse Massimo. Avevate pure una speranza, tentando quel colpo.
Lavevo, sicuramente, o piuttosto diciamo che non mi ero disanimato come i miei soci. Ma quando mi vidi solo, incominciai a tremare. Per me, esser  povero, dover ricominciare la mia vita, non sarebbe stato nulla. Ma pensavo a mia moglie, che avrebbe dovuto adattarsi ad uno stato pi umile; pensavo alla mia figliuola, che non avrei potuta mettere in un conservatorio, n provvedere di maestri in casa. Ebbene, mentre io ero in quelle angustie, e andavo innanzi nei lavori, indebitandomi fino agli occhi, si scoperse il filone, il ricco filone che si credeva smarrito. Un atto di folla, caro amico,  stato il principio della mia fortuna. Perci, non mi credo autore di questa; mi tengo solamente per il suo depositario. Anche questa sar una debolezza; ma io, vedete, non credo nel denaro; credo invece, e molto, nella nobilt, nei titoli della storia. Questi milioni che vengono a me, ho detto fin dallora, debbono servire per associare il mio ad un gran nome del vecchio Mondo.
Poveri gran nomi! esclam Massimo, con accento che pareva di commiserazione, ed era di dispetto.
Poveri gran nomi! Voi dite benissimo; riprese il signor Lockwood. E perci bisogna arricchirli. I pi vecchi sono appunto in Italia. La nobilt inglese non pu entrare in paragone con litaliana. I nomi pi antichi dInghilterra fanno molto se risalgono alla terza Crociata. In Francia, i nomi pi sonori son pi moderni; la maggior parte son debitori del loro lustro alla corte di Luigi 14. Germania ed Austria non hanno nomi pi antichi, o li hanno in condizioni molto oscure di piccola nobilt provinciale. LItalia, che ha avuto storia prima di tutte le altre nazioni dEuropa, ha essa i nomi pi vecchi. Roma, Venezia e Genova (questo me lo avete detto voi) dnno i nomi pi vecchi dItalia. Ma a Genova e a Venezia, che furono repubbliche, i grandi nomi sono rimasti decorati di titoli gerarchicamente inferiori, mentre Roma non ha avuto che da lasciar fare i suoi papi, per accrescerne il lustro e limportanza. Tutti i sovrani dellEuropa hanno fatto a gara per dar diplomi, titoli e privilegi alla nobilt che  circondava il soglio pontificio. Sia dunque Roma, ho detto fra me, sia Roma lerede dei milioni di casa Lockwood. Una modesta ambizione! soggiunse mister Montgomery, chinando la testa ed allargando le braccia in atto di grande umilt. Lunica che fosse permessa ad un uomo senza figli maschi. Se avessi avuto un figliuol maschio, caro mio, ne avrei fatto.... un minatore, come me. Non ho avuto che una figlia: ne faccio una principessa romana.
E siete venuto a Napoli?
Per viaggiare, amico mio, per vedere. Non andr ancora a Palermo? Non andr a Venezia? Una cosa non ha da far nulla con laltra. La mia scelta, per quanto riguarda il collocamento di mia figlia,  gi fatta.
Ma per intanto lavete fatta a Napoli; ribatt Massimo. Ed ero io che dovevo presentarvi il principe romano!
Mister Montgomery stette muto un istante e come chiuso in s medesimo. Sicuramente egli, con tutta la sua abbondanza di parole, meditava molto quel che fosse da dire, e ancor pi quel che fosse da tacere.
Che ci volete fare? esclam egli poscia. Il caso, amico mio, il caso che ha condotto me sul filone dargento nativo, il caso ha voluto che trovassimo il romano per le strade di Napoli. Ma a Roma, dopo tutto, sarei ritornato. Non vi ho detto io che possedevo una lista di nomi? In questa lista era anche il vostro amico segnato, e dei primi.
Massimo chin la testa, abbattuto, ma non rassegnato.
Io dunque, signor Montgomery, dissegli omettendo per la prima volta il Sir, non ho da sperare pi nulla da voi?
Ma.... non saprei! Che cosa intendete di dire? Potete contar sempre sulla mia amicizia; rispose lamericano. Se voi non foste ricco e vi bisognasse la mia borsa, sarei qua, pronto sempre ad offrirvela.
Grazie,  troppo poco, in confronto di ci che io  speravo da voi; replic il giovanotto. Ma ditemi ancora; cos disponete del cuore di miss Madge?
Mia figlia obbedisce.
 il suo dovere, lo capisco; ma potrebbe soffrirne. E se il suo cuore non ratificasse il vostro.... contratto?
Caro mio, non sono cos cattivo padre come voi mi credete; rispose il signor Lockwood. Mia figlia ha ratificato.
Ah! veramente?
Come ho lonore di dirvi. Confido un segreto alla vostra amicizia, alla vostra lealt. Iersera si  fatto in casa un piccolo consiglio di famiglia.
E miss Madge ha detto di s?
Non era neanche da dubitarne. Ella mi ha risposto con queste semplici parole: ci che fa mio padre  ben fatto.
Tutto bene, adunque! borbott il conte Massimo. Tutto bene!
Ma s, caro amico, tutto bene; ripet mister Lockwood. Ed ho piacere che in questa circostanza, molto spiacevole per me, ancora pi che per voi, vi dimostriate cos uomo.
E cavaliere, anche, signor Montgomery; ribatt il conte Massimo. Non dimenticate che se luomo pu inchinarsi alla vostra volont, il cavaliere avr qualche cosa da dire al barone Savelli.
Qualche cosa da dire? domand il signor Lockwood, fermandosi e guardando negli occhi il suo interlocutore.
Certamente, rispose Massimo, da dire.... e da fare. Gli chieder ragione dellavermi cos attraversata la strada.
Voi non farete ci; disse il signor Lockwood.
Lo far, vedrete.
Voi non farete ci; ripet quellaltro, riscaldandosi.
Signor Lockwood! Vorrei sapere un po come potreste impedirmelo; rispose con piglio severo il conte di Riva. 
Come? In un modo semplicissimo; replic il signor Lockwood. Con una lettera circolare a tutti i giornali dItalia, a tutti i giornali dEuropa.
Una lettera! esclam Massimo. Ai giornali? Che cosa potrete dire nella vostra lettera, che mi trattenga dal fare ci che pu consigliarmi lonore, o solamente lorgoglio ferito?
Direi pressa poco cos: Signor Editore, io nel mio viaggio dItalia ho conosciuto un signore.... il tal di tale.... che credevo un gentleman e come tale ho ammesso nella mia intimit. Protestandomi molta amicizia, mi segu da Roma a Napoli; mi avrebbe seguito a Palermo, e in ogni altro luogo, perfino in America. Egli mi ha chiesto la mano di mia figlia, unica erede del poco che io possiedo.... una bagattella, che lascio stimare da tutti i primarii banchieri dei due Mondi! Io avevo gi disposto della mano di mia figlia, ed ho dovuto ricusarla a lui, ma lho fatto con parole di cui ogni galantuomo avrebbe dovuto contentarsi. Egli no, non si  contentato; ha voluto offendere, provocare il gentiluomo che io avevo scelto per genero, trovandolo di mia convenienza. Denunzio a tutto il mondo civile il caso di questo conte italiano, che....
Basta! grid Massimo, non reggendo pi a quello scherno, e immaginando con terrore che quel diavolo damericano avrebbe fatto sicuramente quello che prometteva. Non per niente voi siete della patria di Barnum!
Barnum ha del buono, nei suoi metodi; rispose tranquillo il signor Lockwood. La stampa  una gran forza, e noi sappiamo servircene. Non ci venite a seccare, vecchi europei; se no, ci troverete, ve lo prometto io, ci troverete.
Ebbene, lasciamo stare il Savelli; rispose Massimo, con voce soffocata dalla rabbia. Ma se io chiedessi ragione a voi?...
Un duello con me? Non mi batterei; disse il signor Lockwood. Sarebbe una pazzia, accettare le vostre armi, rinunziando alle mie. Vedete,  mio caro, questo torace? Ha sessantanni, ma  ancora quello di un atleta. Vedete questa mano?  larga tanto da contenere tutte due le vostre; cos forte, poi, da prendervi per il petto e scaraventarvi al muro. Se vorrete provare, sar disposto sempre a dimostrarvi tutto quello che affermo. Ma sono anche un bravuomo, con tutti i difetti che ora vi piacer di ritrovare in me; soggiunse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad uno de suoi sorrisi di alligatore. E questa mano, signor conte, pu anche stringere la vostra, senza farle alcun male. Volete ridere con me di ci che si  detto, ed essermi amico?
No; rispose il conte di Riva.
Avete torto. Nessuno ha dovuto mai pentirsi di avermi per amico. Ed io che contavo su voi per la gita a Venezia!
Vi consiglierei di cercarvene un altro; rispose Massimo, stizzito. Gi troppo tempo ho perduto in viaggi.
Quand cos, fate il comodo vostro; disse il signor Lockwood. A me, caro amico, avete fatto perdere un buon bicchiere di birra.
Ritornate al vostro tavolino, signor Montgomery: io ho finito di darvi noia, e vi saluto.
Ancor io, conte, ancor io. Ma badate! Son della patria di Barnum. Se mi fate qualche ragazzata col principe Savelli, io faccio uno scandalo europeo.
No, non dubitate: ve lo lascer intatto, il vostro principe. Con lui avremo sempre tempo a ritrovarci.
Ci detto, il conte di Riva si allontan, senza aspettare altre gentilezze dal suo caimano, dal suo alligatore, dal suo coccodrillo.
Ed io, sciocco, tre volte sciocco, ho potuto vivere un mese nella compagnia di quel villanaccio! diceva tra s il conte Massimo. Ed  miss Madge figliuola a costui? Ebbene, che c egli di strano? Perch non dovrebbessere sua figlia? Non c ancora una rassomiglianza esteriore, ma verr con gli anni, oh se verr! Di dentro  gi come lui: la medesima  ambizione sfrenata dei nuovi ricchi, la medesima durezza orgogliosa! Ah, il magnifico premio che ho ricevuto stamane di un amore come il mio. Soffrite per le donne, amatele, servitele, e vedrete quello che vi toccher in contraccambio!
Molte altre cose pens il conte di Riva, egualmente giuste, egualmente assennate, mentre se ne andava sbuffando, sotto quella sferza di sole. Non volt gi dalla parte del Gigante, per ritornare allalbergo; and verso il largo di San Ferdinando, e di l verso la strada di Chiaia. Oltre la piazza dei Martiri gli appariva in lontananza il verde della Villa Nazionale; ma egli tir di lungo per Vico Freddo: il meglio che potesse fare, con le vampe al cervello. Ma l, in fondo al Vico Freddo, ove si sbocca sulla Riviera, il conte Massimo doveva imbattersi ancora ne suoi cantastorie, per sentire il maledetto ritornello:
E come fu? come non fu?
Povera figlia, contalo tu.
Che cosa gli restava di fare? Le valigie per andarsene da Napoli. S, andarsene, e al pi presto possibile; ed anche senza vedere le dame. Una letterina di congedo, almeno, per salvar le apparenze? Il negozio urgente, la chiamata duno zio ammalato, od altro di somigliante, poteva sempre fornire il pretesto duna fuga. Ma a che pro, quello spreco dinchiostro? Non era anche una inutile menzogna? Se la sera innanzi i Lockwood avevano tenuto consiglio di famiglia, niente di pi naturale che avessero parlato anche di lui, dei disegni suoi, di ci che era e di ci che rappresentava, al paragone di un Savelli e daltri partiti possibili. Lo avevano discusso, sicuramente, e lo avevano scartato. Mandarli al diavolo, e senza commendatizie, era la cosa pi spicciativa. A buon conto, li mandava tutti, padre, moglie e figliuola, dove avevano mandato lui senza aver laria di dirglielo.
Frattanto, proseguiva la sua strada. Dove andava  egli? Se ne avvide, il conte Massimo, quando fu davanti alla pensione dovera stato quella mattina medesima.
E ora, pens egli, che ci vado a fare? Ho io risoluto che cosa gli dir?
Veduta la necessit di pensarci, tir via, attravers la strada ed entr nella Villa Nazionale, dove tanti granduomini potevano dargli, con lesempio della loro freddezza marmorea, il consiglio di mastro Raffaele. Quattrocento o cinquecentanni prima, nel cuore del medio evo, la vista del simulacro di Virgilio Marone avrebbe potuto ispirargli il pensiero di consultare gli oracoli, aprendo a caso lEneide e leggendo il primo verso che gli fosse capitato sottocchio. Ma ai tempi nostri queste cose non si usano pi; si pensa, si medita, si risolve da s, quantunque non si faccia niente di meglio. E l, passeggiando presso il tempietto del buon Virgilio, pens, medit, desideroso di risolversi. La voglia di leticare col Savelli non era poca; ma due pensieri dovevano trattenerlo. In primo luogo il terribile americano avrebbe fatto la pubblicit che prometteva, nello stile del Barnum, e la cosa si sarebbe risaputa subito a Roma, facendo rider di gusto qualche persona, in un certo palazzo, qualche persona di cui egli non aveva considerati i pianti, ma di cui temeva molto le risa. No, no, niente scandali, niente quistioni personali col Savelli. Poi, bisognava osservare unaltra cosa. Don Memmo si era dimostrato un falso amico; ma aveva almeno rispettate le forme della convenienza sociale. Siamo cos fatti, nella civil compagnia. Si salvi la convenienza, si rispetti la forma, e tutto  lecito, di niente  permesso lagnarsi.
Ma se per allora non era da far nulla di grave, restava ancora la necessit di vedere Don Memmo. Andarsene senza dirgli una parola, dopo il patto di quella mattina, non era da buon cavaliere, e poteva anche sembrare da troppo timido uomo. Fatto adunque il suo proposito, il conte di Riva si mosse dalla Villa, per andare alla pensione dove alloggiava Don Memmo. 
Il portiere lo riconobbe tosto.
Vuol salire dal principe? gli disse.  in casa; poco fa c andato un vecchio signore a trovarlo.
Ah! esclam il conte Massimo. Un signore alto, dalle spalle quadre, con una barbetta rossigna, gi brizzolata e tagliata a ghirlanda sotto il mento?
S, Eccellenza, e devessere un inglese.
Un inglese... dAmerica; disse Massimo, in quella che metteva mano al suo portafoglio.
Sar come dice Vostra Eccellenza; ripigli il portiere. Se vuol degnarsi di salire....
No, non occorre; rispose Massimo. Gli porterai il mio biglietto di visita, con due righe di scritto.
Preso frattanto la matita, verg sul biglietto queste poche parole:
Don Memmo Savelli!
Vi sciolgo da ogni impegno con me. Avete pi polvere; sparate liberamente. Buona caccia nelle tenute di Lockwood!
E firm, dopo avere scritta la sua piccola impertinenza; quindi consegn il biglietto al portiere, che lo rec subito al principe Savelli.
Ora, se vai in collera tu, tanto meglio; borbott il conte Massimo, riprendendo la sua via.
Don Memmo ricevette il messaggio, mentre stava a colloquio col signor Lockwood, suo grande amico e futuro suocero. Tra quei due, come vedete, si faceva tutto alla svelta. A giustificazione di mister Montgomery si pu dire che un principe, da farne un genero, non si trova ad ogni cantonata. A giustificazione di Don Memmo va soggiunto che una miniera dargento nativo ha i suoi pregi, anche per uno che fosse partigiano del monometallismo. Il Savelli, del resto, non si guastava il sangue con queste  malinconie economiche. Per lui, in materia di moneta, i metalli erano quattro: rame, argento, oro, e biglietti di banca.
Ritorniamo alla piccola impertinenza di Massimo. Il Savelli la sent male e fu per andare in collera davvero. Certe volgarit si possono dire, ma consegnate alla carta dispiacciono. Che polvere! che sparare! Aveva egli, principe Savelli, bisogno della licenza del conte di Riva, e duna licenza buttata gi con quella dimestichezza sprezzante, per chieder la mano di miss Madge?
Il signor Lockwood era corso dal suo grande amico Savelli, immaginando che Massimo avrebbe fatto qualche ragazzata. E vedendo giungere quel biglietto che dava tanto sui nervi al Savelli, intese facilmente che il biglietto era di Massimo. Anchegli lesse ci che il conte di Riva aveva scritto, poich Don Memmo non voleva nascondergli nulla.
Caro amico, gli disse allora, calmatevi. Io temevo di peggio. Ci siamo liberati ambedue. Quello che voi volevate fare, andando da lui, non fu pi necessario, perch egli  venuto da voi. Pocanzi, passando allalbergo, ho saputo che il giovanotto era stato anche da mia figlia, che lo ha trattato secondo i suoi meriti. Dopo quelle due conversazioni  ancora venuto da me, a prendere, come dite voi altri, il resto del carlino.  battuto, battuto su tutta la linea; che il suo amor proprio ne soffra, mi par naturale, e noi possiamo perdonargli un po di dispetto.
Avete ragione; rispose Don Memmo. Ma non mi capiti tra i piedi!
E gi aveva preso il biglietto, per farlo in pezzi; ma il signor Lockwood lo trattenne in tempo.
Perdonate! dissegli. Questo biglietto  prezioso; va conservato. Anche le lettere duno sciocco hanno il loro prezzo, in un dato momento. Imparate, mio caro genero, a non buttar via nulla, a riporre, a classificare tutto quello che ricevete di scritto. Vien sempre il giorno che dovrete lodarvi della vostra previdenza. Voi credevate di aver fatto  un magazzino: e in quella vece avevate preparato un arsenale.
Don Memmo cap che il suo futuro suocero aveva ragione; e conserv il biglietto del conte di Riva.
Massimo era ritornato allalbergo. Sullingresso aveva trovato il portiere, che, sapendo le sue relazioni e la consuetudine delle gite quotidiane coi Lockwood, si era creduto in obbligo di dirgli:
Le signore sono gi escite.
Ah, bene! rispose egli, sorridendo, come uomo a cui non si dica una cosa nuova. E ritorneranno per lora del pranzo, naturalmente.
Cos dicendo, spiccava dal quadro la chiave della sua camera. Aveva parecchie ore davanti a s, per aspettare un messaggio del Savelli, se al suo fortunato rivale fosse venuto in mente di rispondergli qualche cosa, e per far intanto le sue valigie.
Il lavoro non era difficile e non sarebbe stato neanche lungo. Ma il conte Massimo ci perdette un po di tempo, perch il cervello gli andava in processione. Di tanto in tanto, scambio di riporre qualche capo di vestiario nella valigia, il nostro giovanotto lo scaraventava contro la parete, e lo stazzonava fra le mani, passeggiando concitato, borbottando frasi vuote di senso e prive di grammatica. Si era ben lontani dalla pazzia di Orlando, sicuramente; ma anche Massimo di Riva era lontano dallepoca dei paladini. Ogni et deve avere le sue proprie forme di sciocchezza: ci sono state le epiche; poi le drammatiche; ora siamo alle comiche.
Erano le quattro dopo il meriggio, quando il conte di Riva ebbe finito di far le valigie. Chiam allora il cameriere e domand il conto della settimana, annunziando che voleva partire.
Si ha da mandar la roba al piroscafo? chiese il cameriere.
No, alla stazione.
Ah, scusi, signor conte, credevo che andasse a Palermo.
A Palermo! che novit? 
Ma.... sapendo che i signori Lockwood partono questa sera per Palermo....
No, interruppe Massimo, io soffro il mal di mare, e Palermo non mi vedr.
Il cameriere non rispose pi nulla, e and a cercar la vettura.
Frattanto il conte Massimo sapeva le nuove risoluzioni dei Lockwood. Anche il signor Montgomery voleva fuggire. Andasse pure; andasse anche al diavolo. Ma chi glielavrebbe mai detto un giorno avanti, che la gita di Napoli dovesse finire a quel modo? E gli passavano davanti agli occhi della mente i giorni dellamor suo, delle speranze, dei sogni, mentre gli suonavano allorecchio gli ultimi echi del ritornello canzonatorio: E come fu? come non fu? Povera figlia contalo tu.
Ah s, povera figlia! Sciocca smorfiosa, piuttosto! E non meno sciocco lui, a lasciarsi incantare da quella bionda americana. Moglie e buoi, dei paesi tuoi. Gli era sempre parso volgare il proverbio, che appaiava le donne ai buoi; ma allora non pi: allora gli pareva sublime, di giustezza e di verit. Come aveva egli potuto invaghirsi a tal segno, perdere il lume degli occhi per quella puppattola, che sapeva dir veramente?, che sorrideva molto e non capiva nulla? E quel padre! Quel caimano vestito da uomo! Che smania, che furore di titoli sonori aveva egli portato dai cunicoli della sua miniera dargento! E vedete da che dipendeva, se mai, la fortuna di un povero amore! Se i Riva avessero avuto un prete in famiglia, e quel prete fosse stato nominato vescovo, e quel vescovo creato papa, i Riva ci diventavano principi, grandi di Spagna, Dio sa che altro ancora! e miss Madge, della progenie boscaiuola e minatrice dei Lockwood, sarebbe stata felicissima di concedergli la sua mano. Ah, sposasse chi voleva, oramai! Il conte Massimo non ne poteva pi dalla rabbia, dalla vergogna, e dal disprezzo di s. Unora prima del bisogno, fece portare le sue valigie alla stazione; non gli parve di respirar bene,  se non quando sent chiudere gli sportelli, gridar la partenza e fischiar la vaporiera del treno di Roma.
Bella gita di Napoli! come gli aveva fruttato! Partenope, lusinghiera e traditrice Sirena, quanto era stato saggio Ulisse, a non voler udire i tuoi canti! Di quei canti il viaggiatore aveva ancora intronato lorecchio. E come fu? come non fu?
Il treno di Roma si avvi rumorosamente attraverso gli orti dei Paduli. Un grande scenario, il fondo di quella valle, chiusa a levante dallazzurra montagna di Somma! Il Vesuvio fumava, nettamente profilato su quel cielo di madreperla. E la testa di Massimo fumava assai pi del Vesuvio.
...
.
...
15.
 Il poeta nelle nuvole.
...
.
...
Almerico di Montegalda aveva gi ripreso da parecchi giorni il suo lavoro quotidiano nel gabinetto di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Era ritornato da Parigi, calmo secondo il suo costume e con la bianca faccia velata di soave malinconia, come tanti bei cavalieri di Antonio Van Dick, taciturni ma pieni di pensiero, che spiccano luminosi dal fondo scuro, e proprio raggianti di pallore come leroina del Ballo in maschera. Non crediate che con questo paragone si voglia far onta al Montegalda, e neanche farvi ridere un pochino alle sue spalle. Almerico non potrebbe far ridere, come tanti eroi tenebrosi di romanzi e poemi alla moderna; al pi al pi, potrebbe far pensare che se gli uomini fossero tutti come lui, buoni, modesti, severi, animi aperti a tutti i grandi entusiasmi e chiusi a tutto il rimanente, il mondo sarebbe assai bello, tanto bello, da diventarne monotono. Ma quando una cosa simile si fosse pensata, verrebbe subito alla mente  lo stato vero della societ civile; si riconoscerebbe che quella monotonia di perfezione non pu essere raggiunta, e quei caratteri, esemplari rarissimi di bellezza morale, potrebbero nella peggiore ipotesi essere argomento di satira superficiale, ma altres dinvidia profonda: come i ritratti di Van Dick, che possono far sorridere di compassione unarte smargiassa, e sono in pari tempo il desiderio di tutti i Musei.
Il soggiorno di Almerico a Parigi non era durato pi di due settimane. Fin dai primi giorni il nostro giovinotto aveva adempiuto lincarico del suo ministro, e senza molta fatica. Le conoscenze che aveva dovuto fare per ci negli alti uffizi della Repubblica giovarono anche alle dame, poich esse, introdotte dal conte di Montegalda, videro un po pi del meccanismo politico della Francia, che non fosse il recinto delle due Camere deliberanti. Cos nella parte politica del viaggio era stato egli il cicerone; per tutto laltro la duchessa Serena e la marchesa Flora avevano guidato esse il conte Almerico. Nella parte sua il Montegalda non abus della pazienza delle dame, ben sapendo che i congegni politici, per chi non ha da usarne, son pi noiosi di quelli dun orologio, quando non si  orologiai. Le dame, per contrario, presero con gusto matto a condurre Almerico un po da per tutto, facendogli vedere ogni minuzia, delle tante onderano state colpite, in un mese di gite continue.
Le donne, diciamolo subito ad onor loro, hanno un lor modo particolare e bellissimo di vedere il mondo. Luomo  sintetico; esse sono analitiche. Ma la sintesi ha un gran valore, quando riassume e compendia il frutto di molte osservazioni; ne ha poco, o non ne ha punto, quando si contenta di guardare a volo e di concludere da scarse premesse. Con tutti i suoi difetti,  dunque da preferire lanalisi, in viaggio, e per ragione danalisi losservazione minuta di tutte le piccole cose. Voi andate per le vie, costretti dalle vostre gentili compagne a fermarvi ogni tre passi, e vi pare che si perda il tempo in scioccherie;  vi pare inoltre, sul finire della giornata, che la testa vi giri, per quella gran confusione; ma poi, con vostra maraviglia, guardandoci dentro con gli occhi della meditazione, ve la ritrovate stupendamente arredata di mille cognizioni utili. E Parigi si conosce bene, studiata attraverso le osservazioni di una donna. Essa , del resto, la citt pi femminea del mondo: quella che ha pi delicatezze, e mettiam pure esagerazioni di delicatezze, perch di tutte le esagerazioni una sola  brutta davvero, cio a dire la esagerazione della volgarit. Certuni vanno a Parigi per veder teatri, palazzi e musei; altri per goder la vita dei passeggi e delle trattorie; altri per veder biblioteche, istituti scientifici, fabbriche, magazzini e via discorrendo. Tutte cose bellissime, non lo nego. Ci sono anche dei libri, che vi istruiscono largamente intorno a tutte queste bellissime cose. Perfino gli uffici dei giornali, le scene drammatiche e le liriche, gli studi dei pittori in voga, i penetrali domestici dei commediografi e dei romanzieri di grido, cos aperti al pubblico e chiassosi come i santuarii delle dive di palcoscenico, hanno i loro ciceroni, a tre lire il volume. Parigi delicata, femminea, pensosa ed operosa, che intende ed appaga tutti i bisogni della vita, offrendo ai pi modesti spiriti come ai pi ambiziosi la loro parte di felicit; non si vede bene, non si conosce intimamente che in quella minuta analisi, e con quella guida che vi ho detto. Utile guida, ma anche pericolosa! Se la bellezza  compagna alluffizio, povero a voi! vinnamorate del vostro cicerone in gonnella.  anche vero che se voi non ve ne innamorate, il cicerone vi serve poco: la vostra intelligenza non ritrae nessun vantaggio da insegnamenti cos fitti e minuti.
Povero Almerico! Non si vive impunemente al fianco di una bella persona, quando gi da un pezzo tutti i moti dellanima costringevano ad amarla. Spirando inavvertito da lei, involgendolo come in una nube, il dolce veleno gli era penetrato per tutti i pori. Non resisteva pi; non si sforzava, come prima,  di negare il fatto a s medesimo; amava ed era contento di amare. Frattanto, non aveva detto una parola, neanche la pi timida e riguardosa, donde lamor suo trasparisse. E questo io penso che non parr tanto strano. Oltre che nellamore  uno stadio di calma apparente, in cui si direbbe che lanimo si trattenga a meditare sulle novit delle sue sensazioni, come linfermo, richiamato da morte a vita, non pensa per un tratto che alla gioia tranquilla di sentirsi vivere, dobbiamo ricordare che Almerico di Montegalda apparteneva a quella classe duomini che sentono molto e perci durano maggior fatica ad esprimere. Acqua profonda  lenta; lascia intender poco delle interne correnti che le dnno la via.
Anche la duchessa appariva tranquilla; e fin troppo, Dio buono, fin troppo! Ora, una simile tranquillit di spirito, facilmente scambiata con la fredda immobilit duna statua, sarebbe bastata a trattenere Almerico, quando pure egli avesse desiderato parlare. E cos tranquilli, sebbene tanto vicini, facevano pensare alle due famose isole Aleardiane, che si guardan sempre e non si toccan mai; cosa naturalissima nelle isole duno stesso arcipelago, se nessuna eruzione sotterranea interviene a commuovere il fondo dun braccio di mare, e con le sue lave a colmar lintervallo.
Pure Almerico sentiva un vulcano nel suo cuore. Ma ne covava un altro nel cuore di lei? Nessun indizio poteva avere egli di ci; e forte, quantera timido, contenne gelosamente i moti del suo.
Il cavaliere Buonsanti era rimasto lontano parecchi giorni oltre il termine assegnato alla sua gita. Ma finalmente ritorn, e con lui la bella allegria che sappiamo. Aveva il buon umore comunicativo, il Buonsanti; era pieno di vita, quel vecchio soldato; luso dei campi, le fatiche e i pericoli, avevano formato una ruvida corteccia intorno al suo cuore, conservandoci dentro un tesoro di giovent. Si rise molto con lui, e le ciceronesse parigine che con Almerico erano state tanti giorni sul grave, parvero ragazze  uscite di conservatorio, quando saggiunse alla brigata il cavaliere di Carpigliano. La marchesa Flora, a dir vero, non faceva una grande novit, essendo stata sempre di umore pi gaio. Ma di lei vimporta poco, lo so, e vi confesso che non ne importa molto a me, quantunque io labbia per una brava signora. Vi parr in quella vece pi strano di veder ridere la duchessa Serena. Ed era strano davvero, ed anche piacevole, perch madonna aveva una bocca stupenda. La seriet della duchessa era vinta, e molto naturalmente, dalla apparizione del Buonsanti. Non era giusto, infatti, che si festeggiasse il ritorno di quellottimo fra gli amici? Le gite della brigata furono da quel giorno pi amene; i pranzi del quartetto riuscirono i pi allegri del mondo. Almerico, a buon conto, non avrebbe osato condurre le dame a pranzare lungo la Senna, in unisola di Robinson. Ma bene los il cavaliere Buonsanti: e il pesce fritto di unosteriuccia campestre, mezzo ascosa tra i salici, col fiume davanti agli occhi, i vaporini che passavano oltre, carichi di gente allegra, le cane lunghe e sottili che sfioravano lacqua sotto limpulso gagliardo di una squadra di rematori, diede argomento ad uno dei pi graziosi idillii che luomo moderno possa immaginare, in mezzo ai sopraccapi, alle noie, alle volgarit della vita cittadina.
Quello fu anche lultimo giorno della lor dimora a Parigi. La mattina seguente si fecero le valigie, per ritornare in Italia. La marchesa Flora Terenziani era aspettata a Roma. La duchessa Serena voleva anche rientrare nel suo palazzo, per chiuderlo e andare in campagna.
Senza di noi, duchessa, come farete? le diceva il Buonsanti, ridendo. Vi annoierete a morte, non  vero?
Eh, non lo dite per celia; rispose la duchessa. Potrei annoiarmi davvero. Ma voi verrete a trovarmi. Tivoli non  in capo al mondo, che io sappia. 
Fin dai primi giorni che era ritornato a Parigi, il Buonsanti aveva preso in disparte Almerico, e passeggiando il boulevard des Italiens, nellora mattutina che sapete, si era sfogato in una lunga conversazione con lui.
E cos in questo tempo che io son rimasto fuori, hai fatto il tuo dovere?
Ci ho messa tutta la mia buona volont; rispose Almerico. Ma sicuramente non ci son riescito come te. Vedi come per il tuo ritorno le dame si son rifatte allegre?
Eh, caro mio! esclam sospirando il Buonsanti. Son miracoli, questi, che non vogliono dir nulla. Lamicizia fa stare allegri, ed  poco; meglio vale lamore, che fa pensare e soffrire.
Ma bravo! disse Almerico, sforzandosi di sorridere. Ecco il mio Buonsanti romantico!
Ebbene? Ti sembra strano? Pensa che quando son nato io, erano romantici tutti, perfino le balie: ed io ho succhiato di quel latte. Ai miei tempi si amava sospirando; e credo, senza far torto alle nuove generazioni, che dovrebbessere cos, anche ora, per tutti i cuori.... cio, no, diciamo meglio, per tutti i polmoni ben fatti. Ma ritorniamo a noi. Tu hai fatto il tuo dovere, mi dici. Spero bene che avrai fatta la tua corte.
Io, no.
Come, no? Sei dunque un classico, tu?
Che cosa intendi per classico? disse Almerico.
Eh, ai miei tempi era il contrapposto di romantico; rispose il Buonsanti. Si chiamava classico il genere noioso. La calma, la posa, tutto ci era classico, tutto ci era noioso in grado superlativo.
Ebbene, rispose Almerico, che ci vuoi fare? Sono stato classico.
Male, perdinci bacco! grid il Buonsanti. Ed io che speravo!... La paglia accanto al fuoco, avevo detto tra me, conviene che arda. Senti, Almerico,  non vorrei che tu mi avessi per un curioso impertinente. Io non ho parlato per desiderio di sapere i tuoi segreti. Sono un maestro, vorrei che tu approfittassi delle mie lezioni: ecco tutto.
Ed io vorrei dirti tutto, se qualche cosa ci fosse; rispose Almerico. Ma non c stato nulla, te lo giuro. Non ho parlato. Ho fatto male, tu dici. Chi sa? Permettimi di non essere della tua opinione. Vicino a quella donna un gran timore mi prende, e mi prende sopra tutto alla gola.
Ah poveri noi! Che pesci si piglia, se tu non hai coraggio di spingerti in alto mare? Ed io che son partito a bella posta, con la speranza di.... di ci che non  avvenuto! Capirai che per il mio gran da fare a Carpigliano un notaio bastava. Sono andato: ho fatto venticinque ore di strada ferrata andando; ne ho fatte venticinque ritornando; e non ti parlo neanche delle ore di carrozza. Tutto questo incomodo per farti servizio! E tu non ne hai approfittato; tu non hai detto nulla: sei rimasto l, drago imbelle.... Scusami sai, dico imbelle, ma potrei anche allungar la parola! Sei rimasto l, drago imbelle, a guardare il tuo tesoro, con gli occhi chiusi! Ma tu sei, per dirtela in altri termini, il modesto ignorante della parabola, che ebbe un talento da governare, e lo nascose sotto terra. Va, ti dir col padre, quando venne e chiese conto di ci che aveva fatto il figliuolo.... Che cosa disse il padre? Non lo ricordo pi; ma sicuramente and in bestia.
Come te; disse Almerico. Ma non parl cos lungamente come te.
Sfido io! replic il buon cavaliere. Lentit del tesoro che ti avevo affidato val bene questa abbondanza di parola. Ora sentimi, caro il mio guardasigilli: quello che non si  fatto, pu farsi. Tu devi finirla con la tua taciturnit; devi parlare.
No, non parler.
E perch?
Perch, te lho detto, perch non ardisco.
E non ardisci, perch non ami abbastanza. 
Almerico diede al cavaliere Buonsanti una guardata, pi eloquente a gran pezza di tutte le risposte possibili.
Allora, io non ti capisco ripigli il cavaliere. Ami, sei un uomo leale, ti vedi bene accetto, ti sai apprezzato per quel che vali, e ti manca il coraggio di dire quel che senti? Il coraggio non  da tutti, lo so; ma il sentimento del dovere pu comandare anche ai pusillanimi un atto di eroismo. E qui non ti si domanda neanche di essere un eroe. Vedete che gran sacrifizio, da tremar tanto!
Tremo, s; disse Almerico.  il caso di tremare, quando si ama davvero. A parlare, certe volte, si guasta.
E a tacere non si fa strada; ribatt pronto il Buonsanti. Ah, se fossio in ballo, e con ventanni di meno!...
Stile romantico, non  vero?
Ma s, romanticissimo. Mi sarei gi buttato a suoi piedi, le avrei detta la grande parola, ed anche soggiunto: ora, voi disponete di me, signora, come di un vostro servo; la mia vita e la mia morte sono egualmente nelle vostre mani. Ma tu sei classico! Falle almeno unanacreontica!
Non so far versi; rispose Almerico.
Davvero, sei un miracolo duomo; esclam il cavaliere. Neanche far versi, e ai tempi nostri, in Italia, dove grugniscono unode anche i porcellini da latte!
Cavaliere! disse il Montegalda, con aria di finta gravit. Questo linguaggio....
 orribile, lo so; rispose il Buonsanti. Cos voglio che sia. Tu faresti perdere la pazienza a pi santi che io non ne abbia nel mio riverito cognome. -
Checch dicesse il Buonsanti per convincerlo, Almerico non aveva parlato. La cosa non gli era neanche possibile, come il Buonsanti credeva, fidando troppo nella efficacia dello stile romantico. Le occasioni che schiudono le labbra ad una dolce confidenza debbono  nascere spontaneamente. E se le occasioni non nascono, a che sforzare il terreno? In fin dei conti, c una intimit di consuetudini che ha pure i suoi pregi. Vivendo insieme, ragionando garbatamente di mille cose che si vedono insieme, due anime hanno tempo a rivelarsi scambievolmente. Non so se abbiate osservato mai che quando un uomo e una donna si son detti la gran parola a cui accennava il cavaliere Buonsanti, non hanno pi altro argomento a trattare che quello (fino al giorno che se ne infastidiscono tutte due, soggiungerebbe uno scettico), e per tutto laltro son come mutoli. Cos non avviene pi che le due anime si confondano in una piena e libera comunione di pensieri. Si  uniti per lamore, unico nodo, mentre su cento altri punti, ed anche essenziali, pu essere cagione di discordia: latente, fin che duri la fiammata della passione, aperta e palese e rumorosa, quando del primo incendio non rimangono che faville. Andare adagio sui principii, conoscersi intimamente, sapere che si pensa allo stesso modo su molte quistioni, temperare alluopo le proprie opinioni, ricambiarsi le idee, conformare i sentimenti, non  bella cosa e savia per due anime che sperano di poter fare insieme il lungo cammino della vita? Cos parr certamente a tutti gli spiriti sani, che ragionino di queste cose tranquillamente, e diciamo pure accademicamente, come io e voi.
Ma cos non pare che vada, quando si  in causa propria. Almerico non ragionava come io e voi; seguiva il costume di tutti glinnamorati a buono; dubitava, e dubitando giungeva fino a credere che quella donna non avrebbe mai potuto amar lui. Il cavaliere Buonsanti, veramente, pensava il contrario. Ah s, il Buonsanti, poteva dire quel che voleva, anima buona, semplice nella sua bont, non andava al fondo delle cose, che infine non era affar suo. Non intendeva dunque ci che vedeva cos bene Almerico. Poteva questi, dopo essere stato quasi intermediario fra Massimo e la duchessa e confidente  di una gran pena, sperare di essere amato egli, da quella donna che aveva veduta cos afflitta per il tradimento di Massimo? Anche il parlare, per indagar lanimo della duchessa, gli doveva parere una cosa impossibile, una enormit senza esempio. Non si sarebbe egli mostrato tracotante? non avrebbe corso il rischio di apparirle mosso da un secondo fine, in quel poco che aveva tentato di fare? Brutta cosa, il secondo fine, e non bella esserne sospettato. Perci non avrebbe ardito mai di parlare. E cos, non interrogando, non intendendo, o forse intendendo troppo, dal dubbio era passato alla certezza del peggio. Era una triste condizione, la sua; ma naturale, ma necessaria. E in quella condizione, meglio era un sollecito ritorno a Roma; dove almeno la intimit e il tormento di tutte le ore del giorno gli sarebbero mancati, ed egli avrebbe potuto affogare le sue tristezze nella furibonda assiduit del lavoro.
Cos erano partiti da Parigi, per ritornare in Italia. E in viaggio parevano tutti allegri; tanta era la festivit del cavaliere Buonsanti! cos bene confondeva egli, nelle girandole scoppiettanti del suo buon umore, la calma pensosa di Serena e la mestizia contegnosa di Almerico. Della marchesa Flora non  mestieri parlare. La vecchia bella, se non era cos allegra come il cavaliere di Carpigliano, poteva passare per unottima compagna di viaggio, disposta a prendere il colore del tempo e dellambiente, che nel caso nostro sarebbe il colore della brigata. Del resto, la marchesa Terenziani era per il momento una donna felice: portava da Parigi due nuove abbigliature, molti preziosi nonnulla, e grande provvista di cosmetici.
Rientrati in patria, si erano fermati ancora un paio di giorni a Torino. La cosa era stata solennemente dichiarata necessaria dal cavaliere, tanti erano in quella citt i monumenti e i ricordi del risorgimento civile dItalia. Citt militare, fin che si vuole; anzi diciamo di pi:  gran ventura che ce ne sia  stata una. C poi tanta poesia, in quella vasta caserma! e ce ne durer tanta per i poeti futuri, se ai presenti non giova!
Nel monumento di piazza Carlo Alberto il cavaliere Buonsanti pot far ammirare alle signore la sua uniforme di ufficiale piemontese, dal Quarantotto al Cinquantanove. A farlo a posta, la figura di bronzo chegli accennava alla duchessa, aveva unaria di famiglia con lui.
Vedete un po! disse la dama. Queste figure eroiche sembrano oramai di un tempo lontano. E voi, cavaliere, siete qui sempre giovane. Ci mi avverte che quel tempo  di ieri.
Ah, duchessa! esclam sospirando il Buonsanti. Si  fatto un gran salto, da quellieri a questoggi. I giovani, per dirne una, son gi pi vecchi di noi. A me, qualche volta, par dessere il personaggio della leggenda, che si svegli dopo una notte di sonno, e trov il mondo cambiato. Anchio sarei per dubitare daver dormito centanni.
Dopo aver filosofato abbastanza a Torino, i nostri personaggi ripartirono per Roma. Giunsero sulle undici del mattino a Civitavecchia, e il cavaliere not che sotto quella tettoia si erano, quaranta giorni addietro, separati dal conte di Montegalda.
Che cosa avete fatto del vostro tempo quando siete rimasto solo? domand la marchesa Flora ad Almerico.
Non saprei, veramente; rispose il giovane, alquanto confuso. Ero come un povero uomo, rimasto l, da un momento allaltro, senza impiego.
Ah, bene! ecco una galanteria; not la marchesa Terenziani. Che ne dite voi, cavaliere?
Dico, rispose il Buonsanti, che dal conte Almerico potevamo aspettarci qualche cosa di pi. Senza andare alle romanticherie, soggiunse, battendo il sostantivo, ed anche nel genere classico che a lui piace, aveva altri paragoni da trovare.
Sentiamo che cosa avreste detto voi, nel suo caso; replic la marchesa. 
Io? Avrei detto un mondo di cose; tra laltre questa: son rimasto, signore, come lo schiavo che vede partire i padroni.
Sar classica, questa, osserv Almerico, ma  debole pi della mia. Lo schiavo pu vedere nella partenza dei padroni una buona occasione di riconquistare la sua libert. Chi perde limpiego perde il suo pane.
Ah, vivaddio! esclam il cavaliere. Ecco qualche cosa che mi va. Il commento  migliore del testo.
Si rise molto, seguitando sul tema, ed Almerico si maravigli con s stesso di aver potuto dir tanto. Gli pareva fin troppo, figuratevi!
Il nostro giovanotto si separ dalle dame alla stazione di Termini. Non era necessario ad esse, poich avevano per cavaliere il Buonsanti; inoltre pens che non fosse delicato andar quarto con loro, per le strade di Roma. Fece adunque riverenza alle dame, le accompagn al landau padronale della duchessa e chiuse egli medesimo lo sportello, rubando la mano al servitore; poi rimase l, ritto ed immobile, a veder partire la carrozza.
La duchessa di San Secondo si volse ancora a salutarlo con un cenno grazioso del capo. Anche la marchesa e il cavaliere; ma egli, naturalmente, non vide altro saluto che quello. E gli parve che in quel punto gli fosse strappato il cuore dal petto. Ah, lo sentiva allora, quanto fosse stato dolce il suo tormento di quindici giorni alla fila! Era solo, oramai, solo, solo. Lavrebbe pur veduta, quella sera medesima. Ah s, che era ci, al confronto della vicinanza di tutte le ore del giorno? delle corse fatte insieme, della mensa comune, degli spassi in compagnia, del saluto serale, col pensiero di riposare sotto il medesimo tetto? Felicit, che sentiamo soltanto quando sei perduta, Almerico di Montegalda ti paragon allora con la sua solitudine.
Almerico di Montegalda sal in carrozza a sua volta e si rec al suo quartierino solitario di Fontanella  Borghese. Unora dopo ricompariva al ministero di grazia e giustizia, per occupare il suo posto.
Il ministro era allufficio, e Almerico domand di potersi presentare a Sua Eccellenza.
Venga, venga subito! grid, balzando in piedi, il pi nervoso e il pi dolce dei guardasigilli. Ebbene, cos presto? soggiunse, dopo aver stretta la mano del suo segretario. Avevate libert di pi lunga assenza, e non vi  piaciuto di usarne?
Eccellenza, non mi vuole? disse Almerico. Le son dunque cos inutile?
No, perbacco, e vi voglio. Mi siete mancato pi volte, perch, lo sapete, nessuno mi contenta come voi. Ma io abomino gli egoisti, caro Montegalda, e il mio odio, per essere ragionevole, deve incominciare da ogni sentimento di questa natura, che potesse nascere in me. Vi sapevo felice, e ci bastava a farmi paziente.
Almerico rispose alle parole del ministro con uno de suoi malinconici sorrisi.
Ditemi ora; ripigli il ministro; e non vi paia impertinente la domanda di un amico. Quando faremo le nozze?
Qui non era pi il caso di sorridere. Almerico si turb senzaltro.
Eccellenza.... che dice? balbett egli, confuso. Non so di nozze, io.
Come? Siamo ancora tanto lontani? esclam il ministro. Lamico vostro, il cavaliere di Carpigliano, mi aveva pur lasciato trapelare....
Il cavaliere  troppo buono per me;. rispose Almerico, schermendosi. Mi ama troppo....
E vi dispiace che vi amino troppo? Badate, conte, mi metterete nella necessit di non potervi pi esprimere la mia amicizia.
Ah, fossero tutti come Vostra Eccellenza e come il cavaliere Buonsanti! grid Almerico, grato al suo nobile interlocutore del nuovo giro che aveva dato al discorso. 
Ebbene, riprese il ministro, chi vi conosce davvero non pu far altra stima di voi; stimandovi cos, non pu far altro che amarvi, come noi due. Abbiate pi fiducia in voi medesimo. Averne molta e mostrarla  da sciocchi; averne abbastanza  necessit, per non ricever danno da un eccesso di modestia. Questa  una virt, sicuramente; ma nessuno  disposto a tenervene conto. Anzi, vedete, molti vi crederanno sulla parola, quando voi confesserete umilmente la vostra pochezza. Siamo cos felici, quando riusciamo a farci intorno uno strato di mediocrit, su cui possa regnare, o creder di regnare la nostra!  un triste mondo, quello in cui viviamo, un triste mondo!
Come andavano le cose per il ministero, alla Camera? O piuttosto, come andavano per il guardasigilli, nel ministero di cui era parte? Non lo sappiamo; ma dal vedere che quella era una giornata di nervi per lui, dobbiamo arguire che una ragione delle accennate ci fosse. Soltanto la improvvisa venuta del suo buon segretario poteva rasserenare un pochino il guardasigilli, che poco dopo parl di smettere il lavoro, per andare a prendere una boccata daria verso il ponte Nomentano.
Ritornata in Roma, la duchessa di San Secondo aveva ripreso il suo tenore di vita: non quello degli ultimi tempi, intendiamoci, ma quello dei primi. Riceveva molto, andava spesso a teatro e ogni giorno alle solite passeggiate dellalta societ romana. Veramente, un po daria forastiera non fa bene soltanto al corpo, ma ancora allo spirito. Siamo di gran fanciulli, noi! Nati al mare, ci giovano le arie ossigenate della montagna; nati alla montagna, ci rimettono in salute le arie jodurate del mare. Colpiti da un gran dolore, ci abbattiamo facilmente; la casa nostra, le solite vie, la solita citt, coi suoi aspetti noti e con le sue usanze quotidiane, ci riescono una morte continua. Ma se ci leviamo di l, se andiamo a respirare in un ambiente diverso, ricevendo come una scossa morale dalla novit delle cose, ci sentiamo  rivivere, e ritorniamo a casa nostra cos rifioriti da non parer pi quelli di prima. Oh caro! vi grida il conoscente, stendendovi le braccia. Come vi ritrovo bene! Ma s, perbacco! Anche a me pare di aver guadagnato ventanni. Cos non solamente voi crepate di salute; altri ne crepa di rabbia. E non crepi, poi; ch veramente non si ha da augurare la morte del peccatore; ma  sempre una gran soddisfazione interna poter dire al prossimo suo: vi voglio tutto il bene.... che voi volete a me.
Orrori, concedo; ma qualche volta il mondo vi farebbe dir peggio. E non c bisogno, per questo, di essere il guardasigilli del nostro Almerico. Del quale nessuno domand, n fece discorso alla duchessa di San Secondo, fra tanti cavalieri, Pietri, Paoli e Mattei, che frequentavano il suo salotto. Nessuno seppe chegli fosse andato a Parigi, poich con nessuno si era egli confidato di quella gita; n il ministro ne parl, n il Buonsanti. Aggiungete che nessuno bad alla sua presenza in casa San Secondo, andando egli di rado ai ricevimenti della duchessa. Egli era poi di quegli uomini che vivono in societ tenendoci il meno di posto possibile. Tanta giovent frivola non pensa che a s; ignora facilmente gli altri, quando non si mettono in mostra.
In questi, come in tanti altri casi, son pi accorte le donne. Alla loro perspicacia, sempre desta, sempre in esercizio, non  facile nascondere il vero; dai pi lievi indizii riconoscono qual sia luomo pericoloso e fatale, od altrimenti il preferito, anche se molti sinframmettano a far da comparse. Dopo il ritorno della duchessa Serena parecchi si erano rifatti assidui nel suo salotto. Pietro e Paolo, per esempio, i due baroncini, i due fratelli Siamesi; ma quelli avevano un bel comparire: non davano ombra a nessuno. Assiduo del pari il Mattei, e si notava ancora una certa sua insistenza a farsi vedere accanto alla carrozza di Donna Serena, nelle fermate della fontana, a Villa Borghese.  il Mattei, questa volta  sincominciava a susurrare. Nino, lincostante Nino, si  finalmente posato. E Nino lasciava dire, felice in cuor suo che dicessero.
A questa sua nuova passione si accennava per lappunto, lui presente, in casa Cempino. Dame e cavalieri a gara, quelle pi copertamente, questi senza tanti riguardi, gli avevano tirate parecchie frecciate, accolte da lui col sorriso ineffabile di san Sebastiano dipinto dal Reni; un san Sebastiano che sente i colpi e intravvede la gloria dei beati.
La principessa, bella dama ed arguta, ed anche maligna parecchio, trov il buon momento per dire a Nino Mattei:
Badate, caro mio; giungete tardi.... nei pressi del Campidoglio.
Davvero? e perch? domand il giovanotto.
Il perch lo so io. Posto preso!
Ed anche abbandonato, se mai.
Ah s, voi pensate al conte di Riva. Ma quella  storia antica; replic la principessa. Temete di un altro.
Non so di chi dovrei temere, perch non ho da sperare; disse il Mattei. Ma, dato il caso, quale sarebbe il pericoloso rivale?
Non ve ne siete ancora avveduto? Il conte di Montegalda.
Ah, quello?... esclam il Mattei, sorridendo di compassione. Quello  un poeta.
Ebbene, che importa? Diffidate del poeta.
Donna Emilia, io credo che vinganniate. Il Montegalda non si vede mai, a far la sua corte.
Come il poeta; ribatt Donna Emilia; precisamente come il poeta. Non appare in nessun luogo, ed  dappertutto. Non la conoscete voi la ballata tedesca? Il poeta era presente perfino alla creazione del mondo.
Mi pare di ricordarla, cos, vagamente; rispose Nino Mattei. Domineddio diede a tutti qualche cosa, e a lui nulla.
 vero; ma spero che ne saprete il perch. 
No, veramente. Vi ho detto, signora, che ho della ballata tedesca un ricordo assai vago.
Rinfrescher io la vostra memoria; ripigli la principessa arguta. Eccovi quello che avvenne. Domineddio aveva creato, e non gli restava pi che di regalare virt, qualit ed altri bei doni a tutti gli esseri viventi, cherano esciti dalle sue mani. Quando ognuno ebbe la parte sua, anche il Signore aveva finita la sporta. Tutti erano andati; uno solo restava, e con le mani vuote. E tu chi sei? domand. Io non ho nulla per te. Che cosa facevi, che non ti sei avanzato, fin tanto che io avevo qualche cosa da dare? Quellaltro, allora, timidamente rispose: Sono il poeta: ero qua, mio Signore, tutto occupato a consigliare la vostra munificenza. Allora Iddio disse:  vero; ma io frattanto non ho pi nulla da darti in compenso, e tu non ti sei affrettato a chiedere. Bene! quel che  fatto  fatto, e non ci si rimedia. Se ti piace, mi farai compagnia; starai sempre con me, nelle nuvole.
Rise il Mattei, a quella chiusa della ballata e del discorso di Donna Emilia; ma rise male, vi so dir io, rise male. Di quel riso certamente non rideva san Sebastiano, nel dipinto del Reni.
Almerico di Montegalda era dunque, per concessione di Nino Mattei, un poeta; secondo luso di tutti i poeti, e per benigno consenso della principessa di Cempino, viveva nelle nuvole. Ma anche dalle nuvole si casca; e ne casc davvero, il nostro Almerico, quindici o venti giorni dopo il suo ritorno da Parigi, quando lusciere del gabinetto entr nel suo studio per annunziargli la visita del signor conte di Riva.
...
.
...
16. 
Zefiro torna e il bel tempo rimena.
...
.
...
Come luomo che si desta in soprassalto da un sogno felice e si vede ripiombato nella realt dolorosa, cos Almerico di Montegalda rimase, allannunzio dellusciere. Nondimeno, aiutando la consuetudine al mancamento dello spirito, le sue labbra mormorarono istintivamente un: fate passare.
Si era alzato frattanto e andava incontro al visitatore, nel salottino attiguo allo studio.
Massimo, lelegantissimo e sorridente Massimo, apparve poco stante sulluscio.
Buon giorno; gli disse Almerico, non trovando l per l una frase pi lunga, n, sopra tutto, pi calda.
Come? grid Massimo. E non mi abbracci nemmeno.
Ma.... balbett Almerico. Sei tu veramente?
O lombra mia, volevi soggiungere? Son io, non dubitare; rispose Massimo. E se dubiti al vedere, ti permetto di fare come lapostolo Tommaso.
In verit, disse Almerico, sorridendo alla celia, che gli dava modo di attaccare discorso, io dovevo crederti morto. Vieni da Napoli?
No, da Venezia e da Padova. Non volevo passare che dieci giorni tra i miei, e mi sono fermato un mese. Luomo propone e gli zii dispongono. Sai, son lerede naturale, ed ho fatto il mio dovere di erede. Ma eccomi qua, finalmente. E tu che fai?
Come vedi, lavoro, dalla mattina alla sera; e qualche volta dalla sera alla mattina.
Non ti rovinerai la salute? Sei molto pallido, infatti. Abbiti cura! La patria, di solito, non  riconoscente  che ai morti, ed anche di questo lascia lincarico agli scalpellini. Essa ad ogni modo non ti dar in gratitudine quello che tu spendi in salute per lei.
Che pensieri! disse Almerico.  un lavoro, il mio, da meritare che se ne rammenti la patria? Mi dica un bene il mio ministro, e mi stimer pagato ad usura.
Sempre lo stesso! esclam Massimo, chiudendo con quella brevissima lode il capitolo delle occupazioni di Almerico. Ma tu non mi domandi neppure che cosa io abbia fatto, in tutto questo tempo che non ci siam pi visti.
Sei stato a Venezia.... a Padova.... Non me lhai gi raccontato tu stesso? rispose Almerico.
Sta bene;  lultimo mese. Ma dellaltro passato a Napoli, non hai curiosit di sapere?
Non ne avr che fin dove ti piacer di confidarmi; rispose Almerico. Sai che sono discreto. Tu, poi, avrai fatto quel che ti sar piaciuto di fare. Ricordo di averti sconsigliato il viaggio; ne sar lieto, se sapr che ti sei divertito.
Ma s, perbacco, ma s! disse Massimo. Come ci si diverte in tutte le follie passeggiere.
Ah, passeggiere? Non c dunque pi nulla?
Fuochi di paglia, mio caro! Gran fiamma, e poi.... neanche un pugno di cenere.
Me ne consolo; rispose Almerico; tu fai cos tutte le cose tue, non  vero? Prendi il mondo come viene, e lo lasci andare come va.
S, questo  il mio sistema, e mi pare il migliore; disse il conte di Riva. Accade negli amori come nelle ubbriacature, che la ragione sembra smarrirsi; ma poi ritorna, quando i primi fumi ti son passati dal cervello, e sei ancora quello di prima.
Che paragoni! mormor Almerico, torcendo la bocca.
Di che ti lagni? chiese quellaltro. Offendo io forse il buon vino, paragonandolo allamore?
Almerico si avvide che la volgarit del pensiero  entrava come parte essenziale nel discorso di Massimo, e lo lasci dire e pensare come voleva oramai.
Sicch, riprese egli, ti  passata, per parlare il tuo linguaggio, ti  passata lubbriacatura di Napoli?
E come, mio caro! Vedi un po; cero cascato da sciocco, da ragazzo, da vero collegiale. Non penai troppo a riconoscerlo, l, sotto quel cielo, dove certe malinconie non attaccano. Avvedermi e cambiare,  stato un punto solo. Ma la cosa non era facilissima, per quanto riguardava le convenienze sociali. Se ho voluto cavarmene con onore, o almeno con mediocre infamia, ho dovuto lavorare per un altro.
Per un altro?
S; non lo sapevi ancora?
Io non so nulla.
Come? Nessuna notizia  giunta a Roma.... della mia sublime trovata?
Nessuna, chio sappia.
 strano, perbacco! grid Massimo ridendo. E poi diranno che la buona societ si occupa dei fatti altrui! La buona societ  calunniata. Eccone una, la prima dItalia, poich qui siamo nella capitale, che ignora il matrimonio di Don Memmo Savelli.
Almerico era gi cascato dalle nuvole una volta; egli non ebbe da cascare unaltra; ma certamente rimase stupito di quella gran novit che lamico Massimo con tanta sicurezza annunziava.
Il Savelli sposa la tua americana? esclam.
Non la mia, poich io lavevo ripudiata; rispose Massimo. Ma egli la sposa, e diventer per sua moglie lerede di una miniera dargento.
Che tu hai ripudiata! soggiunse Almerico. Te ne faccio le mie congratulazioni sincere.
Grazie, ma in verit, quello era sempre stato lultimo dei miei pensieri; disse il conte di Riva, facendo una spallucciata. Tu conosci le mie opinioni. Non ho mai badato al denaro, io, e la fortuna  mi ha posto anche in uno stato da non dover cedere a queste tentazioni. Ti confesser, per altro, che son felice di una rottura, la quale far evitare perfino il sospetto di un secondo fine da parte mia.
Qui il signor Massimo, vedendo lamico ben disposto, prese a raccontargli ogni cosa per filo e per segno. Era andato a Napoli, fieramente invaghito di miss Madge. Il paragone della ubbriacatura scusava quella grande follia. Ma giunto a Napoli, e vissuto qualche giorno nella intimit dei signori Lockwood, aveva incominciato a pensare che egli commetteva una insigne sciocchezza. Quei signori Lockwood, con tutti i loro quattrini, erano gente volgare. Un po di vernice esotica poteva a prima giunta farli parere una gran cosa; ma guardando meglio, e pi da vicino, quella vernice non era di qualit sopraffina. Comunque fosse, non era poi che vernice, e il legno che stava sotto non era cero, n palissandro. Ma che palissandro, e che cero? Non era neanche pitch-pine. La ragazza, s, era belloccia; ma infine, Dei immortali! una vanerella, una puppattola, un grazioso automa, che apriva la bocca per dire: Veramente?. Tutto ci avrebbe potuto far grande onore allarte di un Vaucanson e di un Faber; non ne faceva altrettanto a quella di casa Lockwood; e il signor Massimo, come gli si fu snebbiato il cervello, sent che non avrebbe potuto vivere una settimana al fianco di quella donna meccanica.
Egli era nondimeno gravemente impacciato. Voleva escirne, ma non trovava la gretola. Cerca, cerca, alfin trov come il re della canzone di Cenerentola. I suoi compagni di viaggio, democratici di tre cotte, non vedevano in lui, non amavano veramente che il suo titolo di conte. Quella era stata una luminosa scoperta. E da quel giorno aveva incominciato a fare un corso di araldica, dimostrando prima di tutto che marchese val pi di conte. Come li ebbe persuasi di questa superiorit marchionale, Massimo present ai suoi compagni di viaggio un marchese;  ma invano; i Lockwood non avevano forse riconosciute in lui tutte le qualit necessarie. Allora egli aveva seguitata la lezione, dimostrando che duca era da pi di marchese, e principe da pi di duca. Gli era per lappunto capitato fra i piedi un principe duca: i due pi alti gradi di gerarchia in un solo personaggio; e allora, messo lesempio di costa allinsegnamento, aveva presentato il principe duca, marchese, conte, barone, tutto quello che si poteva desiderare, di meno e di pi.
Mi rallegro; disse Almerico, approfittando di una pausa che Massimo aveva fatta nel suo gaio racconto. Ma tu non hai pensato che spesso una famiglia illustre si compiace di un titolo minore nella scala gerarchica, e lo antepone ai maggiori, quando quel titolo ricorda importanti fatti di storia a cui il nome della famiglia  associato.
Verissimo, quel che tu dici; rispose Massimo. Ma per quella gente l sarebbe stato come dar perle.... alle galline. Del resto, capirai, mi sarei dato della zappa sui piedi. Mi  parso meglio star fermo alla gerarchia moderna. Avevo un principe; ho pensato che fosse la man di Dio, ed ho scaraventato un principe nelle braccia dei Lockwood. Non mera andata bene con un marchese, forse perch non giovanissimo, e squattrinato per giunta; mi and meglio con un principe, giovane abbastanza, ricco egualmente, se la fama porge il vero, ed anche provveduto del nome storico. Due papi in famiglia, che si canzona? anzi, due santi in cielo, ad intercedere per tutta una razza di metodisti! Ah, ah! non ti pare un bel colpo?
Se debbo dirti quel che ne penso, rispose Almerico, mi pare che tu abbia condotto quel povero principe a fare un grosso sproposito. Quello non  un matrimonio da pari suo.
Ecco una delle tue esagerazioni cavalleresche; replic il conte di Riva. Allonor del blasone ci ha da pensar lui. Del resto, senti, una ventina di milioni.... mettiamo anche una diecina, perch non saranno poi tanti come ne corre la voce.... non sono  neanche da disprezzare. Largento pu ridursi in oro; ed oro ed argento sono metalli di grande riputazione, anche in araldica. Aggiungi che gli  piaciuta la ragazza meccanica; che egli  piaciuto molto al vecchio minatore; moltissimo alla sua degna met. Io allora ho colto la palla al balzo; ho fatta una scena di gelosia.... Se tu mi avessi veduto in quel punto! Otello poteva andarsi a riporre. Ho gridato, ho fatto casa del diavolo; mi perdonino lombre degli avi, ho detto perfino qualche impertinenza. Ma era necessario, per escirne. E ne sono escito, mio caro, escito sano e salvo, che proprio non era pi da sperarlo.
Bravo! disse Almerico, quantunque avesse poca voglia di lodare. Ecco un talento di commediante che io non conoscevo ancora nel signor conte di Riva.
E m costato, sai, m costato! Fino a quel giorno io non avevo saputo mai fingere. Tu mi dirai che con una finzione sono escito da Roma....  vero; ma non ho saputo sostenerla io, la parte; ho scritto, ho pregato te di aiutarmi.... E che follia fu quella! fu la peggiore di tutte!
Almerico lasci cascar lallusione al fatto di Roma, e alla parte che ci aveva dovuto sostenere egli stesso.
Cos, sei andato a riposarti della tua grande fatica a Venezia? dissegli, per dare un altro giro al discorso.
Naturalmente; ero cos stanco e seccato! rispose Massimo. Avevo bisogno di dormirci, su quella maledetta ubbriacatura. Ed eccomi ora libero e sano, nella nostra gran Roma.
Quando sei arrivato?
Stamane alle sei. E tu capirai, Almerico mio, che la mia prima visita doveva essere per te.
Grazie! mormor Almerico, che volentieri avrebbe rinunziato ad un onore cos grande.
Non sei tu il mio migliore amico? riprese Massimo. Anzi, diciamo pure lunico amico. Tu senti il valore dellamicizia: lo senti allantica, come  ai tempi di Niso ed Eurialo, di Oreste e di Pilade. Tu non sei capace di tradire luomo che ha riposta in te la sua confidenza. Oh, ti conosco bene, io! Sono anche certo che tu hai eseguito fedelmente tutto ci che io ti avevo raccomandato, partendo. Non  cos? Non hai tu parlato in quel senso che io ti scongiuravo di fare?
Certamente; rispose Almerico. Non una parola di pi, non una di meno.
E sei stato creduto? domand Massimo, ansioso.
Debbo confessartelo; rispose Almerico chinando la testa; assai poco.
Ah! grid Massimo. E come? Quella che tu dicevi era pure una ragione, a giustificare la mia partenza precipitosa.... e vergognosa per giunta!
Era una ragione, s, ma stravagante; rispose Almerico. Io te lo avevo pur detto, che non sarei stato creduto. Nessuno, tra le conoscenze.... di quella persona, sapeva di grosse perdite al giuoco. Si seppe invece che tu, la notte prima della partenza, eri stato al Circolo, e molto tranquillo, anzi allegro....
O come? interruppe Massimo. Un cavaliere che ha perduto centomila lire al giuoco, sulla parola, e si dispone a partire, per trovar modo di pagarle, o per farsi saltar le cervella, non ha neppure il diritto di fingere allegria, in una brigata di amici, o di nemici intimi, che torna lo stesso?
Sar come tu dici; replic il Montegalda, pacato. Ma il fatto sta ed  che non sono stato creduto; che nessun cenno daltra parte venne a corroborare il mio racconto; che anzi parecchi indizi gli furono contrarii. Da amico leale, questo io ho lobbligo di dirti.
Massimo di Riva non diede tregua allamico, fino a tanto che questi non gli ebbe raccontato minutamente ogni cosa. Contro sua voglia, anzi profondamente seccato di dover toccare tutti quei tasti, il Montegalda ritorn sui particolari di due conversazioni che gli spiaceva perfino di ricordare. Due conversazioni  soltanto! La cosa parve strana al conte di Riva. Ma come? la duchessa non aveva parlato con Almerico che due volte di lui, del gran Massimo, del prezioso, del non mai dimenticabile Massimo? Cos era, pur troppo! e la vanit del personaggio toccava un colpo fatale. Si aggiunga che Almerico accennando i discorsi della duchessa, senza metterci malizia, e solamente per un intimo senso di delicatezza, attenuava le frasi, o non le rendeva intiere, o non dava loro il colore, il sentimento di tristezza profonda che avevano avuto sulle labbra della duchessa di San Secondo. E il signor Massimo, sapendo tutto, non aveva a insuperbirsi di nulla; ci che in altri tempi, cio due mesi prima, gli sarebbe parso un bel guadagno, gli suonava male allorecchio, in quel punto, gli dava una noia ineffabile.
Ma tu, almeno, dissegli, dopo che Almerico ebbe finito di raccontare, e di ripetere ci che aveva raccontato, hai sempre negato che altre ragioni mi facessero partire da Roma? Non ti sei sbilanciato mai, n con discorsi tuoi, n con cenni di consenso alle notizie degli altri?
Ne dubiti? rispose il Montegalda. Io, quando non ho pi potuto dir nulla che giovasse a te, mi sono chiuso nel pi rigoroso silenzio. Avrei anche sfuggite le occasioni di fare il menomo cenno, che ti potesse nuocere. Ma le occasioni non sono venute, e ci mi  stato di sollievo, te lo confesso; perch infine, persistere in una bugia, sapendola tale, ostinarmi su ci che tu avevi creduto necessario di dirmi, mentre tutte le prove erano contrarie, sarebbe stato un passare agli occhi della gente per uno sciocco a cui si pu dar bere ogni cosa, o per un furbo che ha il suo tornaconto a mentire.
Il dilemma era stringente, e Massimo non ard replicare.
E poi.... dissegli, invitando Almerico a proseguire il racconto. Che cosa venne a pensare di me la duchessa?
E poi, non so dirtene nulla; rispose Almerico. La  mia amicizia non era tale da permettere nessuna confidenza. Ella taceva, n io ho ardito di domandarle nulla, o solamente di ricondurre il discorso su certi argomenti. Poi ella fece un viaggio a Parigi....
Ah, davvero? interruppe Massimo.  stata a Parigi?
S, col cavaliere Buonsanti....
Leterno, linevitabile Buonsanti! borbott Massimo, che aveva bisogno di sfogarsi su qualcheduno.
E con la marchesa Terenziani; soggiungeva frattanto Almerico. Anchio, dopo una ventina di giorni, ebbi occasione di andarci.
Gli esciva a stento, la confessione; ma era necessario che escisse.
Anche tu? grid Massimo stupito. Anche tu, a Parigi?
S, per un incarico governativo.... ed anche urgente. Dovevo trovare ed ottener copia di certi documenti, al ministero di grazia e giustizia della Repubblica francese; documenti che erano necessarii al mio ministro, e che ho avuto la fortuna di trovargli.
Ah, gi! dicevo bene, io! esclam allora il conte di Riva. Tu non ti muovi cos facilmente dal tuo guscio. E dimmi, era calma, a Parigi?
Calmissima.
Ne godo; disse Massimo. Ed ora.... non c nessuno.... sui ranghi?
Che ranghi? Non ti capisco.
S, dico, sulla linea, alle viste, come vorrai tu. Mi hanno parlato del Mattei, questa mane.
Almerico era infastidito di quella conversazione, e lo muoveva a sdegno la leggerezza con cui Massimo buttava l quegli accenni pettegoli. Si fece forza, nondimeno, ed eludendo la domanda, rispose con unaltra allamico.
Hai gi avuto di queste confidenze, stamane? Non sono dunque io il primo che tu vedi!
Per via, sai! disse Massimo.  stata una  combinazione. Si parl di conoscenze, e venendo per caso al Mattei, mi fu detto che corteggiava assiduamente la duchessa. Io, come puoi immaginarti, non andai al fondo di nulla. Non volevo aver laria di chiedere informazioni, di prendere interesse a certi particolari....
Sei stato prudente, per la prima volta in vita tua; not il Montegalda. E lo saresti anche pi, non prestando fede alle chiacchiere degli sfaccendati. Nino Mattei  un grazioso giovanotto, ma niente di pi, come sai.
Eh, caro mio, son cos strane, le donne!
Che discorsi son questi? Non farai strada presso di loro, se incomincierai a stimarle cos poco.
Lascia correre; disse il conte di Riva. Io non mi lagno di farne poca, come non mi vanto di farne molta. Ho il mio modo di vedere, e non lo muto.
Almerico si chiuse nelle spalle, come se volesse dirgli: fa il comodo tuo.
Del resto, proseguiva Massimo, ammettendo ci che tu affermi del Mattei, le cose vanno bene. Niente  dunque perduto.
Quella conclusione inaspettata fece rizzar la testa ad Almerico.
Niente perduto! ripet egli. Che cosa vuoi dire?
Che non c nessun aspirante, nessun pretendente, nessun preferito, ad impedirmi la strada; rispose Massimo. Un solo guaio ci vedo, e non gravissimo: chella non ha creduto alla storia della mia perdita al giuoco.
Aggiungi, poich io te lho detto, chella ha saputo del tuo viaggio a Napoli; disse Almerico.
Questo si capisce. Partito da Roma, poco importava che io andassi a destra piuttosto che a sinistra. Lessenziale  che tu sia stato fermo nella versione a te nota, e che devessere la vera, tranne un piccolo inganno, fatto anche a te, intorno alla strada che ho presa, partendo. Cos tu puoi rendermi ancora un servizio da amico. 
Ancora! e quale?
Ecco qua: devi dirle che son ritornato, e che imploro la grazia di esser ricevuto da lei.
Io? io dovr dir tutto questo?
S, tu; non sei forse pi il mio amico?
Sono, sicuramente; balbett Almerico di Montegalda, confuso da tanta audacia di Massimo. Ma tu mi domandi una cosa....
Naturalissima. Non vedi come sono pentito!
Tu sei pentito? tu?
Ne dubiti forse? quando io te lo giuro?.
Almerico rimase un istante pensoso; poi disse:
Caro mio, vedendo la leggerezza con cui cambi damori, s, ne dubito. Non ho forse ragione a dubitare?
Ebbene, rispose Massimo, sappi che soffro; sappi che nel mio volontario esilio da Roma non ho fatto altro che piangere. Amico mio, soggiunse il giovinotto, con voce lagrimosa, io sono il pi infelice degli uomini. Piango, ora, non vedi? piango come un bambino.
E piangeva davvero, a lagrime dirotte. Pareva che tutto ad un tratto si fossero squagliati i ghiacci del suo cuore, e che un fiume si gonfiasse di quella piena improvvisa. Ma non diciamo il fiume, per carit; diciamo piuttosto il torrente. Le piene improvvise son proprie dei torrenti, anzi che dei fiumi, generalmente pi calmi nella ampiezza del letto e nella costanza del corso.
Almerico frattanto pensava. Ma che uomo era quello che piangeva cos? Un carattere esagerato, sicuramente. Tutto, nella vita, gli era andato a seconda; ragazzo viziato dalla fortuna, era diventato un uomo prepotente. Non cattivo, per altro, se Almerico lo aveva conosciuto tanto da poterne giudicare con qualche fondamento. Ad ogni modo, non ricordava di averlo veduto mai vile; scettico s, qualche volta, ma per capriccio di atteggiamento; volgare, anche, ma per originalit; pieno di difetti, insomma, non di vizi propriamente detti. Anche i  difetti vanno biasimati; ma notate che Almerico non doveva fare l per l il moralista; ricordava e notava; notava tra laltre cose che i difetti di Massimo erano quelli che comunemente piacciono, ottenendo ogni maniera di fortune a chi li possiede. In verit, bisogna credere che tanta variet duomini civili possa ridursi a due specie, per ci che riguarda i sorrisi della cieca Dea: i modesti e i vanagloriosi, i quieti e i romorosi; gli uomini che sentono e soffrono davvero, non conosciuti, n apprezzati; gli uomini che fanno chiasso dogni cosa, anche del loro amor proprio ferito, e ingannano tutti, perfino la gente da bene, coi loro orpelli, con le loro mostre da cerretani. E Massimo, frattanto, il fortunato Massimo, dopo tanti errori che ad ogni altro avrebbero meritata una severa lezione, veniva ancora in tempo per guastare i bei sogni di Almerico, per rapirgli il fiore delle sue prime speranze. Ahi povere speranze, tenute cos gelosamente, cos scioccamente chiuse nel pi profondo del cuore! E in quel punto gli veniva davanti agli occhi limmagine del Buonsanti, del vero amico suo, che avrebbe voluto spingerlo innanzi, obbligarlo a parlare.... Ah s, lo aveva ben secondato, lonesto desiderio! lo aveva ben seguito il consiglio amorevole dellamico Buonsanti!
Cos pensava Almerico di Montegalda; e a Massimo che piangeva non seppe dir altro che questo:
Calma, ti prego! che cosa sono queste lagrime?
Calma! calma! ripet con accento drammatico il conte di Riva. Tu ne parli facilmente, tu che hai il cuore di ghiaccio. Io, vedi, son fatto cos: quando soffro,  uno schianto dellanima. Ah, tu non sai che cosa sia lamore; no, non lo sai, te lo dico io; tu non conosci, tu non senti che lamicizia; lamore ti  ignoto.  una fiamma, lamore, una fiamma che divora. Ed io che avevo creduto, sciocco, di non amar pi quella donna! Ben mi avvidi da lontano, e pi veramente l, sui nostri colli Euganei, vulcani spenti, che potrebbero riaccendersi un giorno, dar fiamme, come il mio povero cuore. Almerico,  te ne prego, non mi abbandonare, in questo frangente. Mi sei amico? Devi assistermi; non puoi ricusare; io non ho pi speranza che in te. Ebbene, parla, rispondi! che cosa pensi tu, ora?
Penso al modo di servirti; rispose Almerico, sospirando. Far anche questo; ma senti, vorrei che tu mi domandassi un altro sacrifizio.
Che paura  la tua? disse Massimo. Ti negher di ricevermi. Ma tu la pregherai tanto.... le dirai tante cose del mio stato compassionevole!... Infine, se anche negher, sar almeno avvertita del mio ritorno e del mio vivo desiderio di ottenere il suo perdono. Assistito da te, far io il rimanente; scriver....
Potresti farlo prima; mormor il Montegalda.
No, il primo annunzio deve giungerle per bocca tua. Ella andr in collera, lo prevedo; ma una tua parola, come sai dirne tu, la calmer. Ad ogni modo, il primo urto sar sostenuto, e sar come averlo respinto.
Almerico pens che il suo caro Massimo, per un amante acciecato dalla passione, ragionava assai sottilmente.
Sia come vuoi; gli disse; parler.
Il conte di Riva diede una rifiatata; le lagrime cessarono come per incanto, e i suoi occhi mandarono un lampo di gioia.
Quando? grid egli.
Questa sera.
Cos tardi? Non potresti prima? Va, te ne prego. Cerca un pretesto; ti sar facile di trovarlo per via. Io ritorno da te alle sette. Si pranza insieme?
No, grazie, non posso; rispose Almerico, che non sentiva affatto la voglia di passare altre due ore a quella tortura. Vieni pure alle sette, anche alle sei, e ti dar la risposta.
Grazie! tu mi rendi la vita.
Ma bada! non ti prometto di vincere.
Oh, tu vincerai, ne son certo; rispose Massimo,  stringendo la mano del suo Montegalda. Tu sei il pi fortunato degli uomini; tutto quello che vuoi ti riesce a bene.
Ahim! mormor Almerico, quando fu solo. Gran fortuna, la mia!
Il conte di Riva se ne era andato via saltellando, come un cardellino spensierato. Almerico di Montegalda era rimasto accasciato al suo posto, in un angolo del canap. Pochi minuti dopo si affacci sulla soglia lusciere.
Signor conte, che ha? si sente male? domand, vedendo Almerico in quella postura.
No, grazie, rispose questi; non  che un capogiro, per il gran discorrere che s fatto, con quellottimo amico.
Debbo dire a Sua Eccellenza che lei ha bisogno di riposarsi un pochino?
Perch? mi voleva forse?
S, mi aveva detto di pregarla a passare di l quando fossero partite le visite.
Bene! vado subito; disse Almerico, facendo uno sforzo per levarsi di l.
Il ministro era ritornato da una mezzora nel suo studio, e desiderava sapere dal Montegalda se fossero state scritte certe lettere. Almerico le present, perch veramente ci aveva pensato assai prima che gli capitasse tra capo e collo quella mazzata del conte di Riva. Sua Eccellenza lesse, approv largamente, ringrazi lestensore; ma not che questi aveva la cera stravolta.
Che c, conte, disse il ministro, che mi parete anche voi in una giornata di nervi?
Nulla, Eccellenza! rispose Almerico, sforzandosi di sorridere. Sono stato affogato per unora dalle ciarle di un amico, che non vedevo pi da tre mesi.
E che voleva vuotare il sacco delle notizie, non  vero? disse il ministro.  una assai brutta usanza, questa di venirsi a sfogare con chi ne ha gi troppo del suo lavoro! Devessere una eredit  delle tragedie dellAlfieri; non vi sembra? Prime e seconde parti debbono versar tutto nel seno del confidente. Ma ora io non voglio fare come uno di quei personaggi. Andate a prender aria.
Se Vostra Eccellenza non ha altro da comandarmi....
Nientaltro.
Il ministro consigliava bene: una passeggiata era il meglio che per allora potesse fare Almerico. Esc dal ministero, e prese aria, ma non and veramente a passeggio; come va la biscia allincanto, and verso il palazzo San Secondo. Aveva promesso, e voleva mantenere; al resto avrebbe provveduto il destino.
Era degli intimi; non doveva aspettar giorni fissi, n fare anticamera. Donna Serena lo ricevette subito nel suo salottino.
Novit! ed anche bella! esclam la duchessa, stendendogli la mano. Che buona ispirazione vi ha condotto?
Ero triste, signora, rispose il giovanotto, e son venuto da Donna Serena.
Per rasserenarvi lo spirito? Avete fatto bene; dissella; e vorrei che questo non fosse solamente un giuoco di parole. Animo, dunque! raccontatemi le vostre pene.
Ahim, signora! esclam egli allora. Ce ne ho tante di quelle degli altri, che debbo pur mettere da banda le mie, quantunque non possa dimenticarle.
Mi fate tremare, signor conte. Di che si tratta.... e di chi?
Di un amico.... che  ritornato.
Era detta, e Almerico trasse un respiro, dopo aver cos incominciato il discorso.
La duchessa fremette, involontariamente; ma il Montegalda era cos turbato egli stesso, che non si avvide di nulla.
Ritornato! esclam Serena. Di chi parlate voi?
Del conte di Riva. 
Quelle parole furono seguite da una pausa, che ad Almerico parve lunghissima. N egli os levar gli occhi a guardare che senso avessero fatto sullanimo di lei. Certo, se la duchessa fu colpita dallannunzio inaspettato (e non poteva essere altrimenti), ella si riebbe subito, poich con voce tranquilla rispose:
Ebbene, speriamo che ci ritorni in salute. Non si viaggia, quando si  ammalati.
No, non  ammalato, fisicamente; ma moralmente s, riprese Almerico.  molto triste;  venuto da me pocanzi, con le lagrime agli occhi, per chiedermi una grazia. Non a me, veramente; soggiunse il giovane; io non dovrei essere che il messaggero. La grazia egli la chiede a voi, Donna Serena. E voi la indovinate gi.... Egli implora di essere ricevuto da voi.
Quanta paura!... esclam la duchessa. Ed ha bisogno dintercessori, per fare una visita? Di gran peccati deve aver commessi, questuomo? E poi, a quale intercessore si volge per aiuto!...
Signora, se potete.... supplic il Montegalda. Egli mi ha detto di soffrir tanto.... di aver tante cose da dire!
La duchessa stette alquanto in forse, guardando negli occhi il suo interlocutore, che veramente aveva unaria molto compassionevole. Poi volle parlare, e gi aveva dischiuse le labbra ad un ma voi.... che rimase interrotto. Poi mut pensiero, evidentemente; e la frase esc in questa forma dalle sue labbra:
Me lo consigliate voi? Sta bene. Sentiremo quello che ci dir. Egli pu presentarsi. Del resto, signor conte, la porta di casa mia non era stata chiusa a nessuno.
Ah! dunque.... gli perdonate? domand allora Almerico.
Dunque, rispose ella placidamente, lo ricever. Non si conceder qualche cosa allintercessore? Il conte di Riva non deve credere di essersi  male appoggiato. Piace a voi che ritorni? Lo aspetto.
Era un dire e non dire. Almerico non vide se non ci che era detto.
Signora, mormor egli, voi mi togliete un gran peso dal cuore. Io vi ringrazio.
Perch? disse a lui di rimando Serena. Dovete ringraziarmi voi, conte Almerico? In verit, siete il re degli amici.
S, povero conte Almerico; diciamolo anche noi con la duchessa Serena: il re degli amici, ma anche il pi umile degli innamorati. Altri direbbe: dei poveri di spirito; ma io non lho per tale, e non posso farne un eguale giudizio, che sarebbe veramente eccessivo.
Il Montegalda stette alquanto senza dir nulla, non avendo nulla da dire, ed ascoltando la duchessa che aveva preso a parlar daltro. Donna Serena, non mentendo al suo nome, appariva tranquilla. Poco dopo, giunse la Terenziani, e la duchessa, di tranquilla che era, divent anche ilare, espansiva, abbondante di parole, comegli non laveva vista mai.
Ah, proprio ci voleva il leggerissimo tra gli uomini, per vincere la pi seria tra le donne? Ma cos , pur troppo, cos , nellordine delle cose naturali. Almerico rammentava in quel punto daver letto, nella sua infanzia, un graziosissimo verso, posto ad epigrafe duna bella scena campestre: Zefiro torna e il bel tempo rimena. Zefiro ritornava, infatti, ed era bel tempo nel palazzo San Secondo.
Almerico era diventato triste, tanto pi triste, quanto pi la duchessa gli appariva gioconda. Si conged il pi presto che pot, con un pretesto facilmente trovato. E quella sera disse al conte di Riva:
Ho parlato alla duchessa. Va pure liberamente; sarai bene accolto.
Massimo non saspettava una cos pronta vittoria.
Come? grid egli. E non ha detto nulla? non ha resistito alle tue preghiere?
No, affatto; mi ha ascoltato, e molto benignamente;  poi mi ha risposto: ditegli che venga a vedermi; la porta di casa mia non  mai stata chiusa per lui. -
Massimo stette a lungo pensoso.
Ebbene, gli disse Almerico, che hai? Ti dispiace ora di avere ottenuto ci che desideravi tanto ardentemente stamane?
Mi dispiace, s, rispose Massimo, mi dispiace una cosa, in tutto questo: la facilit con cui ella mi ha dato licenza di ritornare. E senza chiederti nulla delle cagioni che mi avevano fatto partire, che  peggio! Perch sicuramente, se ella non ha voluto credere a quella che tu le avevi detta, e sulla quale avevi anche insistito....
S, e di questo puoi esser certo, disse Almerico. Sebbene dentro di me avessi a vergognarmi di sostenere una cosa non vera, non ho mancato alla mia promessa, e quando mi sono avveduto di non poterla convincere, poich tutte le prove erano contro di me, mi sono chiuso in un silenzio assoluto.
Ed ella non  ritornata oggi su quella ragione che tu le avevi detta? replic Massimo. Non ha ricordate neanche le prove in contrario?
No, ed io ne fui molto contento, come puoi immaginarti. Che cosa avrei potuto risponderle? Ho solamente accennato a giuste discolpe, che potevi fare tu solo.
Capisco.... mormor Massimo. Capisco, ed  giusto che le spiegazioni debba darle io. Ma per intanto, andare al primo fuoco.... Senti, Almerico; sar meglio che ci presentiamo insieme.
Oh, questo poi no, rispose Almerico.
No? e perch? Quale amico sei tu? Si va dovunque, per un amico.
Non lo credo: e ad ogni modo, non mi sentirei di servirti. Ognuno fa quel che pu, ed io quel che potevo ho lealmente fatto; non mi domandare di pi.
In verit, non ti capisco, riprese il conte di Riva. Hai fatto il pi; potresti aiutarmi nel meno. Tu vieni con me, per sostenere il mio coraggio;  poi, se credi, e appena lo credi opportuno, te ne vai.
Una cosa io credo, rispose Almerico, mettendosi sul grave; che tu ora voglia ridere.... e far ridere di me.
Perdonami! disse laltro. Riconosco di averti domandato troppo. Ma che vuoi? Ho tanta paura!... La tua presenza mi avrebbe dato un po danimo. Non se ne parli pi. Andr io, solo, e succeder quel che vorr succedere. Infine, ho meritato il mio male, e questo non sar poi un mal da morire.
Massimo se ne and, ringraziando il re degli amici, in cui spero oramai che nessuno vorr vedere un povero di spirito. Buono, troppo buono, lo doveva giudicare per altro il Buonsanti. Quella sera i due inseparabili cavalieri della duchessa Serena dovevano trovarsi insieme a pranzo. Ora, prima che il pranzo finisse, il Buonsanti chiedeva ad Almerico:
Si va a salutar la duchessa?
No, rispose Almerico, turbato. Questa sera no; debbo lavorare.
Benedetto il tuo lavorare! Andr io solo, allora.
E se non ci andassi neanche tu?... disse Almerico. Senti, mio caro, soggiunse, vedendo latto di stupore con cui accoglieva la sua proposta quellaltro; lasciamola libera, per questa sera. La duchessa ricever la visita di.... qualcheduno, la cui presenza ti seccherebbe.
Ah diavolo, diavolo! grid il cavaliere.  ritornato?
S.
Ed  venuto da te?
S.
Il monosillabo di Almerico diceva assai pi di quello che domandava il Buonsanti.
Non sar dunque nemmeno il caso di chiederti se tu hai accettato lincarico di negoziare questo trattato di pace! disse il Buonsanti, con accento severo. 
Almerico chin la testa, senza risponder parola.
Di te non mi maraviglio, rispose quellaltro. Tu sei un uomo daltri tempi. Mi maraviglio invece chegli abbia avuta la sfrontatezza di chiedere a te un simile servizio.
Che vuoi? Pare che abbia delle buone ragioni; rispose Almerico; Io penso che si sia pentito, subito dopo commesso lerrore. Certo, egli era in tempo per tirarsi indietro e cedere il suo posto di pretendente ad un altro. Fatto ci, egli viene a ridomandare il suo, presso la signora.
Che storia  questa? borbott il Buonsanti. Come ha ceduto egli il posto ad un altro?
Almerico raccont tutto quello che aveva saputo da Massimo. Il cavaliere ascoltava, tentennando la testa e collocando qua e l, nel discorso dellamico, certe sue interiezioni e certi suoi atti, che dimostravano la pi ostinata incredulit.
Capisco, gli disse finalmente Almerico. Tu non credi nulla, perch non lo vedi di buon occhio.
E ci ho, per bacco, le mie brave ragioni! rispose il Buonsanti. Tutti si pu fallire; ma una volta presa una strada, non si ritorna pi indietro.
Neanche per segno di ravvedimento? Neanche per chiedere ed ottenere perdono? Tu sei pi severo di Dio padre!
E tu vuoi avere una virt che  tutta propria della bont infinita, replic il cavaliere, stizzito. Perdono! perdono!... Lo abbia da Dio, non dagli uomini; e molto meno dalle donne.
Sia come tu dici. Ma se le donne perdonassero, dovremmo perdonare anche noi. Vorrai tu esser pi realista del re?
S, perbacco,  la mia divisa. Quando si crede che una causa sia giusta, bisogna difenderla ad ogni costo. Io non credo alle invenzioni di quel.... figuro. Egli non ha ceduto nessun posto, ci giocherei la testa:  stato cacciato dalla miniera, e ritorna ai primi  amori; non lo hanno voluto laggi, nellorto delle Esperidi, e tenta di rientrare nel paradiso perduto. Ah, per tutti i diavoli, glielo dar io, il paradiso!
Buonsanti!
Non mi dir nulla. So quello che debbo fare, e lo far.
Quello che tu farai, disse Almerico, non sar contrario alle convenienze, mimmagino. Tutte queste cose le sai in confidenza da me. Passerai sul mio corpo, prima di fare uno scandalo.
Il cavaliere Buonsanti diede al suo giovine amico una guardata, che parve volesse passarlo fuor fuori.
Ah, sciocco! grid poi. Sciocco! Tre volte sciocco! Sii almeno sincero. Ami tu la duchessa?
Lamo, s, immensamente lamo; rispose Almerico. Che importa ci?
E tu, amandola cos, riprese il Buonsanti, senza rispondere alla domanda, non hai bocca per dirglielo! E ti ricordi di averla, quando si tratta di parlare per gli altri!
Era lobbligo mio; disse Almerico. Non potevo dimenticare di aver conosciuta la duchessa per lui. Ebbi, non chiesto, la confidenza di lui; costretto da un ufficio, leggermente accettato, se vuoi, ma pur sempre accettato, ebbi la confidenza delle tristezze di lei. Tutto ci pesava sulla mia coscienza, sullamor mio vivo, e grande e profondo, come pesa una pietra sepolcrale. Non mi far dire di pi. Soffrir, perch amo quella donna. Amandola veramente, debbo soffrire; ella deve esser libera....
Di scegliere, s, replic il Buonsanti, compiendo egli la frase, che esciva stentata dalle labbra di Almerico. Ma perch ella scegliesse, tu dovevi metterti innanzi. E questo non lo hai fatto. Per buona sorte, sono qua io.
E tu non farai nulla! disse Almerico.
Il cavaliere Buonsanti guard ancora il suo giovane amico, ma accompagnando locchiata con un riso sarcastico.
Ancor qui dovr passar prima sul tuo corpo?  gli disse. Bada, Almerico! non saresti pi in tempo. Quello che tu non osavi fare, io lho fatto.
Che? tu le hai detto?...
Che sei innamorato, sicuro. Non ho detto immensamente, perch il tuo avverbio l per l non mi  venuto alle labbra. Credo per altro di averle detto che sei innamorato violentemente di lei; che lamor tuo  cos grande da non poterti escire neanche la confessione sua dalla bocca, quantunque tanto gi ne tralucesse dagli occhi.
Tu hai detto ci? Ed ella?...
Ed ella, capirai, ha sorriso.
Non era una risposta.
Chi lo sa? Volevi forse una confessione per interposta persona?
Almerico di Montegalda strinse la mano del suo caro Buonsanti; gliela strinse con violenza, quasi a sfogo della passione ondera sopraffatto in quel punto.
Bada, gli disse il cavaliere, ridendo, ho un pugno di ferro; non riescirai a stritolarlo.
Ah, Sandro mio! mormor Almerico, non raccogliendo la celia, che non era tempo da ci. Vedi allora il bel guadagno che hai fatto, con le tue indiscrezioni. Ella ha sorriso a te; ma non ha detto nulla a me. Le ho parlato del conte di Riva, ed ella mi ha risposto: venga pure liberamente. A questora egli  ricevuto da lei.
Verissimo, rispose il Buonsanti. E ci mi pare un po strano, e mi mette in collera con te. Vorrei andare a vedere quel che succede.
Non lo farai! rispose Almerico. Te ne supplico. Lascia che il mio destino si compia.
Che storie son queste? grid il Buonsanti, spazientito. Io sar, come tu dici, pi severo di Dio padre e pi realista del re. Ma tu, caro Montegalda, sei pi fatalista dei Turchi. Pure, vedi quel che  successo ai tempi della Crimea. Se si lasciava fare il destino, addio Impero Ottomano. Ma noi siamo entrati in ballo, e le cose si sono mutate. Anche quello era destino. 
Come ti piacer, disse laltro. Ma tu mi vuoi bene, e lascerai per amor mio che le cose non si mutino dal loro corso naturale. Del resto, a questora, sarebbe troppo tardi. Lasciami soffrire. Io ho fatto quel che dovevo. Sciocco fin che vorrai, e tacendo per me stesso, e parlando per altri!... Il cuore mi si spezza, ma la coscienza non mi rimorde.
Che nobili sentimenti! O eroe, lascia che io ti ammiri! O santo, lascia che io baci un lembo della tua giubba! esclam il cavaliere Buonsanti, con un accento dironia, donde pur traspariva una grande benevolenza, mista di ammirazione. Tu hai una bella forza, dentro di te: una forza maravigliosa, che non va lodata solamente in prosa, ma celebrata anche in versi. Di miei non so fame; ma ho ancora tanto di buoni studi, da citarti quelli di Dante.
E il buon cavaliere di Carpigliano ripet enfaticamente la famosa terzina:
Se non che coscienza massicura,
La buona compagnia che luom francheggia
Sotto lusbergo del sentirsi pura.
...
.
...
17.
 Arte e natura.
...
.
...
Il conte Massimo di Riva era rimasto pensoso, dopo la risposta di Almerico. Il faccio o non faccio? di tutti i monologhi, il vado o non vado? di tutte le ariette metastasiane, gli girarono a lungo per la testa. E la cosa vi parr naturale, io credo. Non era egli, a quel punto, un personaggio drammatico, anzi melodrammatico in sommo grado?
Infine, pensava egli, tentando di vincersi, che cosa succeder? La duchessa mi far una scenata.... Oh, questo, s; e bisogner anche dire che me la son meritata. Ma io, perbacco, pianger....  pianger a calde lacrime. Massimo, amico mio dolce, non hai tu pianto mai? ed avresti gi disimparata quellarte?
Sorrise, il giovanotto, e il sorriso fu la risposta unica alla doppia domanda chegli faceva a s stesso.
Povere lacrime, versate nelle grandi occasioni, nei solenni colloquii della vita, come vi si vede, dopo qualche anno, e quando son passati i bollori, i turbamenti, le angosce da cui prendevate origine! Vi consideriamo, generalmente, come bei ricordi della nostra abilit sopraffina. Perch tutti, quanti siamo, ignoranti e dotti, ma la pi parte ignoranti, ci abbiamo la dolce mana di essere artisti finiti, e pur di gloriarci dellarte nostra vittoriosa, non dubitiamo neanche di calunniare quei buoni momenti di sincerit, quei fieri impeti di passione, in cui e per cui fummo schiettamente e nobilmente inesperti. Quei dolori, quei rimescoli, quelle lacrime, che dovrebbero dimostrare alla nostra coscienza come anche noi fossimo uomini, e a certe ore buoni, ci appariscono allora come la quintessenza dellingegno e dellarte mascolina. Cos il bravo dottor Segato doveva ammirare le sue tavole simulanti il marmo, tutte composte di parti dei corpo umano, miracolosamente pietrificate, piallate, levigate, condotte a pulimento, terse e lucenti come specchi. Che bella cosa! che bella cosa! Questo, se crediamo al principe di Ligne, era anche il grido di un celebre concittadino di Massimo, quando aveva fatta qualche gran scioccheria e si fermava a considerarne il lato comico, il lato teatrale.
Massimo di Riva, allet sua, non era tanto ricco davventure come quellaltro, concittadino suo, a cui il principe di Ligne aveva dato per lappunto il nome di Aventuros. Nondimeno, egli ne contava parecchie, e poteva ricordare daver pianto molto. Quante volte, e come, e sempre, era stato creduto alle sue lacrime! Gi, non lo dimentichiamo, le donne non credono veramente che a quelle. Vi provate a ragionare? Si annoiano, a sentirvi, come quella principessa  tedesca, che ascoltava la disputa del cattolico e del protestante. Sottilizzate? Sono pi sottili di voi, e vi mettono nel sacco. Piangete? Son vinte; non sanno pi rispondervi nulla. Il pianto  l, che sgorga, in frequenti luccioloni, e quello  un fatto fisiologico, che non si finge, da una parte, che non si pu negare, dallaltra. Il fatto  vero; dunque  vera la passione che lo ha cagionato; la conseguenza par logica. Infine,  lomaggio che gradiscono di pi, nella loro divinit passeggiera.  di una donna questa frase, non detta solamente per celia:
Amico, piangetemi qualcheduna di quelle lacrime, che voi piangete cos bene!
Dato il sorriso della intima compiacenza ai suoi dolci ricordi, e passate rapidamente in rassegna tante figure di care donnine che avevano creduto a queste secrezioni amarognole del sentimento, Massimo di Riva diede anche unocchiata alla sua gentile persona. Non cera male, perbacco! anzi, poteva dirsi senzombra di vanit che tutto era bene in lui; la chioma nera, ondata e lucente, la fronte bianca e nitida come alabastro, locchio vivo e fosforescente sotto il fino arco delle ciglia, il naso diritto e sottile, il labbro vermiglio allombra di due baffettini morbidi e profumati, lorecchio.... Ah, lorecchio meritava un paragrafo da s, come la mano, come il ginocchio, come il piede: tutti miracoli di finezza, donde si conosce la purezza del sangue, condotta per otto o dieci generazioni di oziosi. Aggiungete che era elegantissimo nel taglio degli abiti, e concludete pure con lui che tutto andava a quel dio.
Oh, perbacco! esclam, quandebbe finito lesame. Non vorr mica divorarmi! Si tratter di qualche graffiatura: divertimento che si pu anche permettere. Io lamo, infine, non ho mai amato davvero che lei. Che cosa potr opporre a questo ragionamento?
Cos pensando, si avvi verso la regione Capitolina. Gli auspicii erano buoni: il Campidoglio pronunziava il trionfo. 
Strano animale  luomo! proseguiva egli frattanto, degnandosi di filosofare sul suo caso. Mi ero stancato. E di che? Dei suoi rigori? S, certo; ella non aveva saputo legarmi con vincoli abbastanza stretti. Alcina, Armida, Circe, e tutte insieme le grandi lusinghiere della favola, avrebbero fatto altrimenti. Fidando nella loro bellezza, non si sarebbero rattenute come lei, che veramente riconoscer di essere stata troppo severa, troppo fredda con me. Luomo si prende con la passione, come le mosche col miele. Ma gi, non tutte le donne la intendono in questo modo. Quistione di temperamento! Ci son quelle che amano e chiudono il loro amore dentro di s, non lasciandone trapelare una goccia. Son fatte per prender marito, costoro. E infine, non  meglio cos? Di che cosa ci lagniamo noi? Non ci rivolgiamo forse a queste, quando vogliamo chiudere lo stadio delle pazzie? Son donne perfette: duna perfezione che annoia, qualche volta, duna perfezione che ammazza, ma che  sempre bene di avere in casa propria, scambio di tanti graziosi difetti che si preferiscono in casa daltri. Il marito  un idolo, e vive tranquillamente da idolo.  lui che fa tutto bene;  lui che sa tutto, e nessuno potrebbe essergli paragonato.
Pass in quel punto per la mente di Massimo il ricordo della signora di Girardin. Era stata bella anche lei, donna dingegno e di spirito tra le pi celebrate di Francia; pure non aveva veduto che per gli occhi di suo marito, e luomo che si vantava di avere unidea al giorno laveva affascinata, facendole dimenticare che ognuna di quelle idee era morta e sepolta il giorno dopo. Una sera, nel salotto della vezzosa Delfina si parlava dei mali della patria e della difficolt di trovar uomini che provvedessero a tanti bisogni suoi. Speriamo, signori dissella, levando i begli occhi in alto, speriamo in quel di lass. La perifrasi accennava a Dio; in questo senso fu intesa da tutti, meno uno; e quelluno pens al signor Emilio di Girardin, che lavorava nella camera di sopra. 
Con questi pensieri il conte di Riva giunse davanti al palazzo San Secondo. Trem un pochino, quando fu l, sebbene non ci fosse subentrata nessuna scritta minacciosa.
E se io commettessi una bestialit?... dissegli entrando. A prima vista non pare. Tutti i principii si rassomigliano in questo, che non lasciano vedere la fine. Ecco la stessa quiete fastosa che ho sempre osservata in questatrio, e in quel gran giro di scale. Ecco il solito saluto cerimonioso e grave di un portiere, che darebbe dei punti a tutti i nove ministri del regno. Ah, se ci fosse qualcheduno, per compagnia! il Montegalda, almeno! Egli era particolarmente indicato, dal gran servizio che mha reso. E perch non ha voluto compir lopera? Che amici! Per un sentimento dorgoglio, e della specie pi sciocca, mi lascia andar solo. Che stupido animale  luomo! Lamico si vergogna di servire allamico. Ah, non intendevano in questo modo lamicizia, gli antichi. Per il suo Oreste, vivaddio, Pilade si metteva animoso ad ogni sbaraglio. Se almeno trovassi gi qualcheduno, nel salotto della duchessa! Avrei tempo a ricogliere il fiato, ad osservare, a prepararmi. Quel suo noioso commendatore Buonsanti diceva un giorno che il capitare dimprovviso al fuoco d una scossa maledetta anche ai pi valorosi. Sar vero?
Frattanto era giunto davanti al grande uscio di noce, tutto partito a riquadri, ornato dintagli e arricchito da fregi di bronzo dorato. Rimase un istante sospeso; poi si arm di coraggio e tocc il bottone del campanello, che mand tosto uno squillo argentino. Ahi, campanello traditore! Massimo aveva suonato, e gli fu subito aperto, per dar ragione al detto evangelico. Il testo, veramente, diceva: bussate! ma bisogna pensare che i campanelli elettrici non erano anche inventati. Le cose non van prese alla lettera, perch un altro testo soggiunge: la lettera uccide.
Massimo di Riva fu introdotto, ossequiato dal vecchio servitore, che lo rivedeva con giubilo, dopo tre mesi di assenza. Era l, quella vasta anticamera, nobilmente  vuota nel mezzo, severamente arredata di cassepanche di noce, sulla cui spalliera si vedeva intagliato a colorito lo stemma ducale dei signori di San Secondo. Era l, quelluscio che metteva al salotto: un uscio su cui era teso lo stupendo arazzo, rappresentante un arciero del Quattrocento, in atto di armare la sua balestra, premendone la staffa col piede. Di gran giorni erano passati! A Massimo parevano anni. E larciero stava sempre l, curvo sulla balestra, che ancora non si era rotta allo sforzo. Paziente uomo di guerra! Egli non aveva provato stanchezza, ad aspettare quattrocento e pi anni, impigliato ne suoi fili di seta. Egli non temeva, egli, dessere accolto male: non temeva di doversi umiliare, egli che non si era mosso di l, che non aveva gittata la balestra, per correr sulle tracce delle bionde americane. Miss Madge.... che follia! La futura principessa Savelli.... che vergogna per lui!
Il giovinotto intravvide tutte queste cose, ed entr nel salotto. Il pericolo non era ancora l; era di l da una bussola di panno cremisi, tutta ornata di borchie dottone. A quella bussola lo aveva preceduto il vecchio servitore; e la dischiudeva, proferendo ad alta voce il nome del visitatore. Massimo lo sapeva pure, che cos doveva essere, che il suo nome doveva essere proferito in quella forma solenne. E nondimeno, quando il vecchio servitore ebbe detto, annunziando: il signor conte di Riva, egli si sent scuotere ingratamente per tutte le fibre.
Era ammesso nel santuario, finalmente, e la porta di panno cremisi, discretamente strisciando, si richiudeva dietro a lui!
La duchessa di San Secondo era sola nel suo salottino. Leggeva; ma appena fu annunziato il conte di Riva, depose il libro sulla tavola, davanti a cui stava seduta, e lev la bella fronte alabastrina. Sul volto di lei si diffuse allora il roseo lume della lampada alta, il cui bocciuolo di cristallo opaco esciva tondeggiante come un fior di magnolia da un gran vaso della Cina. Quel volto lumeggiato appariva anchesso  un bel fiore, uscente da una gala di merletti, che spiccavano sul nero della veste di raso pieghettato, con frappe e sboffi di seta bianca, di bellissimo effetto. Cos vestita ed illuminata, sembrava una figura di dama del Cinquecento, spiccata da una tela del Tiziano, o di Paris Bordone. Ah, miss Madge, biondina sciocca; ci dovevate esser voi, l, daccanto a quella maravigliosa figura; e si sarebbe veduto come avreste sopportato il confronto.
Massimo rimase un istante, da vero artista drammatico, immobile al suo posto, in vicinanza delluscio. Fu un gran silenzio, allora, un silenzio di quattro o cinque secondi, un silenzio in mezzo al quale si ud il passo discreto del servitore, che si allontanava, traversando il salotto. Massimo fece un gesto; la duchessa accenn un saluto; non una parola fu proferita dai due. Ma il ghiaccio era rotto; Massimo corse, si precipit verso di lei, prese la sua mano, e cadde in ginocchio, mormorando qualche frase, vuota di senso, ed anche pi di grammatica.
La mano si era lasciata afferrare; inerte da principio, come quando si concede per cerimonia; poi mezzo repugnante al bacio, che  tuttavia un atto di reverenza, ma pu essere interpetrato come un segno di passione. E perch Massimo baciava e ribaciava quella mano, non accennando a smetter subito, quella mano si ritrasse, e tutta la persona con lei.
Alzatevi, conte! mormor la duchessa. Che  ci che voi fate?
No, ve ne supplico, lasciatemi qua, ai vostri piedi! rispondeva egli, con accento commosso.  la mia posizione. Se sapeste quanto ho sofferto, duchessa!
Anchio; dissella, costringendolo nondimeno ad alzarsi e accennandogli una sedia poco lungi da lei.
Anche voi? esclam il conte Massimo. Dolce parola! anche voi? 
Potevate dubitarne, signor conte? Dopo una notizia cos orribile come quella con cui vi eravate congedato da noi?... La rovina delle sostanze.... il disonore, se non giungevate in tempo a pagare un debito come quello.... Non vi pare che fossero cose da rattristare profondamente i vostri amici migliori?
Massimo ascoltava, e non osava credere alla testimonianza del suo orecchio medesimo. Era proprio lei, la duchessa di San Secondo, che parlava cos? Gli pass per la mente che ella volesse prendersi giuoco di lui, e lev gli occhi a guardarla, cercando negli occhi di lei, o nelle labbra, il segno di una ironia che non appariva dalla frase.
Il Montegalda, balbett egli poscia, mi aveva detto che voi, Serena, non prestavate fede....
Al vostro racconto,  vero; rispose Serena, compiendo la frase di Massimo. Il conte Almerico non vi ha riferito niente pi di quello che io ho detto a lui e a qualchedun altro, con cui si  parlato di voi e della vostra improvvisa partenza da Roma. Con gli amici intimi ho mostrato di non credere alle vostre perdite di giuoco; con tutti i conoscenti, che parlavano di voi, e dei vostri viaggi, ho lasciato credere che voi mi pareste un uomo leggiero, dimentico di tutte le vostre consuetudini. Ho fatto questo, io, lho fatto risolutamente, amando meglio di farvi passare per un uomo leggiero, cosa che dopo tutto non poteva nuocere alla vostra riputazione di cavaliere, anzi che di compiangervi come un giuocatore disgraziato, che in una notte consuma un patrimonio, e in qualche ora di folla rasenta il disonore, e non lo sfugge che riducendosi alla miseria. Voi conoscete il mondo, signor conte. Il mondo  cattivo; perdona ad un uomo di essere incostante, non gli perdoner mai di esser caduto in bassa fortuna. Questo ho pensato io, ed ho preferito, in faccia al mondo, di credervi un uomo incostante, un uomo leggiero. Fu un atto damicizia, il mio; dovreste ringraziarmene. Ma dentro di me sapevo bene che se voi mi scrivevate: ho perduto,  debbo partire, per trovar modo di soddisfare un impegno donore, quella e non altra era la verit, perch voi non avevate mentito mai, ed io vi avevo sempre creduto. Una cosa, ve lo confesso, una cosa sola non ero riuscita ad intendere....
Quale? domand Massimo, che ancora non era ben persuaso di ci che udiva da lei.
Dove e con chi aveste perduto; rispose Serena. Lascio stare la somma. Doveva esser forte, se vi costringeva a partire da Roma, per recarvi dai vostri. Ma chi poteva avervi guadagnata quella somma cos forte? Doveva essere un amico, un conoscente, un gentiluomo; perch certo voi non avete giuocato che con pari vostri....
Sicuramente; disse il conte di Riva. Quantunque, alle volte, succede che la compagnia.... Ma non era il caso quella volta; riprese egli subito; la compagnia era buona, sebbene si facesse una cosa non buona, di cui porter il rimorso per tutta la vita. Ma il Montegalda non vi ha detto?...
Nulla, signor mio! Il conte Almerico non seppe dirmi n dove, n con chi. Voi, nella confusione del momento, avevate dimenticato di dirglielo; ed egli, nel turbamento che gli cagionava la notizia, non aveva pensato a domandarvelo.
Proprio cos! sospir il conte di Riva. Fu una notte assai triste. Io ero fuori di me.
N altri, prosegu la duchessa, volle dirmi di pi. Come potevo io rintracciare la verit, nel silenzio ostinato di tutti coloro che dovevano saperla? Noi donne, di ci che avviene non conosciamo altro se non quello che ai nostri visitatori piace di raccontarci. Ora, a farlo a posta, nessuno di tanti gazzettieri da salotto parlava di perdite al giuoco; accennando a voi e alla vostra partenza.... per Napoli, raccontavano tutti, o lasciavano indovinare dellaltro. So gi quel che volete dirmi, conte Massimo. Noi siamo mal circondate. Intorno a noi non ci sono che insidie; ognuno guarda al suo fine; la notizia che potrebbe giovare ad altri non vuol darla nessuno;  soltanto quella che nuoce, o si crede che possa nuocere al vicino, al rivale, la dnno tutti e la commentano a gara. Cos  avvenuto che io rimanessi al buio dogni cosa. Unico in cui si vedesse chiaro il desiderio di servire allamicizia, era il conte di Montegalda. E a lui, dopo avergli detto gi tanto, non avevate raccontato abbastanza. Cos ci siamo trovati, fra una notizia incompiuta, insufficiente, che era stata data da voi, e tante altre che venivano dogni parte a screditarla. Anchio, ve lo confesso, anchio ho qualche volta dubitato, e non ci volle che il ricordo di tutto il vostro passato, per farmi vergognare dei miei dubbi intorno alla vostra sincerit. Che volete? Non si ha una fede da apostoli. Anche gli apostoli, poi, domandavano prove. E queste, nel caso presente, erano piuttosto contrarie che favorevoli a voi. Eravate a Napoli, mentre avevate detto di andare a Padova. Che si doveva pensarne?
 vero; disse Massimo; le apparenze si erano voltate tutte contro di me. Ma a Padova ero andato; ed anche a Venezia; e aveva veduti i miei, ma senza trovare dentro di me il coraggio di esporre la triste verit. Son gente onorata, i miei; gente antica di costumi e didee, niente disposti a scusare ci che non intendono, ci che non farebbero mai. Pensate che io non avevo solamente perduto una somma enorme; ma che mi ero avvilito, giuocando una parte del mio patrimonio, come uno sciocco vizioso, senza aver dato mai a quei vecchi e venerati parenti ragione di credermi vizioso, n sciocco. Tutte queste cose io le intesi benissimo, le vidi chiaramente, quando fui l. No, non parler, dissio tra me; scriver, ed essi sapranno il vero, quando io non sar pi in caso di arrossire. S, questo avevo pensato, soggiunse Massimo, abbassando la fronte; mi era parso minor vergogna il suicidio, che una confessione sincera a quei nobili vecchi. In quel punto mi giunse la lettera di Don Memmo....
Don Memmo! esclam la duchessa. Che centra Don Memmo? 
Non sapete? riprese Massimo. Ah,  vero; non lo avevo detto ancora. Don Memmo Savelli era il mio maggior creditore. Per quattrocentomila lire!... Una inezia per lui: una somma enorme per me. Potevo pagarla, vendendo una parte del mio; ma la cosa non sarebbe avvenuta senza scandalo, e mi avrebbe alienato lanimo degli zii, fatto perdere il loro affetto, per me pi prezioso di tutta la loro eredit. Poveri vecchi! Come io abbia potuto mettermi al rischio di addolorarli tanto, non saprei dir veramente. Ci eravamo riscaldati al giuoco.... Notate, Serena! Io che non giuoco mai, che ho sempre avuto orrore per il tappeto verde, mi ero lasciato trascinare dalla compagnia. Quando ebbi perduto tutto il denaro che avevo con me, il demone ignoto mi afferr, mi fece smarrire la ragione. Giuocai sulla parola; perdetti ancora, perdetti sempre, e nella speranza di rifarmi, nella vergogna di ritirarmi dal giuoco, venni fino a quel punto che vi ho detto. Il Savelli  un gentiluomo; neanche a lui piaceva di passare per un frequentatore di bische, fossero pure eleganti, e molto meno per un giuocatore troppo fortunato. Mi prese in disparte e mi disse: Conte Massimo, sintende che abbiamo giuocato per celia. Io non accettai, come potete immaginarvi; avevo perduto; volevo pagare. Ebbene mi disse allora prendete tutto il tempo che vi piacer. Risposi che quindici giorni mi sarebbero bastati, dovendo andare a casa mia, per raccogliere una somma cos forte, che naturalmente non avevo sotto la mano. E quindici, e venti giorni mi rispose il Savelli, anche un mese; fate il comodo vostro. Ringraziai, ma lorgoglio mi consigliava di non approfittare della sua generosit. Partii ventiquattrore dopo. Avrei voluto partir subito; ma, se ricordate, una questione donore, in cui ero padrino, mi tratteneva; solo appena mi fui liberato dallimpegno, corsi alla stazione, dopo avervi mandato il mio triste biglietto, donde mimmagino che avrete capito ben poco. Ero tanto confuso! Anche al Montegalda non so che  cosa abbia detto. Ricordo chegli rimase esterrefatto, il mio povero amico; come se a lui, non a me, fosse toccato quel colpo!
Ha un gran cuore, il conte Almerico! esclam la duchessa. Ma voi mi avete parlato di una lettera del Savelli....
S, la ricevetti quattro o cinque giorni dopo il mio arrivo in famiglia. Don Memmo mi chiedeva un servizio. Lasciate stare mi scriveva lasciate stare il vostro debito, che penserete a pagarmi pi tardi. Io vado a Napoli, e l mi bisognerebbe laiuto di un amico come voi; anzi, per dirvi tutto, mi bisognate voi, e un altro non potrebbe servirmi come voi. La lettera non diceva di pi; solo insisteva sulla necessit di avermi a Napoli, e subito. Non posi tempo in mezzo, immaginando che si trattasse di cosa gravissima, e pensando che a Don Memmo Savelli io non potevo oramai ricusare nessun sacrifizio.
Qui il signor conte di Riva sent il bisogno di ricogliere il fiato. Aveva gi detto molto; ma proprio allora veniva il difficile. La duchessa taceva, ma con molta attenzione seguiva il racconto, guardando fissamente Massimo, pendendo quasi dalle sue labbra. Buon segno, non  vero? E cos doveva pensare anche lui.
Dopo un istante di pausa, Massimo ripigli in questa forma:
Che cosa vorr il principe Savelli, che rinunzia alla speranza di un pronto pagamento, per avermi a Napoli con lui? Fatta questa domanda a me stesso, cercai tutte le spiegazioni possibili, senza appormi alla vera. Questa, io non la conobbi che a Napoli, e proprio alla stazione della strada ferrata, perch egli era venuto ad aspettarmi, allarrivo del treno. Massimo, mi disse egli subito, voi solo potete rendermi il pi felice degli uomini. E perch io mi maravigliavo di tanto potere che egli supponeva in me, Don Memmo fu pronto a soggiungere: Vi parr strano, ma cos : la mia sorte  nelle vostre mani; sono innamorato.... di miss Lockwood. 
Ah! esclam Serena. E che centravate voi, conte?
Ecco qua; rispose Massimo, con aria di sommo candore. Dovete sapere che a Roma, sul principio dellinverno, avevo conosciuto un signore americano. Era una conoscenza superficiale, di cui non avevo fatto caso, come non lo feci poi dellincontro delle due signore, al ballo dellambasciata inglese. Il signor Lockwood, poich di lui si parla, mi aveva preso in grande amore. Simpatie naturali, che non si spiegano, perch non si bada alle loro origini, al modo in cui sono nate! Io avevo portati due biglietti di visita allalbergo di Roma, dove i signori Lockwood erano alloggiati, e poi.... mero anche dimenticato di loro.
Non per di fare una visita nel loro palco a teatro; osserv placidamente la duchessa.
Me ne fate ricordare; rispose Massimo. Cercavo il Mattei, per quella certa questione donore, in cui eravamo impegnati; dovevo parlargli ad ogni costo, mi dissero che era nel palco dei Lockwood, e approfittai della conoscenza, per andarlo a cercare. Non rimasi l che due minuti.... Anche di questa circostanza ho parlato al Montegalda, mi pare. Comunque sia, ecco il fatto, spogliato di tutti i suoi abbellimenti; i signori Lockwood avevano lasciato Roma per andare a Napoli. Laggi, non so come, n perch, aveva dovuto recarsi il Savelli. E laggi, vedendo la signorina Lockwood, se ne era invaghito. Una delle sue stravaganze! Don Memmo, infatti, soleva dire che non gli erano mai piaciute le bionde.
In queste materie si cambia cos facilmente dopinione! not la duchessa, sorridendo.
Devesser cos.... per Don Memmo; rispose il conte di Riva, felicissimo di vedere accettate con tante benignit le sue stentate invenzioni. Egli dunque si era invaghito di una bionda, e duna bionda americana. Il caso aveva fatto che non fosse entrato in relazione con quella famiglia, quando era a Roma. Bisognava far conoscenza allora.... 
Ed era necessario chiamar voi da Venezia? esclam Serena. In verit, non credevo cos povero di spirito il vostro Don Memmo!
Qui forse non lo giudicate bene, signora. Egli non aveva modo di farsi presentare da nessuno, perch i Lockwood, che a Roma facevano vita di societ, a Napoli ci stavano da semplici viaggiatori, senza nessuna relazione con la buona compagnia. Un solo personaggio, non so come, era riuscito ad entrare in qualche dimestichezza con loro: un certo marchese Gerolifi di Monte Carmelo: gran nobilt, con pochi quattrini, e urgente pericolo per linnamorato Don Memmo. Fu allora che questi, ricordando di avermi veduto a Roma in compagnia con mister Lockwood, e non vedendo l per l altro modo di entrare in relazione con lui, mi scrisse la sua lettera, chiedendo soccorso. Gli ero obbligato da quel debito maledetto; non potei ricusarmi ad un appello, di cui ignoravo tuttavia le cagioni. Non  che questo? gli dissi, quando egli ebbe parlato. Oggi stesso vi presenter a mister Lockwood. Egli cos freddo e contegnoso, come un antico barone, poco manc non mi gittasse le braccia al collo. Quel medesimo giorno, per fargli servizio, andavo a visitare i Lockwood, ed accettavo di fare insieme una gita a Pompei. Due giorni dopo, presentavo Don Memmo. Era tempo. Infatuato dei titoli, il minatore americano aveva disegnato di fare della sua figliuola una marchesa di Monte Carmelo e di non so quali altre terre ipotecate e castella smantellate. Don Memmo aveva pi titoli, ed era ricco per giunta: non si poteva credere che sposasse soltanto per entrare al possesso di una miniera dargento. Egli, ad ogni modo, copriva le gracili spalle di miss Lockwood con un mantello di ermellino; cingeva la sua piccola fronte con una corona chiusa di principessa del Sacro Romano Impero. Mister Lockwood, una settimana dopo la presentazione di Don Memmo, non vedeva pi che per gli occhi di lui. Il marchese Gerolifi se ne ritorn a Monte Carmelo, e il  principe Savelli ebbe la consolazione, che io veramente non riesco ad intendere, di vedere accolta la sua domanda formale.
Di matrimonio? grid Serena.
Sicuramente.
Il principe Savelli.... il principe Savelli sposa miss Lockwood? E siete voi, conte, che avete combinato il matrimonio! Voi, al quale si attribuiva anzi lidea....
Lidea sciocca di essere andato a Napoli, perch invaghito della bionda signorina, non  vero? disse Massimo, torcendo le labbra con aria di superbo dispregio. Queste cose poteva pensarle soltanto un uomo che non mi conoscesse; solo un nemico poteva dirle, ma ancora senza crederle. Ora eccovi la mia giustificazione nel fatto. Avrei lavorato per altri, se quella ricca dote e quella povera figura fossero piaciute a me?
La duchessa taceva, guardando sempre fissamente il signor Massimo, come se volesse leggergli dentro lanima quelle idee che egli andava vestendo cos faticosamente di parole. E tacque ancora, nella pausa chegli fece, ammirato dellantitesi che gli era fiorita dal labbro. Perdoniamogli questo gaudio dartefice, noi che nel caso suo, o in altro consimile, faremmo altrettanto, e senza sentirne vergogna. Quante volte non ci avviene egli di ammirarci, ingenui fabbricatori di frasi, che volentieri abbiamo in conto didee!
E cos, disse lentamente Serena, dopo quellistante di pausa, avete assistiti gli amori nascenti di Memmo Savelli e della signorina Lockwood? Non supponevo in voi tanta pazienza, davvero!
Non  infatti nellindole mia; rispose Massimo, non intendendo il pensiero di lei, o prendendolo troppo alla lettera. Mimportava poco di assistere; mi cuoceva anzi di restare, poich avevo reso allamico il servizio che aspettava da me. Ma io, per rendere quel servizio a Don Memmo, avevo dovuto fingere un viaggio di piacere; e perci fui  costretto a restare una diecina di giorni ancora, sempre in compagnia degli amici, girando di qua e di l, come un grande curioso, ammirando tutto quello che gli altri volevano ammirare, da Sorrento, dove il Tasso  nato, fino al capo Miseno, dove Augustolo  morto. Come avrei voluto correre a Roma, per raccontarvi ogni cosa! Ma ricordavo il mio debito; quantunque Don Memmo mi pregasse di non darmene pensiero, io non pensavo ad altro, in quei giorni. Orgoglio e vergogna volevano cos, lo immaginate anche voi; pi allora che mai, mi comandavano di provvedere a quel negozio, urgente fra tutti. Se il principe Savelli avesse potuto immaginare che nellanimo mio ci fosse la speranza di aver saldato un debito donore con una.... mediazione!... Anche il vocabolo, oggi che ho pagato, mi scotta le labbra. Ritornai a Venezia, e non osando confessare neanche allora il mio triste caso ai parenti, ma alquanto pi calmo, poich avevo pi tempo davanti a me, ricorsi ai consigli di un avvocato. I miei beni non erano gravati di nessuna ipoteca; potevo ottenere un imprestito. La somma era forte, n io avrei saputo a chi domandarla; ci pens lavvocato, e trov egli il mutuante. Si chiama cos, il personaggio che impresta; soggiunse Massimo, sforzandosi di rallegrare la materia con una piccola celia. Ma queste cose non si fanno alla lesta; il personaggio  lento a risolversi, minuzioso nellosservare dove e in qual modo colloca il suo denaro. Soltanto otto giorni fa potei aver conchiuso il contratto. E neanche allora mi fu possibile allontanarmi da Venezia, perch la cosa era giunta allorecchio dei miei signori zii. Dovetti umiliarmi, raccontando come e perch io mi fossi trovato in quel grave bisogno. Meglio cos, finalmente! Fui sgridato, ma fui anche perdonato. Ora essi non hanno altro pensiero che di restituire la somma per me. Sul castello dei conti di Riva, mi dissero, non sono mai state ipoteche; sarebbe brutto incominciar ora, dopo seicentanni di storia. Ah, nobili vecchi! Li ho abbracciati, piangente,  dopo aver fatto il giuramento solenne di non dar loro mai pi un altro dispiacere come quello. Oggi finalmente respiro. Son ritornato a Roma, e mi sento quello di prima, poich ho riconquistato me stesso, e mi pare di essermi svegliato da un sogno. Da un brutto sogno, diciamo, perch il giuocatore  assai brutto.
Dite benissimo, conte; replic la duchessa. Il giuocatore non  neanche un uomo. Ma che racconto mi avete voi fatto! Anche a me par di sognare. Non avrei creduto mai che un uomo serio come il Savelli....
Ah, che dirvi? interruppe Massimo. Certo la sente anche lui, la vergogna del fatto; anzi, diciamo pure che la sente pi di me. Perch, infine, tra due giuocatori brutti, il pi brutto  ancora quegli che vince. Parlo di giuocatori gentiluomini, sintende, e non considero i giuocatori di professione. Vergognato da parte sua, Memmo Savelli mi chiese il silenzio. Ma voi, Serena, dovevate sapere ogni cosa.
Ed ora, speriamo, non giuocherete pi.
Ah, no davvero! Se anche non lavessi giurato, me ne riterrebbe lorrore della cosa.
E il gran rischio, aggiunse la duchessa, il gran rischio a cui vi esponevate, di fare una brutta figura nel mondo. A quali pericoli si va incontro, in un momento di follia!
Massimo era contento e mortificato ad un tempo. Contento prima di tutto, che la sua stramba invenzione fosse cos facilmente creduta. Ma era poi cos stramba, se veniva a corroborarla il fatto del matrimonio di Memmo Savelli? No, niente stramba, o non pi di tante cose che paiono inverisimili, ma che hanno per s la dimostrazione irrepugnabile dellevidenza. Quanto allessere mortificato, vi sar facile intenderlo, se penserete, come lui in quel punto, alla prontezza con cui aveva riportata la sua grande vittoria. Quella donna non gli aveva neanche lasciato il tempo di piangere nessuna di quelle lacrime,  che egli avrebbe piante cos bene. Ma gi egli riconosceva anche in questo particolare la sua duchessa di San Secondo, gentile e buona, ma fredda, come una bella statua di marmo. Le belle donne, del resto, non sono un po tutte cos, come le belle statue? A queste il sole pi ardente, a quelle il fuoco della passione pi viva, non riscalda che la superficie; alle une e alle altre non si pu chieder di pi.
Cos pensava, il signor conte, e frattanto rispondeva a Serena.
Ma se vi dico che fu un momento di aberrazione!... Io lho scontato con dolori ineffabili. Se sapeste come ho pianto, lontano da Roma.... e da ogni cosa pi cara! Ma voi mi avete perdonato, non  vero?
S, conte. E perch non dovrebbe perdonarvi, lamicizia, se ritornate pentito?
Non era ci che Massimo voleva. E cap in quel momento che meglio del raccontare sarebbe giovato il piangere. Ma loccasione di spargerle, quelle lacrime vittoriose, non si era offerta ancora: gli bisognava cercarla.
Lamicizia! esclam, con accento drammatico.  grande fortuna. Ma di certe donne.... e per me di una sola al mondo.... lamicizia  poco. Voi solevate ridere, Serena, quando io, povero innamorato, vi parlavo daltro; quando nellimpeto della passione prorompente....
Ora, come allora, interruppe la duchessa, io vi dico: fermatevi! Non era bene, il ridere? Non era bene il trattenervi? Sapete pure che le parole mi son sempre parse parole. Lamore, poich volete ancora ricordarlo, si conosce alla prova. E la prova  lunga, quando non pu ottenere levidenza da una solenne occasione.
 giusto; rispose Massimo, intendendo che bisognava passare per un capitolo di filosofia. E mancandomi loccasione della prova solenne, io non potevo far altro che darvi la prova di un amore  continuo, paziente, che nessun rigore poteva comprimere, nessuna freddezza soffocarmi nel cuore. Fui sempre il vostro umile schiavo, ve ne ricordate? E voi, che da principio ridevate, incominciaste un giorno a non rider pi. Mi fermavate ancora, lo so; volevate cos, ed io vi obbedivo, riluttante. Ma allora anche il mio silenzio continuava a parlare. Serena, se conservate memoria di quei lunghi giorni dangoscia.... Serena, se il vostro cuore non  mutato, se  ancora capace di compassione.... se avete perdonato ad un errore, che non poteva offendere la donna adorata, e di cui ho sofferto io le pene atrocissime.... se credete alle mie lacrime amare.... vi prego, vi supplico, lasciate lamicizia, che  troppo, se io sono indegno di perdono, che  troppo poco, se io valgo ancora qualche cosa per voi. Serena, io mi butto ai vostri piedi. Calpestatemi, se volete; ma ditemi che mi amate ancora.
E stava per inginocchiarsi, il lacrimoso eroe; ma la duchessa lo trattenne col gesto.
No; gli rispose poscia, con accento tranquillo.
No? grid egli, turbato. No, avete detto?
Se debbo dirvelo ancora!... riprese la duchessa. Non so che gusto ci troviate a sentirlo ripetere. Ma sia pure come volete: no, non posso amarvi, non vi amo.
Ma  possibile, Dio santo? grid Massimo, piangendo davvero. Ma che ho fatto io, per dispiacervi cos? Non intendete dunque come io sia stato travolto dalla fatalit? Non avete voi perdonato?... Ah no, pur troppo, voi non mi avete perdonato veramente, perch non avete inteso.
Ho inteso, conte; rispose pacatamente Serena. Calmatevi, signor Massimo, e ragioniamo. Ho inteso che noi non eravamo nati luno per laltro. Anchio ho sognato, un giorno. E quando sogno, credetemi, sogno bene. Non so pensarli e non li voglio, gli amori vili, che nascono nellozio elegante e si trascinano nella consuetudine, per morire nella  stanchezza. Valgo di pi, e lo sento, e non mi abbasso. Sto sul mio plinto, se volete, come una statua di marmo. Mi pare che una volta siate arrivato a dirmelo voi, ed ho sorriso allora, come ora. Statua greca, o idolo indiano chio sia (anche questo mavete detto un giorno, ed ho ancora sorriso), non sono una donna che si possa lasciare.... neanche per una tavola da giuoco. Non sono una donna a cui basti la prova di una servit che tutte le abitudini di societ rendono molto facile ai gentiluomini come voi. Eravate forse nel deserto, vivendo accanto a me? In questa Tebaide rumorosa, eremita da burla (ve lo lascerete dire da una statua greca e da un idolo indiano), voi passavate agli occhi di tutti per un cavalier servente.... chi sa? forsanche per un cavalier fortunato. Non ho io fatto molto? non ho io fatto troppo, lasciandolo credere? Era venuto il momento di fare a vostra volta qualche cosa, un po pi di quello che la mia passata condizione vi permettesse. Ma allora, proprio allora che io vivevo pi ritirata, non pi a teatri n a feste, che facevate voi, conte Massimo? Seguitavate a frequentare i teatri, dove io non ero; a mostrarvi nelle feste da ballo, dove io non andavo; a far conoscenze e visite, che io non dovevo sapere. E mi son io lagnata? No. Son cos fredda, io! cos insensibile! Povero conte, non piangete, vi prego; le lacrime non ci hanno a far nulla.
Son vere; mormor Massimo, tra un singhiozzo e laltro.
Lo credo; ripigli la duchessa. Ora soffre in voi lamor proprio, e per quello si piange davvero, la finzione non centra. Anche il mio ha sofferto, non mi vergogno di confessarvelo, ha sofferto pi lungamente del vostro. Facciamo una cosa, signor conte, la migliore che possiamo fare in questo momento doloroso: prendiamo il vostro e il mio, buttiamoli a fiume, e ridiamo. Lamicizia che io vi offro,  sincera, consente almeno di ridere.
E mi avevate permesso di venire da voi! esclam il conte Massimo, che non sapeva rassegnarsi. 
Dovevo io proibirvelo? replic la duchessa. Ho pensato invece che lonor vostro e lonor mio domandassero questa scena. Ma noi, salvo lonore, non lo faremo pi triste che la cosa non meriti.
Io vi amo, signora! grid Massimo, esacerbato da quellaccento tranquillo, donde traspariva lo scherno. E voi.... amate un altro.
A quel colpo inatteso, la duchessa rizz fieramente la testa, saettando il conte Massimo di una occhiata severa.
E se fosse?... dissella.
Ucciderei quelluomo; rispose Massimo, il cui amor proprio offeso aveva finalmente trovato la via di sfogarsi.
Ah, veramente? lo uccidereste? Dovr io dunque nasconderlo con molta cura, signor conte di Riva, per custodirlo dalle vostre vendette?
Non lo custodirete, non lo nasconderete, signora. Sapr ben trovarlo io.... lho gi trovato:  un vil traditore dellamicizia....  Almerico di Montegalda.
Conte! Vi proibisco di offendere quelluomo; grid la duchessa, levandosi in piedi, sdegnata.
Ma latto imperatorio e laccento severo non valsero a trattenere la foga furibonda di Massimo.
Ah, ah! rispose egli, accompagnando lesclamazione con un riso sarcastico. Voi me lo proibite, signora? Non mi basteranno allora le parole, lo schiaffegger.
La duchessa fu per replicare; e il gesto della mano distesa accennava gi con la replica il comando. Ma in quel punto la bussola si aperse, e un nuovo interlocutore entr in scena.
Chi parla di schiaffeggiare? dissegli. Chi alza la voce in casa vostra, signora duchessa?
Massimo si era voltato in soprassalto, e aveva riconosciuto il Buonsanti. Irritato comera, non poteva mutarsi di punto in bianco per larrivo di un uomo. Insolente con una dama, doveva essere impertinente col cavaliere che veniva in mal punto a sostenerne  le parti. Meglio cos, del resto; aveva trovato con chi sfogare il suo grande dispetto.
Pocanzi rideva sarcasticamente; fu allora il caso di ghignare. E ghignando rispose:
Si ascolta agli usci!  usanza da servitori.
Non mi dispiace il nome; replic serio il cavaliere. Quando la padrona  offesa da un mascalzone, il servo entra e mette linsultatore nel caso di scegliere tra la porta e la finestra. Ho fatto promessa a me medesimo di castigarvi, signor conte di Riva. Escite!
Massimo strinse i pugni, sbuffando, e si morse le labbra a sangue. Guard il suo avversario; guard la duchessa, che stendeva la mano al nuovo venuto; poi disse, con voce soffocata dalla rabbia:
E sia. Ci rivedremo.
Come, e dove, e quando vorrete; rispose il cavaliere.
Ci detto, gli volse le spalle, senza darsi pi cura di lui.
Massimo balen tra due pensieri un istante; poi scosse la testa, borbott una minaccia e scomparve.
Ah, cavaliere! che avete voi fatto? esclam la duchessa.
Signora, il mio dovere; rispose il Buonsanti. Sapevo di questo colloquio. Quel povero ragazzo di Almerico non aveva potuto nascondermi nulla. Capirete che non ero tranquillo. Ho girato un pezzo per le vie; finalmente mi son risoluto di venire da voi. Non disturbiamo la signora ho detto al servitore aspetter, leggendo i giornali. Ed ho aspettato, pazientemente, finch non ho sentito gridare a quel modo. Ah! il signorino vuol schiaffeggiare ed uccidere? Trover il fatto suo. Non mi si tocca Almerico; non si va contro lui, senza trovar me sulla strada. Glieli dar io, gli schiaffi; in piombo, o in acciaio, a sua scelta.
Ah! grid la duchessa, atterrita. Non accadr nulla per me. Questo duello  impossibile. Io non lo voglio. Qualunque cosa io far, per impedirlo. 
Signora, disse il Buonsanti, voi rimarrete tranquilla e fiduciosa, nella vostra dignit di dama. Credete a me: le donne non debbono frammettersi in queste cose. Infine, dovete pensare che avete un cavaliere, e che in casa vostra non si alza impunemente la voce.
Ma cos non vedeva le cose la duchessa Serena. Come tutte le donne profondamente buone, aborriva da questi giuochi scellerati, non voleva a nessun conto che si spargesse sangue per lei. Salda nella propria dignit, quando era sola a custodirla, si sarebbe umiliata, prostrata ai piedi del pi vile tra gli uomini, pur dimpedire uno scontro di cui ella fosse, o solamente dubitasse di poter essere la cagione innocente. Il cavaliere di Carpigliano non dur fatica ad intendere lo stato dellanimo di lei, e subito abbass dun tono la sua musica guerriera.
Ebbene, dissegli mostrandosi scosso dalle sue paure, sia come volete. Io sono andato troppo innanzi, e forse sarebbe bastato che io mi presentassi, visitatore discreto, per interrompere un penoso colloquio. Ma non restava egualmente il pericolo che il conte di Riva, escito di qui, andasse ad offendere, a provocare Almerico? Il conte di Montegalda  danimo prode, e non si lascia intimidire dai rodomonti. Vedete, signora?  dunque assai meglio che il primo sfogo sia stato contro di me, e che con me sia impegnato, prima che con altri, qual birichino insolente. Impedire che egli si batta con me, mi pare impossibile, nel modo che vorreste voi. Pensateci, duchessa; mi fareste passare per un vile, che si trinciera dietro una gonnella.... scusate il vocabolo!... e un vile, perdio, non lo sono mai stato, n incomincier ad esserlo, a cinquantadue anni.... suonati. Andrei piuttosto io a schiaffeggiarlo, per ricominciar la partita.
Ma allora.... balbett la duchessa.
Ma allora, ecco qua; rispose il buon cavaliere. Ho forse ascoltalo agli usci pi che non dovessi, e certamente pi che non abbia detto pocanzi.  Il signor conte, dimenticando la vecchia massima: noblesse oblige, ha detto un sacco di bugie, per iscusare la sua partenza da Roma, e per colorire la sua presenza a Napoli, al fianco di madamigella Lockwood. Ma che colorire? A quel suo sciocco romanzo  mancata ogni tinta di verisimile. Come abbia osato tuttavia di sciorinarvelo, io non arrivo a capire. Forse ha fidato molto nellaudacia dellinvenzione, ed anche un poco sul vostro silenzio. Ma un terzo lha udito, e quel terzo son io, che so per lappunto tutto il contrario di ci chegli narra. Ora sentite: egli manda da me i suoi padrini; questo  naturale,  necessario, se egli non  vile, quanto  stato bugiardo. Io rispondo, mettendo le carte in tavola, convincendolo di menzogna; e scambio di condurlo sul terreno, lo faccio scappare da Roma.
La duchessa era stata ad udire con grande attenzione il discorso del Buonsanti.
Io non so come queste cose si facciano; dissella, confusa. Ma voi mi promettete che una via si pu trovare....
Vi dico che ne son sicuro, sicurissimo.
E che voi la cercherete?
Naturalmente; non dubitate.
...
.
...
18. 
Gli avanzi della Cernaia.
...
.
...
Sicurissimo? Non lo era punto, il buon cavaliere di Carpigliano. Aveva parlato cos, per una di quelle ispirazioni subitanee, che qualche volta sono divinazioni del vero, ma pi spesso gretole trovate in buon punto, per cavare un uomo dimpiccio.
Certo, il buon cavaliere non amava il conte Massimo; certo, dubitava della sua sincerit, come aveva dubitato della sua seriet; certo lo aveva per il  pi bugiardo tra gli uomini. Ma in quel discorso di Massimo, discorso lungo, donde traspariva lo stento della invenzione, una cosa era notevole: lannunziato matrimonio del principe Savelli. Di quel matrimonio, cosa strana, a Roma non si sapeva ancor nulla. E come poteva saperne gi tanto, il signor conte di Riva? Con qual fiducia si sarebbe egli arrischiato a dar la notizia, se avesse pensato di dir cosa non vera? Sicuramente, egli annunziava un fatto, o il principio dun fatto; sicuramente tra Don Memmo Savelli e la famiglia Lockwood erano corse promesse dalleanza, e il conte di Riva ne era consapevole; forsanche ne era stato testimone. Ma come poteva essere avvenuto ci? e con qual gusto per il conte di Riva? Invaghito della bionda americana, o forse de suoi milioni (il cavaliere Buonsanti propendeva piuttosto per questa seconda opinione), fuggito a bella posta da Roma per correre sulla traccia luminosa di quella miniera dargento e di quei capegli doro, come aveva potuto il conte di Riva lasciarsi prendere il fatto suo da Don Memmo Savelli? lasciarsi soppiantare da lui, senza far resistenza? ed apparendone ancora felicissimo?
Il nodo era l. Al buon cavaliere di Carpigliano il cuore diceva: qui bisogna cercare.
Ma intanto che si disponeva a cercare, non era altrimenti disposto a mantener la promessa, che aveva fatta alla duchessa Serena, di evitare lo scontro. Son queste le bugie pietose che un galantuomo si fa lecito col sesso gentile, col sesso debole, il quale non ha, generalmente parlando, i nostri furori titanici e non usa la nostra logica, nella soluzione di certi problemi della convivenza sociale. Che belle parole, non  vero? e per dirvi che questo consorzio umano  una gran mescolanza di bestie dogni specie e dogni indole! Ma s, lettori cortesi: non veniamo noi tutti dallarca di No? Quello  stato lesempio, il principio e larchetipo della convivenza sociale.
La prima cosa che fece il cavaliere Buonsanti, a  mala pena uscito dal palazzo San Secondo, fu di andare al caff Maravigli. Non si ferm alla prima sala, ritrovo di giornalisti; non alla seconda, conciliabolo di pezzi grossi del Parlamento; non alla terza, accademia di professori, pi o meno Linci; and diritto alla quarta, circolo di vecchi ufficiali. Col, nelle prime ore della sera, si sentiva parlare il buon piemontese di Cuneo e di Fossano, di Pinerolo e dIvrea, di Cherasco e di Mondov. Col, secondo la piega della conversazione, si rifacevano piani di vecchie battaglie, o si ragionava pacatamente di stati, di competenze, di avanzamenti, di collocazioni a riposo, o in posizione ausiliaria. Ho detto pacatamente; ed erano infatti uomini calmi, contegnosi anche nella ilarit di certi momenti; avevano i baffi grigi, le fronti aperte e gli occhi sereni. Il soldato che ha fornita la sua lunga carriera, e la ricorre col pensiero e ci vede per entro, come pietre miliari, tanti bei nomi di battaglie che hanno rifatta lunit e lindipendenza della patria, ha questa serenit, questa limpidezza nellocchio, dove pare che si rispecchino ancora le grandi cose compiute. Quando sono in parecchi, raccolti a discorrere in unora di svago, vengono fuori anche i morti, con le loro alte virt militari, perfino coi loro difetti, trasformati, trasfigurati in qualit. Come si ricorda allora il buon Cerale, Ceralin dor, che distingueva, per le firme, il calamaio divisionale dal calamaio circondariale, ma che sapeva far tanto bene una cosa, da lasciar credere che non sapesse fame altra: andare avanti! E il maggior Quaglia, col suo cerimonioso passi pure! al sottotenente che gli aveva detto impossibile rimettere un cannone sul fusto, per fare una scarica di mitraglia, col nemico a quaranta passi, e a cui egli, il bravo maggiore, aveva dimostrato col fatto esser luna cosa e laltra egualmente possibili! E il capitano Gatti, col suo silenzio! proferito ad alta voce, dopo aver egli stesso interrogato linferiore! Era sordo, il valoroso, sordo ad ogni voce, fuorch a quella dellonore, e temeva sempre che il sergente, il caporale,  e il soldato, gli rispondesse male. Ah, bei tipi di valorosi estinti, come Arrigossi il forte, Pinelli lerculeo, Ropolo il poeta, Longoni lenergico, Caminati leroico, e via via tutta una legione di luminose figure!
Col si rec il cavaliere Buonsanti, tralasciando di andare in cerca del Montegalda, con cui pure aveva uso di passare le ultime ore della serata. Era tardi, per trovare molta gente, nellultima sala del caff Maravigli. I vecchi soldati son mattinieri, ed  naturale che si ritirino presto. Seduti in quellangolo, che egli conosceva benissimo, non ce nerano rimasti che tre. Ma egli, infine, non ne cercava che due, e la fortuna lo serviva a dovere, poich nella terna ce nerano per lappunto due dei pi intimi, suoi compagni dAccademia e fratelli darme nella stessa brigata, il conte Avogadro di Pamparato, oramai maggior generale nella riserva, e il cavalier Ruffini di Nisio, colonnello brigadiere, per ragioni di economia, comegli diceva. Infatti, comandava una brigata, ma aveva ancora la paga da colonnello. E leconomia, per altro, non la faceva egli: la faceva il ministro Ricotti. Con essi due era seduto il colonnello Galleani, addetto al ministero della guerra.
Il cavaliere Buonsanti fu accolto a festa dai due vecchi compagni. Erano stati insieme a parecchi incontri; ma pi vicini, perch tutti e tre nello stesso battaglione, erano stati in Crimea, in quella memoranda e cara Crimea, dove lesercito piemontese aveva data la prova del valor suo, vendicando Novara.
Ciaio, Carpijan! gli grid il Pamparato. Sei tu? che buon vento ti porta?
Inutile riferir la risposta e tutti i discorsi che ne seguirono tra quei vecchi della vecchia. La vecchia, se nol sapete,  un aggettivo sostantivato, che tra i militari antichi significa per lappunto la vecchia guardia. Questo non  pi un ricordo della Crimea;  un ricordo dellesercito Napoleonico. Il Carpigliano fu felice di ritrovarsi una mezzora coi suoi commilitoni. Si stette sulla celia un pochino,  poi si ritorn sul grave. Cos voleva largomento, che era in discussione, prima che il cavaliere giungesse quarto fra cotanto senno. Figuratevi! si parlava del bollettino degli avanzamenti. Il Carpigliano, per altro, poteva metterci poco del suo. Da parecchi anni aveva perduto luso di quelle faccende. La mia contabilit  in arretrato diceva egli ridendo.
Tu sei un viveur! gli rispose il Nisio. Un buontempone! soggiunse, traducendo subito, secondo il costume dei vecchi piemontesi, quando hanno buttata l una parola o una frase doltrAlpe. Tu hai sempre ventanni. Ah, che grazioso matto eri allora! Te ne ricordi, Carpijan? Ma non sempre grazioso; qualche volta anche feroce. Ai tempi della Generala....
Qui venne fuori, sebbene modestamente accennata, una storia damore. A Genova, prima dellimbarco per la Tauride, il cavaliere di Carpigliano, biondo sottotenente, aveva avuto una fiera passione. La Generala, la bella Generala, come era costume chiamarla, anzi la bellissima Generala, come si sarebbe dovuto dire, per accostarsi alla verit, aveva fatto girar per davvero la testa del giovanotto, e nera anche seguito un duello, riescito a grande onore del Buonsanti, ma non senza sospiri della stupenda creatura, n senza fatica dei padrini, soldati tutti come i due combattenti, per dissimulare le cagioni del duello, che non andassero allorecchio del generale consorte.
Il Carpigliano sospir, a quellaccenno del Ruffini.
Ahim! dissegli. Storie dellantico Testamento, miei cari!
E ricordava frattanto quellalta e maestosa persona; quel viso di regina, quel portamento di Dea, quel piede di.... duchessa. Il titolo gli veniva naturale alla mente, per associazione didee e dimmagini. La bellissima Generala somigliava infatti a Serena, aveva moltissimo di lei. E il cavaliere Buonsanti pens allora che ci dovesse entrare qualche poco delle sue reminiscenze giovanili, nel culto divoto  che aveva dedicato alla duchessa di San Secondo. Povera Generala! Dovera andata a finire? Zia, forse (perch nonna non era divenuta di certo), zia di belle o brutte nipoti, in qualche angolo oscuro della Savoia, o della contea di Nizza. A Nizza, sicuro, o a Mentone. Laggi, come a Thonon, ad Annecy, a Pont-beau-voisin, si trovano ancora, questi avanzi della bellezza reggimentale e divisionale dellantico Piemonte.
Per intanto, gli avanzi del valore erano l raccolti, in una sala del caff Maravigli. Rimasero puri e schietti avanzi della Cernaia, del ponte di Traktir, quando fu partito il colonnello Galleani, che doveva alzarsi per tempo, e andare a vedere i lavori del forte Tiburtino.
Il discorso dei rimasti minacciava di volgere sulle fortificazioni di Roma, intorno alle quali il Pamparato aveva delle idee, che non erano intieramente conformi a quelle del ministero della guerra. Ma appena fu solo coi due compagni di Crimea, il cavaliere Buonsanti, il Carpijan, comessi piemontesemente dicevano, entr subito in unaltra materia, che a lui premeva di pi. Non era venuto solamente per salutarli e per restare una mezzora a chiacchiera con essi, ma per chiedere aiuto, assistenza agli amici. Diceva la cosa in poche parole: aveva un duello.
Ah, bravo! grid il Nisio. Se lo dicevo io! Sempre ventanni! E per unaltra Generala, mimmagino....
No; rispose il cavaliere. Se mai, oggi come allora, non si tratterebbe che di platonismo puro. Ma vi ripeto, non c neppur nulla di questo. Vi racconter ogni cosa, perch ad uomini come voi si pu parlare col cuore sulle labbra, e giudicherete con piena conoscenza di causa.
Andiamo a far due passi, allora! disse il Pamparato. Se tu puoi aver il cuor sulle labbra con noi, le pareti possono avere orecchi con te.
Giustissimo; volevo appunto pregarvene; rispose il cavaliere Buonsanti. 
Il maggior generale e il colonnello brigadiere chiamarono il tavoleggiante, pagarono il loro grog (anche questo un avanzo della Crimea, un ricordo dei loro commilitoni dInghilterra) ed uscirono, avviandosi a San Silvestro, e di l proseguendo verso la piazza di Spagna. Su quella piazza vasta e a quellora solitaria, accanto al labbro della grande fontana, il cavaliere di Carpigliano raccont, come aveva promesso, ogni cosa.
Che ne dite? domand egli, conchiudendo.
Che questo bel merlo ti mander domattina una coppia di padrini; rispose il Pamparato.
Non c ombra di dubbio; aggiunse il Nisio. Se pure non  un codardo.
E non lo ; rispose il Buonsanti. Dunque, veniamo allessenziale: mi servirete, voi due? Incomincio da te, maggior generale.
Dalla destra, numero! esclam il colonnello brigadiere. Io del resto far tutto quello che far Pamparato.... tranne il giorno della paga.
Mio caro Carpigliano, incominci allora con una certa sua gravit intenerita il conte di Pamparato, ricorder sempre che un giorno, nella guarnigione di Nizza, tu hai fatto da padrino a me, e che io non ho avuto ancora occasione di renderti il servizio.
Allora aggiungo qualche cosa ancor io; disse il cavaliere Ruffini di Nisio. Ricorder che ti ho fatto da padrino una volta, a Genova, ai tempi della Generala, e che ti son debitore di un ringraziamento. Se vuoi, questo sar il mio modo di ringraziarti: servendoti ancora.
Ah, bene! grid il cavaliere di Carpigliano. Voi siete due veri amici.
Come tutti i vecchi della vecchia, mio caro! rispose il Nisio. Ma aggiungi, per la parte mia, che centra anche un pochettino di curiosit.
Davvero? e quale?
Ecco; se tu hai la scelta delle armi.... e a mio avviso dovresti averla.... scegli sicuramente la spada. 
Sintende; disse il Buonsanti. E non solamente perch  stata sempre la mia arme prediletta, ma perch quel giovanotto devessere un gran frequentatore di sale di scherma, e tra i suoi amici passa per un tiratore di prima forza.
Ebbene, rispose il Nisio, son curioso di vedere se hai ancora quel tuo giuoco indiavolato, quelle spaccate cos pronte, e quella botta diritta di primo appetito.
Sempre! rispose il cavaliere di Carpigliano.
Ah bravo! esclam il Pamparato. Dunque abbiamo sempre in esercizio il cuore, e sempre in esercizio la mano?
E sempre il pugno in linea; replic il Carpigliano. Ho tirato di rado in sala di scherma; e a Roma, poi, non mi  avvenuto mai di far conoscere il mio giuoco. Ma in casa ho sempre il mio tavolato e il mio bersaglio di cuoio alla parete. La botta dritta va al cuoio, cento volte ogni giorno.
Ma se lo dicevo io! grid il Pamparato. Ventanni! Il nostro bravo Carpijan non si  pi mosso di l.
Dunque, io conto su voi, cari amici; disse allora il Buonsanti. A che ora vi trover, domattina?
Se ti basta alle otto.... disse il Nisio.
Egregiamente; e dove?
Da te, perbacco. Quando i padrini del tuo conte di Riva verranno a cercarti, dovranno trovare il nostro Carpijan armato di tutto punto, e disposto a servirli, di coppa e di coltello.
Il Buonsanti strinse la mano ai suoi vecchi amici, e se ne and via allegrissimo. Allora soltanto si ricord del Montegalda, e nella speranza di ritrovarlo discese sul Corso, entrando finalmente in quel porto di mare che  il caff Aragno, allangolo delle Convertite.
Almerico era infatti col, ad aspettarlo, leggendo, o fingendo di leggere una gazzetta. Il Buonsanti gli si accost con laria pi soddisfatta del mondo; ma  egli, il povero Almerico, non poteva imitarlo. Che cera di nuovo? Niente. Come, niente? non era stato in nessun luogo, il Buonsanti? No, in nessun luogo, se per luogo Almerico intendeva il palazzo San Secondo. A lui, infatti, per una volta tanto, non premeva di far sapere ad Almerico dessere stato a visitare la duchessa. Era andato a passeggio; aveva data una capatina al Quirino; egli, s, egli, che non poteva soffrir loperetta, questa caricatura della commedia e dellopera in musica, era andato al Quirino, per deliziarsi nelle scioccherie del Re Pistacchio, come avrebbe fatto un giovinetto di belle speranze, o un uomo di Stato della novissima Italia. Al Quirino, dunque; e niente raccont daltre visite.
Ma ad Almerico non bastava. E subito gli domand:
Non sei stato dalla duchessa?
No; rispose il Buonsanti, cercando di dare al suo monosillabo un accento di verit che non aveva dal cuore.
Tu ci sei stato, Alessandro.
Ma no, ti dico.
Ma allora, che significa?... balbett Almerico. Qualche cosa  avvenuto, che io non riesco a spiegarmi.
Qualche cosa? ripet il Buonsanti. Mi farai piacere a illuminare anche me.
Senti, disse Almerico, e giudica se non dovessi esserne inquieto. Pocanzi ho incontrato il Riccoboni, e mi ha detto che Massimo cercava padrini. Non sapeva perch; lo aveva sentito bisbigliare al Circolo, dove avevano veduto Massimo a confabulare con Mattei. Allora ho subito detto tra me: Alessandro  stato dalla duchessa; ha incontrato Massimo. Sapendo quel che tu pensavi un giorno di Massimo....
E lo penso ancora, e lo penser sempre; interruppe il cavaliere. Il tuo conte di Riva io non lho mai potuto digerire; lho ancor qui, sullo stomaco, e mi dispiace che tu continui a chiamarlo  Massimo. Chiamalo minimo; chiamalo infimo!  infatti il pi vile degli uomini.  la mia opinione, e non me la farai cambiare, con le tue occhiate compassionevoli.
Ah, vedi? Tu sei troppo in collera, e ti tradisci; riprese allora Almerico. Tu lo hai veduto, stasera: o dalla duchessa, o altrove, ti sei incontrato con lui.
Ebbene, s, come vuoi, lho veduto, mi sono incontrato, ci siamo detti i nostri pensieri, siccome tra cortesi alme si suole. Sei contento?
No, davvero; rispose Almerico, con un accento malinconico, che fece dare il Buonsanti in una matta risata. Rammento di essergli amico. Ma bada, Alessandro, lo sono anche pi a te, e se posso servirti.... Per questo, appunto, sono stato qui ad aspettare, dopo essere passato da casa tua a cercarti.
Grazie; disse il Buonsanti. Ma tu non puoi, tu non devi.... Per questa volta, caro mio, non ti voglio.
Ma che avvenne? Quali parole son corse tra voi?
Parole, parole, parole. Non ti sembro io un Amleto da stare in paragone con Ernesto Rossi? Ora andiamo, che  tardi. Se vuoi accompagnarmi a casa, non ti ricuser. Ho un sonno.... un sonno, da cascarti nelle braccia.
Cos parl il bravo cavaliere Buonsanti di Carpigliano. N ci fu pi verso di cavargli altro, per quanto fu lunga la via, dal caff Aragno alla sua abitazione. Almerico di Montegalda dovette andarsene con la voglia.
Il giorno seguente, Nino Mattei, padrino nato di tutti i duelli del mondo elegante di Roma, e un barone di Guasco, perfetto gentiluomo, da lui scelto a collega, si recarono, verso le dieci del mattino, alla casa del cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Introdotti, esposero la commissione ricevuta. Il conte Massimo di Riva, tenendosi offeso di alcune parole del cavaliere di Carpigliano, e per le parole stesse  e per il luogo in cui gli erano state dette (ma n le parole erano state specificate, n il luogo accennato) mandava a chiedere al cavaliere qual fosse la sua arme e la sua ora.
Lo trovarono armato e pronto a servirli.
Ecco i miei padrini, rispose il Buonsanti. Il conte di Pamparato, maggior generale; il cavaliere di Nisio, colonnello brigadiere. La mia arme  la spada; lora, la pi pronta che vorranno stabilire. Per il luogo e per le condizioni dello scontro, sintenderanno facilmente.
I quattro personaggi, cos posti in relazione, si salutarono cerimoniosamente; poi fecero riverenza al cavaliere Buonsanti, ed uscirono. Unora dopo ritornavano solamente due di essi, il Pamparato ed il Nisio, per dar notizia di ci che era stato combinato. Alle tre dopo il mezzogiorno; in una vigna ai prati di Castello; arme, la spada; le condizioni, quelle della spada; seguire fino a tanto che ognuno dei combattenti, ferito o no, potesse regger larme nel pugno.
Il cavaliere Buonsanti aveva ancora quattro ore da attendere. Era un po troppo, per la sua impazienza, e per altre ragioni sue, facilissime ad intendersi, chi pensi alla grande amicizia che egli aveva per Americo di Montegalda. A lui, quando i padrini lo ebbero lasciato libero, a lui fece tosto una visita.
Almerico stava nel suo studio, ma inquietissimo. Il ministro non cera. Se fosse stato presente, avrebbe mandato il suo giovane segretario a passeggiare, a prender aria, a distrarsi; ed Almerico avrebbe colta loccasione per correre dallamico Buonsanti. Perci, immaginate con che cuore accogliesse la sua visita, e con che ansiet dipinta nel viso.
Calma! gli disse il cavaliere, stringendogli la mano. Perch cos inquieto?
Per te, Alessandro, per te. Non ne potevo gi pi. Volevo lasciare una lettera per il ministro, e venire da te, per sapere qualche cosa.
Non avresti saputo nulla, caro mio; rispose  tranquillo il Buonsanti. Non c ancor nulla di stabilito. Fai dunque il tuo lavoro con animo sereno; ci vedremo ancora questa sera.
Come? esclam il Montegalda. Niente per oggi?
No, forse domattina.
C ancora un forse?
Eh, caro mio, tu sai come si procede, in queste materie. Ci sono tante formalit, da dar dei punti allamministrazione della giustizia italiana. Non ti confondere. Ho in questa opinione consenziente il tuo ministro. Benedetti padrini! Quando due coppie di gentiluomini sono nellesercizio di queste funzioni, non c caso di farli andar lesti; pontificano, e con le cappe di piombo. Io sono venuto a dirti queste cose, perch tu non avessi a stare in pena. A rivederci questa sera. Anzi, senti: vuoi che pranziamo insieme?
S; dove?
Alla fortuna. Verr a prenderti alle sei, e allora risolveremo.
Sta bene, rispose Almerico. Ti aspetter qua.
E respir un pochino pi libero, il povero Montegalda; respir come il condannato a cui sia stato annunziato che lesecuzione  prorogata dun giorno. Ventiquattrore sembrano una eternit, a chi pocanzi non aveva pi che alcuni momenti da vivere.
...
.
...
19. 
La spada di fuoco.
...
.
...
Escito dal ministero di grazia e giustizia, il buon cavaliere si avvi al caff di Roma, per far colazione. La sala era ancor mezzo vuota; anzi, si sarebbe potuta dir vuota affatto; se non ci fossero stati due signori, seduti ad una tavola del fondo.  Fu grande la maraviglia del cavaliere Buonsanti, ravvisando in quei due il principe Savelli e mister Montgomery Lockwood.
Don Memmo e il Buonsanti si erano veduti in societ, almeno un centinaio di volte. Erano dunque amici, n luno poteva fingere di non riconoscer laltro. Don Memmo fu il primo a levar la testa, in atto di saluto, e a stender la mano al Buonsanti.
Voi a Roma, Don Memmo! esclam il cavaliere. Io vi facevo ancora a Napoli.
Ne son ritornato questa mattina; rispose il Savelli.
Oh, bene! son proprio felice di potervi dare il ben tornato.
Grazie, cavaliere. Permettete che io faccia una presentazione. Sir Montgomery Lockwood! il cavaliere Buonsanti di Carpigliano!
Seguirono alzate, inchini e strette di mano. Il signor Lockwood aggiunse un gesto di maraviglia e un oh! prolungato, che il cavaliere Buonsanti, non intendendolo, attribu ad una usanza americana. Sedette allora, prendendo posto al tavolino pi prossimo, e disse, per incominciare la conversazione:
Son io dunque il primo amico che voi vedete in Roma, Don Memmo?
S, se parlate di quellamicizia che ha il suo fondamento in una stima profonda, rispose amabilmente il Savelli, obbligando ad un inchino il cavaliere Buonsanti; no, se parlate di quelle conoscenze a cui si d comunemente il nome di amicizia. Ho gi veduto qualcheduno dei nostri amici del Circolo, e debbo accennarvelo, perch appunto da uno di essi ho avuta pocanzi una certa notizia.... che non chiamer strana, poich si tratta di cose che succedono, ma che mi ha fatto senso.... una notizia che risguarda voi, cavaliere, ed un altro dei nostri.... conoscenti.  vera?
Mio Dio, s, rispose il cavaliere, sorridendo alla distinzione garbata, tra amici e conoscenti, su cui batteva il Savelli. 
E questo vi spieghi una esclamazione del mio amico sir Montgomery, riprese allora Don Memmo. Avevamo ricevuto insieme la notizia. Egli non vi conosceva, ed io gli stavo per lappunto parlando di voi, quando siete capitato, lupus in fabula. Il signor Lockwood, ve ne avverto, non  amico del duello in genere; non ne intendeva le ragioni, nella specie. Io, poi, non sapendo niente pi di quel pochissimo che mi era stato accennato....
Sentite, Don Memmo, disse il cavalier Buonsanti. Poich sapete di questo piccolo incidente, posso io, sotto il sigillo....
Un gesto di Memmo Savelli disse al cavaliere Buonsanti che poteva parlare liberamente e sicuramente.
Posso io, riprese allora il cavaliere, farvi una domanda molto intima, e non parervi un impertinente?
Lo potete benissimo, rispose il Savelli. Non siamo amici da starnuti, gi ve lho detto.
Ebbene, Don Memmo, eccovi la domanda. Che cos avvenuto a Napoli tra voi e il conte di Riva? che cosera avvenuto tra voi due, prima che egli partisse da Roma?
Nulla, in Roma. Ci salutavamo, incontrandoci, e qualche volta si barattavano quattro parole. Per quello che  avvenuto a Napoli, meglio potrebbe informarvi sir Montgomery, amico mio e futuro suocero. Il conte di Riva si era messo in testa di sposare la sua figliuola, contro il desiderio di lei e la volont del padre. Perci egli venne a fare una scenata a me, ed ebbe il coraggio di farne unaltra al signor Lockwood.
Ma io, soggiunse mister Montgomery, lho minacciato di raccontare la cosa su tutte le gazzette dEuropa. Allora gli son passate le furie, al signorino. -
Il cavaliere di Carpigliano rimase attonito a quelle notizie, cos brevi, ma per contro assai chiare.
A questo era giunto? esclam. E con voi, Savelli? 
Con me non fece strada pi lunga. Se ne ricatt solamente con un biglietto, lasciatomi allalbergo: un biglietto orgoglioso e stizzoso. Vedetelo qua: lo conservo ancora nel mio portafoglio. Avevo in animo di farglielo ingoiare a quello sciocco insolente. E certo, se mi capita tra i piedi, ed ha la sfacciataggine di guardarmi, lo ingoia.
Il cavaliere lesse il biglietto, che gi conosciamo, scritto a matita dal conte Massimo, e lasciato da lui alla porta di Don Memmo, dopo la conversazione agrodolce che aveva avuta col padre di miss Madge.
Che buffone! mormor, restituendo il biglietto al Savelli.
Ben dite, buffone! rispose Don Memmo. E con lui vi battete! e perch, se  lecito saperlo?
Confidenza per confidenza, disse il cavaliere. Egli era venuto a raccontare di aver perduto, giuocando con voi, la bella moneta di quattrocentomila lire.
Ah, questa  grossa! grid il Savelli. Quattrocentomila lire? Neanche un soldo; ed io non ho mai avuto il fastidioso onore di giuocare con lui. Ma  un saltimbanco questo conte di Riva! Lo prendo a pedate, se lo incontro.
Vi pregher di non farlo, disse il Buonsanti. Queste cose io ve le ho dette in confidenza.
Avete ragione; scusate. Ma  grossa!
Parve grossa anche a me, riprese il Buonsanti. E mi parve pi grossa quellaltra, soggiunta subito dopo, che voi, avendo bisogno di farvi presentare al signor Lockwood, chiamaste lui a Napoli; n egli, per ragione di quella perdita fatta al giuoco, e dovendo pagarvi ancora il suo debito, potesse ricusarvi il servigio.
Ah s, davvero! Vi ho raccontato in che modo mi servisse, cotanto intercessore! esclam il Savelli. Ma a qual pro un simile tessuto di bugie?
Desiderio di persuadere una gentildonna, rispose il cavaliere, abbassando la voce, e quasi  parlando allorecchio di Don Memmo; e una gentildonna che egli non  mai stato degno di avvicinare, quantunque labbia lungamente seccata della sua assiduit.
Capisco, mormor Savelli. Cos voleva egli scusare lassenza da Roma? Ecco una favola molto audacemente architettata. E poteva sperare che gli fosse creduta?
Non dalla dama, sicuramente, replic il Buonsanti. Essa non ebbe mai che amicizia per lui; alla sua amicizia, semplice, schietta e non sospettabile, una cosa sola poteva succedere, dopo quella favola sciocca: un benevolo disprezzo. Quanto a me, il mio disprezzo non ha nessuna ragione per essere benevolo.
E il vostro duello ha origine da ci?
S; ho avuto occasione di dargli del bugiardo; senza prove, ma con molta sicurezza.
Ora avete le prove; cavaliere.
Certamente, e ve ne ringrazio. Cos mi sento lanima in pace.
Voi vi battete? entr a chiedere mister Lockwood.
Gi, con quel grazioso personaggio! rispose il cavaliere, sorridendo.
Non vi battete! replic lamericano. Io nel caso vostro gli stamperei sulle gazzette che non d soddisfazione ai bugiardi.
Sir Montgomery, che ci volete fare?  un uso nostro.
Brutto uso, permettete, brutto uso! Noi non lo abbiamo. Quando un insolente ci provoca, lo castighiamo, dovunque ci pare, anche in mezzo alla strada, con un colpo di rivoltella.
 in fondo un duello anche questo, disse il cavaliere di Carpigliano. Linsolente, che sa il giuoco, esce provveduto di rivoltella anche lui; e cos fate un duello senza padrini, ma con un centinaio di testimoni. E non ne buscano mai, i testimoni innocenti? Capisco; da voi le strade son larghe. Qui,  caro signore, se si facesse uno di questi duelli sul Corso, ci sarebbe il rischio di sfondare una lastra di cristallo al Pontecorvo, o al Cagiati. Ma sapete, caro amico, soggiunse il cavaliere, volgendosi a Don Memmo, che le vostre notizie sono preziose? Se la vostra testimonianza, invocata alluopo....
 a vostra disposizione, interruppe il Savelli. Ed anche quella di sir Montgomery.  il meno che io possa fare al conte di Riva, in risposta alla impertinenza del suo biglietto a matita.
Il cavaliere di Carpigliano assaggi a mala pena la sua bistecca. Ma non aveva bisogno di mangiare. La contentezza gli aveva fatto andar via lappetito. Si sentiva lanimo in pace, come diceva: e per s, e per qualchedun altro.
Era rimasto un po lungamente a chiacchiera. Quando guard lorologio, erano le due dopo il mezzogiorno.
Ho fatto tardi, perbacco! dissegli. La buona compagnia mi toglieva ogni idea di tempo e di spazio. Ho ancora da correre mezza Roma.
E si alz, per congedarsi dai suoi vicini di tavola.
Buona fortuna, cavaliere! gli disse il Savelli. Pensate che invidio il vostro posto.
Posso io rendervi la pariglia e invidiare il vostro? ribatt ridendo il Buonsanti.
Don Memmo si compiacque assai dellarguta risposta.
Invidiare  permesso, dissegli.
Purch non si vada pi in l, non  vero? riprese il Buonsanti. Io, dopo questo piccolo moto dinvidia, metter i miei augurii sinceri, che presenterete alla vostra gentil fidanzata. Ho avuto il bene di vederla prima che andasse a Napoli.  un occhio di sole.
E di sole che riposa dalle fatiche del viaggio, disse il Savelli. Perci vedete fuori solamente noi due.
Benissimo! Quando il vostro sole risorger, ditegli, in nome di un vecchio cavaliere, come fossero  definiti certi capegli biondi, una sera che miss Lockwood comparve allApollo.
Sentiamo la definizione.
Raggi filati, Savelli mio, raggi filati. Sapete pure! Si tesse laria; si potranno anche filare i raggi di sole.
Riferir il vostro complimento a miss Madge, rispose Don Memmo. Ma, con vostra licenza, dar allautore ventanni di pi.
Troppi, perbacco! Ed io che vorrei averne ancora venti di meno!
Bravo! chi vi resisterebbe, allora? Restate cos, cavaliere. E vogliateci bene. Speriamo di vedervi. Finora, allalbergo di Roma; pi tardi in casa Savelli.
Il Buonsanti ringrazi, accettando, mentre si disponeva ad escire. Ma anche il signor Lockwood, ammirato dalla galanteria del cavaliere, volle dirgli la sua.
Signore, onoratissimo di aver fatta la vostra conoscenza! Venite a trovarci. Anchio vi dir, come il principe Savelli: buona fortuna! Ma sarei pi contento se voleste seguire il mio consiglio.
Grazie, ma non si pu, rispose il cavaliere di Carpigliano. Conoscete il nostro proverbio italiano? Paese che vai, usanza che trovi. La nostra usanza  di sbudellarci in tutte le regole.
Se ne and finalmente, ed usc sul marciapiede, canticchiando, come il pi felice degli uomini. Non aveva da correre mezza Roma, come gli era occorso di dire, per esagerazione di discorso. Dieci minuti dopo era a casa; mezzora pi tardi era allordine. Vennero i suoi padrini; e con essi un terzo personaggio, che non fu il caso di presentare, poich il Buonsanti lo conosceva benissimo.
Ah, il dottor Bosany! esclam il cavaliere, stendendogli la mano. Il nostro simpatico ungherese!
Di nascita, rispose quegli; ed anche italiano di cuore. 
Si sottintende; replic il Buonsanti. Italiani e ungheresi, ci siamo sempre amati. Siamo infine cavalieri che portiamo gli stessi colori: verde, bianco e rosso in ambedue le bandiere. Caro amico Bosany, ho per un lieto augurio la vostra presenza tra noi.
I quattro amici scesero allora le scale. Un landau chiuso aspettava alluscio di strada. Si ficcarono dentro, e via, andando incontro alla buona fortuna, augurata da Don Memmo Savelli. Ah, non dimentichiamo che laveva augurata anche il signor Montgomery Lockwood, grande amico della capricciosa dama, che gli era stata liberale di una miniera di argento.
Il cavalier Ruffini di Nisio, prendendo posto nella carrozza, aveva dovuto levar dal sedile e mettersi tra le ginocchia un lungo involto, assai pi voluminoso e tondeggiante alluno dei capi, e tutto rivestito duna fodera di lana verde.
Ti rammenti? dissegli al Buonsanti, che aveva gli occhi rivolti a quellarnese muto, ma destinato a farsi sentire pi di tutti loro, quando fosse giunto il momento.
Di che? domand il cavaliere.
Della bellezza di trentadue anni fa; rispose il Nisio; quando si fece quella scarrozzata da Genova a Rivarolo. Anche allora io dovetti prendermi fra le ginocchia linvolto di lana verde. Tu mi domandasti, ridendo: Che istrumento hai portato? un trombone? Ed io ti risposi: Sicuramente, non dobbiamo forse suonare?.
Il cavaliere Buonsanti sorrise al ricordo, ed anche sospir un pochettino.
Anni volati! esclam. La nostra vita  un soffio. A me pare che fosse ier laltro, quel giorno. Povera e bella Generala!
O sont nos amoureuses? cantarell il conte di Pamparato.
Frattanto la carrozza, varcato il ponte di Ripetta, svoltava verso i prati di Castello. Pochi minuti dopo,  costeggiato un muro di cinta, si ferm ad un rustico portone.
Ci siamo; disse Nisio. E levato il suo trombone, lo consegn al suo soldato, che era disceso da cassetta e si presentava allo sportello.
Smontati lun dopo laltro, i nostri quattro personaggi entrarono nella villa. Un vecchio contadino era l, sullingresso, ad attenderli, per ordine del suo padrone, amico del cavalier Ruffini di Nisio.
Salut, il vecchio contadino; poi, vedendo tutti quei baffi grigi, borbott sommessamente:
Ne hanno voglia! alla loro et!...
Ma s, vecchio abitatore dei campi; il sangue, fin che scorre franco nelle arterie, ha ventanni.
Erano a mala pena entrati nella villa, che sud nella strada un fragore di ruote. Giungeva il conte Massimo, co suoi padrini e il suo medico. Due minuti dopo, quegli otto personaggi erano tutti raccolti sulla piazzuola, davanti alla casa, il cui tetto a quellora incominciava a gittare un po dombra, da tre a quattro metri di larghezza, su quindici di lunghezza. Era quanto bastava per combattere; ma bisognava anche tener conto del lato donde girava il sole.
I padrini del conte di Riva, come pi giovani, lasciarono cortesemente ai padrini del cavaliere Buonsanti lufficio di dirigere il combattimento, e si rimisero a loro per la divisione del campo. I due vecchi soldati, da galantuomini, non vollero neanche lasciare alla sorte il vantaggio della parte dove lombra sarebbe cresciuta via via; stabilirono in quella vece che, prolungandosi il combattimento, ogniqualvolta uno dei duellanti, incalzato dallavversario, escisse fuori dellombra, si dovesse dar lalto. Era anzi da gentiluomini il fermarsi, senza mestieri di comando, a mala pena si vedesse lavversario con gli occhi al sole.
Tutto concertato in tal guisa, il Riccoboni, che era il pi giovane dei padrini, consegn le spade ai due avversarii, che gi avevano gittato in un canto i soprabiti e le sottovesti. I due levarono le spade,  salutando sui lati, poi si volsero luno allaltro e caddero in guardia, rimanendo ad osservarsi scambievolmente per cinque o sei minuti secondi; il cavaliere Alessandro, mettendo fuori per quella occasione un sorrisetto sarcastico che ricordava altri tempi, e il conte Massimo imitandolo come poteva.
Era in collera, il conte Massimo; rideva male con le labbra, mentre dagli occhi gli balenava il desiderio della vendetta. Incominci tastando il ferro dellavversario, ed anche tent di guadagnarlo; ma una pronta sferzata lo rimise a posto. Che si fa celia? ebbe laria di dire con quella sferzata il cavaliere Buonsanti. Mi si piglia davvero per un principiante!
Andatogli a male il colpo di sorpresa, Massimo si diede alle finte, braveggiando irrequieto. Il cavaliere Buonsanti stava duro come un Artabano. Dianzi, salutando i suoi avanzi della Cernaia, aveva ammiccato, come per dir loro: Vedrete ora se non ho davvero ventanni!.
Massimo attaccava veloce, ma non ancor risoluto. Era di fronte ad uno che non credeva alle finte e presentava sempre la punta, non facendo quasi altro che un leggero movimento del pugno. Il Pamparato ed il Nisio pensarono allora che se locchio dellamico era vigile, non fosse pi egualmente agile il braccio, e che il Carpijan non volesse stancarsi prima del tempo.
Lassalto fin senza novit con due attacchi respinti.
Bravo, perdio! mormor il Pamparato al Buonsanti, quando si fece il primo alto. Il cavaliere sorrise, inarcando le sopracciglia. Quellaltro avanzo della Cernaia aveva laria di rispondere: Che! ora vedrete il meglio!.
Quando i due combattenti si rimisero in guardia, fu un nuovo attacco di Massimo, ma pi serrato, senza le volate della prima volta. Il cavaliere di Carpigliano incominci ad avanzare, e lassalitore fu costretto a rompere. Come questo fu cacciato fuori  dellombra, il suo avversario, senza attendere il cenno dei padrini, si ritrasse, invitando; poi si ferm, e riprese il giuoco di prima. Il conte Massimo, indispettito, non volle pi rompere, e fu suo danno, perch lavversario, con un colpo darresto, lo tocc allavambraccio.
Siete ferito? grid il Nisio, che aveva veduto giungere il colpo.
No, nulla; rispose il conte Massimo.
Nulla  presto detto! replic il brigadiere. Per la regolarit delle cose, vediamo di che si tratta.
Massimo stese il braccio, sorridendo, perch il signor brigadiere vedesse a sua posta. Aveva la manica della camicia lacerata, e sotto quel piccolo strappo una leggera ferita.
Vedete, signor conte, che qualche cosa cera; disse il Nisio, mentre si accostavano i medici per osservare a lor volta.
Non sentivo nulla, io; rispose Massimo.  del resto una semplice graffiatura.
Siete nel vostro diritto, chiamandola con questo nome; ripigli il vecchio soldato. E i dottori, che cosa ne pensano?
I dottori osservarono, palparono, premettero, senza che il volto del conte tradisse alcun senso di dolore.
Cosa di poco momento, infatti! sentenzi il medico del conte di Riva.
Il duello ricominci. Massimo si cacci sotto con gran furia; ma tutto ad un tratto gli cadde la spada. Comera avvenuto ci? Prima che egli potesse raccapezzarsi, il cavaliere di Carpigliano aveva spiccato un salto di fianco e posto il piede sulla lama dellavversario, mentre gli presentava al petto la punta della sua. Il conte Massimo, con un moto istintivo si era gittato per raccogliere la spada; con un altro moto istintivo si ritrasse indietro. Allora il cavaliere Buonsanti si chin, raccolse egli la spada, e disse, porgendola al conte:
Volevo avere lonore di presentarvela io stesso. 
Un bel disarmo, non c che dire! borbott il conte Massimo.
Avrebbe voluto ridere, ma non gli venne fatto che di torcer le labbra. E ripresa la spada, torn allassalto; ma pi guardingo, che non gli avesse a toccare un altro disarmo. Quel diavolo del Buonsanti era saldo come un macigno; e il suo ferro, che egli trovava sulla sua via, dovunque egli tentasse di penetrare, seguitava a guizzargli davanti agile e sicuro, ora giuocherellandogli con la punta sul petto, ora balenandogli sugli occhi, come una lingua di fuoco. Era quello il gran giuoco del cavaliere di Carpigliano; e cos il vecchio schermidore era stato, trentadue anni prima; cos il prode sottotenente aveva saputo comandare alla sua ira gelosa, pensando che il braccio del suo avversario poteva esser utile come il suo proprio alla difesa della bandiera; e perci, mentre avrebbe potuto uccidere, si era accontentato di pungere.
Anche allora, trentadue anni dopo, il vecchio schermidore aveva la vita di un uomo nel pugno. Quelluomo valeva poco, a suoi occhi; era un insolente, un bugiardo, a cui sarebbe stato bene ogni castigo peggiore. Ma vedendolo perdere in quella guisa il lume degli occhi, il cavaliere di Carpigliano sent sbollire a mano a mano la collera. Seguit a lavorare per lamore dellarte; gli piacque di mostrare agli astanti quale dei due si stancasse primo, tra il giovane e luomo maturo, quale dei due dovesse augurarsi un colpo non troppo grave, per farla finita una volta. Di toccare il Buonsanti non poteva esser pi nessuna speranza nel cuore di Massimo. Quel pugno maledetto era sempre in linea; sul forte della lama del Buonsanti scorreva sempre, sgrigiolando, la spada del conte di Riva. Alla fine questi perdette la pazienza. Quel ferro sempre sugli occhi, e tra i guizzi di quel ferro il sorriso continuo del cavaliere, gli sapevano di canzonatura. Volle finirla: o dare o prendere, ma senzaltre lungaggini. Riuscitogli quasi, dopo tre finte alte, un guadagno di spada,  tent di dar la fiancata. Ma quello era un colpo preveduto, e la punta di Massimo si trov cacciata fuori di linea. Volle rimettersi, saltando indietro; ma gi quellaltro incalzava, e la spada di lui si piant veloce nellomero del mal capitato assalitore.
E l! grid il cavaliere Buonsanti, comebbe aggiustata la botta.
Toccato! mormor il conte di Riva.
I padrini si fecero avanti con le spade levate. Ma non era necessario; il cavaliere di Carpigliano si era tirato indietro, chiuso nella sua guardia, come in una botte di ferro. Allaltro, per limprovviso intorpidirsi dei muscoli, cadeva la spada di pugno.
Vennero a lor volta i dottori, per visitare la ferita, e riconobbero impegnato il deltoide. Non era neanche mestieri di dire che non poteva continuarsi il duello. La cosa parlava da s. I padrini tennero un brevissimo colloquio, e poi, con molta solennit dichiararono lonore soddisfatto.
Profonda o no, la ferita era buona, e laveva resa anche lunga la posizione quasi orizzontale del braccio quando la spada del Buonsanti coglieva il deltoide contratto. I vasi arteriosi lacerati davano sangue; il braccio era intormentito ed anche enfiato ad occhi veggenti, intorno ai margini della ferita. Massimo sopport con grande animo lesplorazione e la fasciatura; soffriva, ad ogni pressione, ma non diede un lamento. Lo sosteneva un orgoglio naturalissimo in lui, ed anche giustificato dalloccasione, poich aveva fatti tre assalti, e con una delle prime lame del vecchio esercito piemontese.
I padrini vollero che i due avversarli si riconciliassero. Al cavaliere di Carpigliano la cosa non andava; ma il Pamparato lo aveva persuaso con poche parole allorecchio.
Non far parere le cose pi gravi di quel che sono!
Cos il nostro Buonsanti si era adattato a far pace, ed aveva toccato la mano del conte di Riva.
Con voi non ho pi nulla, disse questi,  mentre i padrini andavano a prendere il suo soprabito, per gittarglielo sulle spalle. Voi mi avete toccato, e sta bene. Ma c un altro che pagher la festa.
Un altro! esclam il cavaliere, aggrottando le ciglia. E sarebbe?...
Lo conoscete.
Ebbene, se io lo conosco, non vi permetter di toccargli un capello. Aspettate! disse il Buonsanti. Se potete venir fuori e montare in carrozza, potrete anche sentire quattro parole sincere. Se siamo amici, come i nostri padrini hanno voluto, dobbiamo far patti chiari. Del resto, signor conte, ho avuta tre volte la vostra vita sulla punta della mia spada, ed ho il diritto di farvi sentir ragione. Signori, permettete! soggiunse ad alta voce il cavaliere di Carpigliano, volgendosi ai medici e ai padrini. Debbo dire alcune parole da solo a solo.
Padrini e medici si ritirarono, lasciando il cavaliere accanto alla sedia rustica su cui era seduto il conte di Riva. Il dialogo fu lungo; e parl quasi sempre il Buonsanti.
Quando questi fe cenno agli altri che potevano accostarsi, il conte di Riva era bianco nel viso come un cencio lavato.
Vi sentite male? gli domand il suo medico.
No, rispose Massimo; il cavaliere di Carpigliano mi raccontava certe cose.... che hanno scombussolate tutte le mie povere idee. Debbo ringraziarlo.... soggiunse, con voce stentata. Debbo ringraziarlo.... della sua comunicazione.
Di bianco che era, il povero conte Massimo era diventato livido, quasi verde. Non aspettiamo che gli venga litterizia, e seguitiamo la parte avversaria, che, dopo i saluti duso,  rimontata in carrozza.
Cribbio, che giuoco! borbott il conte di Pamparato, stringendo la mano al Buonsanti. Permetti che io te ne faccia i miei complimenti. Quella tua spada fiammeggiante mi ha ricondotto col pensiero ai bei tempi che incominciavo a studiare la  Storia Santa. Mi pareva infatti quella del Cherubino, allentrata del Paradiso terrestre.
Ah s, Pampar! rispose il Buonsanti, ridendo. E dici pi vero che tu stesso non pensi.  infatti un paradiso terrestre, quello che ho chiuso per sempre al signor conte di Riva; e in mancanza di Cherubini, veglia la spada del tuo vecchio Carpijan, a custodia del passo.
...
.
...
20.
 Per finire.
...
.
...
Il conte Almerico di Montegalda aspettava lamico Buonsanti, come aveva promesso. Alle sei il Buonsanti doveva venire; alle sei in punto comparve.
Eccomi qua; disse il cavaliere. Metti in capo e andiamo.
Ebbene? domand Almerico, fissando gli occhi negli occhi del cavaliere.
Ebbene, si va a pranzo, mimmagino; rispose questi, imperterrito. Non ti nasconder che ho una fame maledetta.
Non c nulla? riprese Almerico.
Di che?
Della tua questione.
Ah, la questione? Pensavo di molto alla questione, ora! Caro mio, la questione va per le lunghe.
Come?
Che ne so io? I padrini trattano; lasciamoli trattare;  il loro mestiere. Abbiamo ancora da vederci.... domattina.
Ah! disse Almerico. C dunque speranza che la cosa si aggiusti?
S; rispose il cavaliere; di solito, quando le questioni si allungano, finiscono coi verbali. E questi si chiamano verbali, perch sono scritti. Ma  senti, Almerico; devi farmi un piacere: non parlarmi pi della famosa questione.  sempre stato mio costume di rimettere ogni cosa nelle mani dei padrini, e il mio onore e le noie che lo accompagnano. Il duello  una seccatura; perch raddoppiarcela, quadruplicarcela, centuplicarcela, prendendo parte con lansia a tutti i suoi preliminari? Dunque, se mi vuoi bene, parleremo daltro, per oggi. Metti in capo, ti dico, e partiamo.
Almerico non insistette; spicc il cappello dalla gruccia, mise in capo, e segu il cavaliere di Carpigliano. Ma egli era rimasto pensoso, e senza idee, come tutti coloro che pensano troppo. Non seppe suggerire allamico un luogo dove potessero andare a pranzo. Del resto sarebbe stato inutile; il Buonsanti li passava tutti in rassegna e li rifiutava tutti. Caff di Roma, caff di Venezia, caff Cavour, Morto, Le Venete, Bucci, lAquila, lalbergo di Milano, lalbergo del Senato, tutti luoghi dove solevano andare, dispiacevano per quella sera egualmente al cavaliere Buonsanti. Erano sempre pieni zeppi; ci si pigiavano sempre deputati, senatori, giornalisti, corrispondenti di giornali di provincia, insomma tutto il brulicame politico della capitale del regno. Il cavaliere voleva per quella sera un luogo tranquillo; e di tranquillo, a ben cercare, non cera che Spillmann. I prezzi alti del luogo, aiutavano, mantenevano ancora l dentro un vuoto relativo. E dico relativo, perch lassoluto, come i fisici sanno, non  dato ottenerlo neanche sotto la campana di una macchina pneumatica.
Il pranzo fu, mi perdoni loste, scolorito ed insipido. Cos  sempre, del resto, quando non assiste lappetito e il buon umore non  stato invitato. Al Montegalda luno e laltro mancavano. Il Buonsanti, checch dicesse di una maledetta fame che aveva, era svogliato come tutti coloro che tornano da una grande impresa e pensano volentieri a quella: e se il buon umore lo portava sempre con s, bisogna anche pensare che la tristezza di Almerico non gli  dava occasione di metterlo fuori. Quel degno cavaliere, ricordando che quella sera bisognava andare al palazzo San Secondo, usava di tutta la sua eloquenza esortatoria per consigliare il Montegalda a parlare una volta. Almerico stava a sentire; non acconsentiva, non negava; scuoteva la testa, sospirava; ed era gi molto, nella condizione in cui lo sappiamo.
Linnamorato  un essere che non agisce. Si direbbe che la pi dolce delle umane passioni operi sulluomo come certi veleni di specie narcotica. Lavvelenato damore ha intorpidito pi particolarmente il sistema nervoso; istupidisce, non sa cavarsi da nessuna difficolt, saffogherebbe in un bicchier dacqua. Ordinariamente ha gli occhi fissi, il polso teso, un senso di gravezza al cervello, una prostrazione invincibile per tutti gli arti; non sorride, non si anima un pochettino, se non quando gli parlate delloggetto amato. Nel complesso, sente una gran propensione ad astrarsi, qualunque sia loccupazione.  sommamente pericoloso, allora, dargli da fare delle operazioni aritmetiche. Egli sarebbe capace di non ricordar pi neanche la tavola pitagorica. Dategli piuttosto da guardar nello spazio e da far castelli in aria: unica cosa in cui riesca. Un simile stato psicologico dura quanto pu durare; non c modo di determinarlo con sicurezza. Raramente, per fortuna, lavvelenamento damore  seguito da morte, qualche volta da matrimonio. E questo io auguro di gran cuore a tutti gli avvelenati damore, se le rispettive condizioni di stato civile son tali da favorire questa felicissima risoluzione del male.
Almerico di Montegalda era innamorato a buono e presentava tutti i sintomi pi gravi di quel genere di avvelenamento. La cura proposta dal cavaliere di Carpigliano era ottima, non c che dire, ma anche la pi difficile di tutte. Far parlare i muti, e camminare i paralitici, che diamine! Non c niente di meglio per guarire il mutismo e la paralisi. Tutto sta a cominciare. 
Frattanto erano giunte le sette. Un rivenditore di giornali os entrare nello stanzino, per offrir la sua merce. Almerico, seguendo labitudine, di il soldo e prese il giornale. Il Buonsanti continuava la sua predica; Almerico rispondeva di tanto in tanto a monosillabi, a scrollate di testa, e dava unocchiata distratta al foglio che aveva comprato. Cos giunse alla terza pagina, dovera la cronaca di Roma. Un titoletto breve, ma chiaro, che spiccava sugli altri, nel suo tondo caratterino egiziano, trattenne gli occhi del Montegalda. Lesse, e subito diede in un grido di stupore.
Che c? domand il Buonsanti, lasciando in tronco una sua bella dimostrazione.
C, rispose Almerico, che tu non mi hai detto il vero.
Di che?
Leggi!
Il cavaliere prese il giornale e guard in quei punto dove Almerico accennava. Lindicazione era chiara: duello. In cinque o sei righe era detto ogni cosa; i duellanti indicati nelle loro iniziali e nei titoli; non dimenticato il luogo dello scontro; detta larme e la qualit della ferita, che il conte di R. aveva toccata; solamente si mostrava ignoranza intorno alle cagioni del duello, lasciando intravedere che si trattasse delle conseguenze di una discussione politica.
Ah, linguacciuti! borbott il cavaliere.
Ma dicono il vero; rispose Almerico. Perch volevi tacermelo?
Oh Dio! per aver pace, come il fiume Po, coi seguaci sui. Tu sei tanto tenero per quel tuo conte di Riva!
Tenero o no, se cera qualcuno che dovesse battersi con lui, replic Almerico, quelluno ero io.
Ah s! proprio, sarebbe stato un bel fatto.
Eh, infine, si creder....
Che cosa? non ci mancherebbe altro che si credesse il vero: cio che tu, nella tua condizione dinnamorato,  non capisci nulla di nulla. Ma non intendi, ragazzo mio bello, che dopo tutto quanto era avvenuto dovevo battermi io? Se ti battevi tu, vediamo, che cosa si sarebbe detto dalle anime caritatevoli, di cui il mondo  pieno? Che tu avevi bisogno di lavare qualche cosa nel sangue, prima di dare il tuo nome....
Uninfamia! interruppe Almerico.
Ah, bravo! ho piacere che tu lo dica: uninfamia! Ed io lho tolta di mezzo.
Ma quellaltro.... rispose Almerico. Che penser egli di me? In che condizioni mi hai tu posto di fronte a lui? Dovr mettermi a sua disposizione, per quando sar risanato.
Senti! disse il Buonsanti, spazientito. Per provvedere allonor tuo, vuoi batterti con me? Non alla spada, intendiamoci; con te mi batto alla sciabola; ti taglio la testa, e te ne appiccico unaltra, che ragioni un po meglio. Che diavolo! hai tanto bisogno di duellare? Letica sul conto e battiti col cameriere. Oppure, esci sul Corso, e dichiara al primo che incontri che la sua faccia non  quella di un antico romano. Ti permetto questo, e quellaltro; sar sempre pi savio di ci che vorresti fare.
Cap il Montegalda di non aver ragione? O aveva il suo disegno formato nella mente? Comunque fosse, chin la testa e disse al Buonsanti:
Lasciamo correre, e non se ne parli pi.
Ah, bene, lasciamo correre;  il partito migliore; rispose il Buonsanti. E andiamo dalla duchessa, che vorr sapere qualche cosa, dopo ci che  avvenuto iersera.
Almerico non aveva pi volont; si lasci condurre al palazzo San Secondo. Ma l, davanti al portone, il cavaliere di Carpigliano pens saviamente che la duchessa poteva aver letto qualche giornale della sera, e che non era conveniente per lui di andar subito alla sua presenza.
Precedimi! dissegli. Hai da raccontare.... da spiegare tutto quello che  avvenuto. Capirai!...  non  bene che io sia il narratore. Io verr poi, fra mezzora.
Ma io.... balbett Almerico.
Ma tu mi farai il piacere dandar primo; replic il cavaliere. Che amicizia  la tua, che mi ricusa questo servizio? Potrei dirti ancora: che amore  il tuo? Ma su questo tema ci sarebbe troppo da aggiungere. Va l, finiscila; se no, credi, ci guastiamo davvero.
Almerico non sapeva risolversi.
Verrai subito? gli domand.
Ma s, te lho detto, fra una mezzora; il tempo di arrivare a piazza Colonna e di ritornare.... dopo una piccola fermata.
Almerico si arm di coraggio, sospir, e si avvi per entrare, mentre quellaltro, data una giravolta, andava verso la via degli Astalli.
Compatite il mio Montegalda. Egli pensava ad un certo discorso che il cavaliere Buonsanti aveva fatto alla duchessa Serena, dichiarandole comegli, Almerico, fosse innamorato violentemente di lei, e non si sentisse il coraggio di confessarlo. Che figura doveva esser la sua, presso quella donna adorata, dopo che il segreto del suo cuore le era stato palesato in quel modo?
Il giovanotto fece le scale, senza saper molto, anzi (diciamo le cose come stanno veramente) senza sapere affatto che cosa avrebbe potuto dire alla duchessa, n da qual parte rifarsi. Per grande fortuna sua, non gli tocc dincominciare. Serena aveva letto pocanzi il giornale, e lindiscrezione del cronista toglieva ad Almerico la grave molestia dellentrare in materia. Egli trov la duchessa grandemente turbata, desiderosa di sapere come fossero andate veramente le cose. Accolto come un messaggero, fu tratto senza preamboli nel cuore dellargomento. Che cosera avvenuto? Diceva il vero, quel giornale? Che triste cosa, il duello! A che rischio sera messo il cavaliere di Carpigliano! E per lei! Ah, non sarebbe bastata lei, per levarsi ogni molestia di torno? 
Almerico narr quello che sapeva. Ma in verit sapeva poco, ed anche da pochi momenti. Fino a mezzora prima, il Buonsanti aveva voluto tenerlo al buio di tutto. Ed era stato male, da parte del cavaliere; perch, infine, non toccava al cavaliere di farsi avanti; e a lui, Almerico, si doveva lasciare il diritto dintromettersi. Se cera uno che dovesse....
Non eravate voi quello; interruppe Serena. Voi avete fatto assai pi che da un amico non si potesse aspettare. Leale fino allo scrupolo, non dovevate essere sospettato da nessuno, e dal signor di Riva meno che da qualsiasi altro. Ma quello  un ragazzo; soggiunse ella, scuotendo alteramente la testa. Non parliamo pi oltre di lui; bisogna perdonargli, dimenticandolo. Il Buonsanti  un gentiluomo, un vero gentiluomo, che dobbiamo amar molto. Ma voi non ne sarete geloso, conte?
Ah! grid Almerico. E con che diritto potrei esserlo io?
Se mai.... mormor ella, arrossendo; con quello che io vi concedo.
Almerico di Montegalda singinocchi, e la duchessa Serena non gli disse: alzatevi, conte!. E neanche ritrasse la sua bella mano tremante, che egli copriva di baci e di lacrime.
Sicuramente il cavaliere di Carpigliano era stato fermato in piazza Colonna, o gli era intervenuto uno di quei casi che mandano a monte i pi saldi propositi, perch la mezzora pass, e lora intiera, e tutta la serata, senza che egli si facesse vedere. Soggiungiamo, a sua confusione, che non fu neanche aspettato. Sono tanto egoisti, i felici!
Ma legoismo di Almerico non era di quelli che non lasciano luogo al pentimento. Il giorno dopo, il Montegalda sent vergogna di aver dimenticato quel povero amico; and a cercarlo, per dirgli la sua piccola bugia.
Come va che non ti abbiamo visto pi iersera? Tho aspettato fino alle undici. 
Davvero? disse il Buonsanti. Guardami in faccia.
Perch?
Perch non credo unacca della tua.... aspettazione.
Tu non sei giusto con me; disse Almerico. La tua venuta sarebbe stata accolta assai volentieri.
Ah, ecco una variante che mi garba! esclam il Buonsanti, ridendo. Solo ci cresce lassai.
Ti ho detto il vero, Alessandro!
Va l, che lo conosco, il tuo vero. Fortunato briccone! Credi a me; con ventanni di meno, sarei capitato io per il primo, e non mi sarei fermato a perorar la tua causa.
Sempre lo stesso! esclam il Montegalda, abbracciandolo. E che cuore, il tuo!
Adagio! non mi sciupare. Dimmi piuttosto come vanno le cose tue.
Caro mio, sono un altruomo.
Ah, sia lodato il cielo; perch finora, a dirtela schietta, non mi parevi neanche un uomo. E quando facciamo le nozze?
Non ti so dire. So che ho parlato.... come mi sia venuto il coraggio, lo ignoro. Ma ho detto tutto quello che sentivo; e iersera, prima di andare a letto, ho scritto a mio padre, sollecitandolo a venir subito a Roma.
Bravo! per non perder tempo! Cos mi piace; disse il Buonsanti. Sei lento a risolverti, Almerico; ma quando ti sei risoluto, avanti Savoia! Ti seguir cos svelto, il vecchio Montegalda, in questa carica alla baionetta?
Mi ama; rispose Almerico; lho scongiurato di non ritardare un giorno; verr.
Almerico aveva ragione a confidare nella sollecitudine di suo padre. La lettera era cos ardente, che il vecchio Montegalda capit a Roma quarantottore dopo. E da una parte e dallaltra non si poteva fare pi presto di cos. 
Quindici giorni dopo era annunziata alla duchessa Serena la visita di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Non doveva giunger nuovo lannunzio, poich la cosa era stata condotta a quel termine dal cavaliere di Carpigliano. N parr altrimenti strano che il guardasigilli conoscesse la donna gentile che doveva portare il nome del suo segretario ed amico.
Signora duchessa, disse il ministro a Serena dopo i convenevoli duso ed altri discorsi che per brevit si ommettono, il conte di Montegalda vuol rinunziare alluffizio, abbandonare lordine giudiziario, in cui aveva fatto gi tanto cammino.  possibile? Io, non accettando la sua rinunzia, gli darei due mesi di congedo, come si usa alla Camera dei Deputati. Ma sar io ancora ministro allo spirare del termine? Mi permetta Lei che io faccia diversamente, mandandolo sostituto procuratore del re. Per uno sposo nelle sue condizioni, per un uomo felice, veramente e degnamente felice,  poca fortuna, questa, e temo che sia ancora gran noia. Ma io penso, signora, che se egli  ricco di casa sua, la sposa lo  pi di lui. Voglia considerare questa circostanza. Aggiunga poi che lozio non gli conviene.  giusto che luomo lavori; per un uomo come lui, la cosa  pi che mai necessaria. Obbligo di buon cittadino e ragionevole amore di gloria debbono sconsigliargli questa rinunzia ad un modo. Ella non creder, signora, che lamor della gloria faccia contro allamore di una donna. Sono due amori che possono vivere insieme, rinvigorirsi lun laltro e confondersi. Io non ho lavorato mai cos bene, come quando ero innamorato. Tra un periodo e laltro delle mie faticose scritture, mormoravo un nome, e ci mi dava forza; tra una frase e laltra de miei troppi discorsi mi balenava davanti agli occhi una immagine cara, e ci mi dava coraggio.
Qual poeta, Eccellenza! esclam la duchessa.
Non se ne maravigli, la prego; ripigli il ministro. Guai a chi non lo  un pochettino. La poesia  il granum salis della vita. Ma scusi! ora parlavo latino. 
E con queste idee, come  rimasto solo?
Necessit! ferrea necessit, che comanda a tutti, e a cui non pu sottrarsi nessuno. Ella conoscer la teorica delle anime gemelle. Quando si ritrovano, e libere, che gioia! Ma se una delle due non  libera, addio felicit! son condannate ambedue alla condizione delle due parti della cometa di Biela, che corrono la medesima via nello spazio, senza potersi mai ricongiungere; e luna dice buon giorno allaltra, e sospira.
 triste; mormor la duchessa.
S, molto triste; continu il ministro. Ma si spera in un mondo migliore, dove tutti i contrasti si comporranno.  opinione degli astronomi che tutti gli avanzi delle comete debbono essere attratti dal sole, e finire insieme nel sole.
Ommettiamo, e sempre per amore di brevit, anche il resto della conversazione. La cui conseguenza fu questa, che il conte di Montegalda accett la sua destinazione, preceduta da due mesi di congedo.
La duchessa mi ha chiamato poeta; pens quel giorno il ministro. Ritorniamo ora alla prosa.
Proprio allora, nel bel mezzo di giugno, si discuteva a Montecitorio il suo disegno sulle nuove circoscrizioni giudiziarie: grossa riforma, peggio della perequazione fondiaria e della nuova legge comunale e provinciale. I colleghi lo sostenevano; il presidente del Consiglio aveva giurato di vincere o di morire con lui. La Camera non approv; il ministro cadde, e il gabinetto rimase. Il caduto nebbe a tutta prima un po di stupore; ma tosto si rinfranc, vincendo in lui lamor della pace, cos propizia ai suoi nervi. E uscito dal gabinetto, e allontanatosi da quel toro di Falaride che incominciava ad esser la Camera, se ne and prima del tempo in villa, compatito dagli sciocchi, deriso dai cattivi, invidiato dai saggi.
E il conte Massimo? Non ci pensavamo pi, noi; ma ci aveva pensato Almerico. Il quale, uno di que giorni, ebbe dal suo Buonsanti una ramanzina coi fiocchi. 
Ma che? davvero hai deciso di farmi disperare fino allultimo? Che cosa hai tu scritto al conte di Riva? Taci, ora, stai zitto e non rispondi! Ma io lo so, quello che hai scritto; eccola qui, la gran lettera, in cui ti metti a sua disposizione, se egli ha il menomo dubbio sulla tua lealt. Ed ecco anche la sua risposta. Leggi!
Almerico prese il foglio, che il Buonsanti gli offriva, e lesse:
Cavaliere stimatissimo,
Quello che voi prevedevate  avvenuto: il conte di Montegalda mi ha scritto, ed io vi mando la lettera sua. Per la promessa che vi ho fatta, non posso rispondere a lui. Ditegli, se vi pare opportuno, che io ho gi fatto molte sciocchezze in mia vita. Ne faccio ancor una, che non sar la peggiore. Appena sar ristabilito, andr in Africa, e prender parte alla prima spedizione che si far per linterno del paese. Quando avr sposata la regina di Ghera, e se il mio matrimonio spiacer al conte di Montegalda, me lo mandi a dire; sar allora, con vostra licenza, il suo uomo.
Sempre un pochettino smargiasso, il signor conte di Riva! Ma di quella smargiassata poteva ridere Almerico. E se non rise di quella, bene ebbe a ridere del commento che le faceva il cavaliere Buonsanti.
Quando avr sposata la regina di Ghera!... Non si riscaldi troppo presto! Brutta com, giuoco che gli portano via anche quella.
...
.
...
FINE.